Sunday, November 4, 2007

ITALIANI D'OLTREOCEANO (Santa Catarina - Brasile)


Pare di vederla ancora. Laggiù, con i tricolori al vento solcati dal Regio Emblema, gli anziani genitori in spesse vesti di fustagno, le mani piene di calli e col fazzoletto agli occhi; e poi le guardie del porto, dai volti un poco risentiti, un poco speranzosi. Ma è già lontana. La Madre Patria. Lontanissima, al di là di un oceano che potrebbe imporre mesi di traversata, qualora il destino volesse consegnarci di nuovo alla terrazza di un transaltantico dal fiato bolso, in partenza da Genova o da Hamburg, da qualunque altro porto conduca lontano dall’Europa Vecchia e Disillusa. 

Eppur sempre, la cara e vecchia Europa. Non è difficile scivolare fra le rughe del tempo, risalire ai quei giorni seppiati del 1875, quando il clamore dell’Unità si era ormai franto e le giubbe rosse sbiadivano in cassepanche di noce ammaccato. 

Basta osservare il volto di un oriundo d’oggi, rapito e commosso come un bimbo di fronte al regalo più desiderato: divora simulacri d’Italia, senza accorgersi di come non siano nient'altro, fuorché mere immagini di patinata confezione, astuto cinema di un Paese sempre più narcisista ma coi buchi nelle calze, accortamente imbellettato, eppur duro e indifferente quanto una maschera che aleggia nel carnevale veneziano. Per l’oriundo è sacrosanta verità, idea di una perfezione intangibile e dagli imbarazzanti risvolti feticisti. 


Il ricordo si è sostituito alla memoria. Peccato tanta cieca dedizione non sia generosamente contraccambiata. Dei 180 pionieri sardi che, primi fra tutti, giunsero nel 1836 sulle rive del fiume Tijucas, fondando la “Nova Italia”, da tempo le cronache hanno smesso di far parola. Infastidiva allora. Risveglia gretta vergogna oggi, dovendo ammettere che noi pure fummo immigrati dai volti sporchi, gli occhi stralunati e le dita leste. 

Veneti soprattutto, ma anche Lombardi e Friulani, gente che sapeva come coltivare il grano, che faceva della viticoltura un’arte eccelsa e i pregiudizi ammorbidiva con la malleabilità dei propri formaggi. Nessuno osò dirlo; ma eravamo la seconda scelta, i bianchi di categoria “B”, chiamati a schiarire e nobilitare i lineamenti di quei complessati meticci che i tedeschi aristocraticamente sprezzarono, ricevuto innanzi l’invito a insediarsi nelle verdeggianti valli dell’Itajaì. 

In realtà nel 1828 avevano già messo piede a Saõ Pedro d’Alcântara, ma si sarebbero dovuti attendere due decenni ancora per veder fiorire le cittadine di Blumenau, Pomerade e Joinville, rinomate non solo per le pittoresche case a graticcio o per i buffi Lederhosen, ma anche e soprattutto per l’organizzazione di un’Oktoberfest seconda solo al leggendario carnevale di Rio. Diciassette giorni trascorsi a inseguire il folkloristico “choppwagen”, il carro della birra alla spina, o ad addentare l’Ente mit Rot Kohl, l’anatra al cavolo rosso. 


Venne poi il turno dei polacchi, dei russi, degli ucraini e degli austriaci, di altri ed altri ancora: arrivavano da ogni parte d’Europa, in cerca di fortuna e riscatto, ma come avrebbe detto l’imparziale Giovanni Verga, primi furono i portoghesi. A loro, e in particolare agli abitanti troppo fertili delle Azzorre e di Madeira, spetta infatti la paternità dei villaggi colonici costruiti sulle spalle degli sfortunati indigeni; quei circa 6 milioni di Xocleng, Guaranì e Kaingang, di cui oggi restano appena la spoglie di 10mila anime, e non più di 30 comunità sapientemente occultate nell’umida mata atlantica. 

Sorte opposta ai pittogrammi dei loro vetusti avi, che oltre 10mila anni fa affidarono a sperdute rocce le loro sacre zoomachie e le geometrie distorte di oscuri riti sciamanici, senza immaginare dovessero poi finire sotto lo sguardo impudente dei visitatori di Praia do Santinho o dos Ingleses. Piano piano ognuno ha saputo ritagliarsi il suo spazio. Quasi sempre senza infierire, talvolta aggrappandosi ad un orgoglio che mal s’addice ad una nazione dai mille rizomi. Basti pensare a cosa sia diventata la scuola di teatro “Bolshoj” di Joinville, inaugurata solo nel 2000 come unico distaccamento della più rinomata istituzione di danza del mondo, ma in grado di plasmare in otto anni di corso oltre 300 professionisti delle due punte. Ragazzini sottratti alla strada e all’indigenza, in omaggio alla tradizione che i moscoviti avviarono nell’ormai lontano 1773, pronti a volteggiare in un festival di ciclico ritorno, ogni anno in calendario alla metà di luglio. 



Santa Catarina è così. Trasuda sacrificio, nostalgia ed eroismo in ogni lembo del suo territorio. Non sarebbe tanto rosso il vino del Contestado, se non fosse pregno del sangue versato dai caboclo di Monge José Maria, in lotta contro le pretese del consumo e la maschera yankee della Brazil Railway Company. Per quattro anni opposero resistenza, 20mila vittime pagarono: la terra venne offesa e mortificata, la ferrovia congiunse le magnifiche e progressive sorti di San Paolo e Rio Grande do Sul. Nulla ha invece scalfito gli imperdibili gioielli coloniali della costa, lungo cui brillano Saõ Francisco Do Sul e Laguna. 


All’estremo porto settentrionale approdò nel 1504 il navigatore francese Binot Palmier de Gonneville, dando origine a quel che sarebbe poi diventato il terzo più antico insediamento di tutto il Brasile, nonché un tesoro sorprendentemente intatto dell’Unesco: sovrastato dalla fortezza Marechal Luz, conserva oltre 150 palazzi d’inestimabile valore, su cui svetta il candido duomo di Nossa Senhora. Risalente al 1699, è un curioso pastiche di malta a base di sabbia, calce, conchiglie ed olio di balena. 

Lungo i litorali catarinensi sono infatti soliti tornare ogni anno a riprodursi capodogli giganti, avendo ormai imparato a fidarsi della benevolenza dei pescatori locali. Il mare ne rappresenta d’altra parte l’anima più profonda, a tal punto che in città trova accoglienza un museo nazionale ad esso interamente dedicato e alle sue più ingegnose imbarcazioni, unico in tutto il Brasile.

Nessuna sorpresa se Amyr Klink, l’eroe della traversata dell’Antartide, abbia allora scelto di esporre proprio qui la sua gloriosa barca Paraty. 



Più a sud, Laguna celebra invece il volto romantico dell’Ottocento rivoluzionario. La mano sinistra protesa al cielo terso, il fucile nella destra e i suoi meravigliosi capelli corvini sciolti al vento: Anita Garibaldi domina la piazza dell’ultima cittadina al confine col Rio Grande do Sul, dà il nome al suo museo più insigne, si fa casa che dispensa ospitalità attraverso il giallo canarino delle pareti ed il blu delle finestre. 

Uno spartiacque fra epoche e mondi, antica e già incredibilmente moderna, cuore uruguegno ed anima tricolore, Anita non poteva che camminare sulla linea tracciata dal Trattato di Tordesillas del 1494, primo solco che faceva del mondo una metà, fetta portoghese, fetta spagnola. 
E’ amore a prima vista, indimenticabile voto all’unità spezzata e al sacrificio per l’altro, promessa gravida e speranza dell’ultimo appello. Anita è ponte di luce sui sogni di Florianopolis, la regina delle 500 spiagge...ma ancorché emblema della Madre Patria, Anita è soprattutto la madre: magica parola che per prima sgorga sulle nostre labbra e per ultima ci abbadona.





Friday, March 30, 2007

YOU NEVER TOLD ME (Gran Bretagna)

Questione di omonimia? Rivalsa del borghese “piccolo piccolo” d'italica meschinità? O semplicemente perché “bello, onesto ed emigrato...”? In un modo o nell'altro, è inevitabile scivolare nel macchiettismo di Alberto Sordi, dopo essersi nutriti per troppo tempo del solo ed ammiccante “fumo di Londra”.


Neppure il tempo di posare la valigia all'Hilton dei Docklands e già le gambe trotterellano spedite verso il Tower Bridge, la lingua inizia un'impietosa ginnastica per affinare il suo biforcuto “th”, la schiena quasi s'inarca per omaggiare il primo passante che ci rivolge la parola: poco importa che questi sia un burbero minatore del Galles pronto a sbeffeggiare il nostro zainetto votato alla Union Jack; tanto a noi sembra il principe Carlo in persona nella sua fierezza britannica. Tutto bello, tutto perfetto, tutto decisamente up. Il bus arriva al minuto spaccato senza neppure sfiatare; sul lungo Tamigi un businessman in bombetta s'intrattiene con un pingue Beefeater; nelle orecchie risuonano le carezzevoli note di “You never told me...”, cantate dall'indimenticabile Julie Rogers.

Ebbene sì, Londra! Che sia la prima volta o la decima visita, la capitale inglese rapisce sempre allo stesso modo. Troppo altezzoso il suo incedere, per non credere che almeno una volta saremo pure noi dalla parte dei vincenti. Formidabile il suo life-style, che rende trendy persino due chiappe pallide in mostra a Regent's Park. Terribilmente sexy ed aristocratico il suo velarsi la labbra umide di rossetto, quando già odorano di ale da bassifondi.

Avanti, avanti. Non c'è tempo per sognare ad occhi aperti. In Inghilterra il tempo è più che mai denaro. Lo si capisce non appena ti avvicini al distributore automatico dei biglietti metropolitani: strabuzzi gli occhi, ridi della tua miopia, poi sbianchi d'orrore. Sono davvero 4 sterline! Un tuffo appena nelle viscere della city e già ti senti valere poco più di un brownie calpestato. Fortuna che c'è il salvagente della daily card: 5 pounds e 10 e il mondo torna a sorridere. Questa è la vecchia Inghilterra che piace: ricca sì, testardamente elitaria, ma pur sempre pronta a tendere una mano a chi vuole rimboccarsi le maniche.


Ecco. Il cuore si gonfia di commozione. E' tempo di tributare un saluto amorevole alla casa del Parlamento, dove l'accorto Cromwell tiene ancora gli occhi aperti sulla sua affilata faccia di bronzo. Due passi presso Westminister Abbey, giusto per capire come s'impugna una pipa mentre si legge il “Times” sotto le sue torri neogotiche, quindi l'inevitabile aggiustamento delle lancette da polso, al gong impietoso del Big Ben. Con discrezione, mi raccomando! Qualche solerte “bobby” in giubbetto giallo ed elmetto nero potrebbe scambiarvi per un finto suddito della Regina. Qui i petardi non vanno più di moda.

Piccadilly Circus chiama. L'ammiraglio Nelson si sta agitando dall'alto della sua colonna, perché a Trafalgar Square ognuno pensa ormai a qualunque cosa, fuorché al suo eroico sacrificio contro la flotta napoleonica. Ad Hyde Park il comizio presso lo speaker's corner sta entrando nel vivo. Urge una scelta, ferrea e decisa come quella di Lord Churchill nei tempi bui delle V2. Non si può avere tutto: o la vittoria o l'impero. O la trasgressione di Soho o i cappellini improponibili di Buckingham Palace. E via! Vada per quest'ultimo.

Incastrata nel suo bianco trono di marmo, la regina Vittoria assente più gelida che mai. Ha un'espressione tanto compita, che ancor oggi fa venir voglia di strisciarle sotto la gonna e sollevarla davanti a tutta la sua corte. Il germe del punk si annida ormai dove meno te lo aspetti, ma il passo marziale delle guardie dai copricapo simili a pelosi puff malefici, così come le affilatissime guglie dorate che separano la Corona dal volgo, esaltano una dialettica dissuasiva quanto mai efficace.

Meglio defilarsi verso St. James Park, dove i tulipani sono in fiore, le ragazze in calore e servono tramezzini al pollo cajun d'incomparabile squisitezza. Soprattutto quando sono sorbiti durante gli ultimi sbadigli del tramonto, ascoltando in sottofondo le note d'Imagine e perdendosi nell'azzurro di due occhi trasognanti.


Quando cala la sera, il Sordi in impeccabile smoking nero antracite si scopre improvvisamente figlio del “flower power”. Getta uno sguardo ai suoi formosi affetti italici e, rialzando il capo, vede infine lei. La sua Elisabeth. Supponeva vestisse ancora la divisa del college e fumasse sigarette dal tabacco dolce. Invece lavora come pr nel ristorante più alla moda di tutta Londra, il plurimilionario “Gilgamesh” in Camden Road, la sporca via dei seguaci di Johnny Rotten. Altro che meditazione e ricerca dell'estasi al centro vegetariano “The Window”! Altro che delizie afrodisiache a base di coccodrilli affettati, locuste croccanti e scorpioni al cioccolato presso la cucina de “L'Archipelago”! Elisabeth la bella siede proprio lì, sul divanetto accanto, mentre il povero Dante Fontana è costretto a scrivere cifre e numeri, anziché tener fede al poetico lirismo del suo nome. Fortuna che le mastodontiche pareti di legno intagliato impongono una perlustrazione del ristorante, sì da comparare l'odierna maestria degli artigiani indiani con gli scalpelli sacri degli antichi Babilonesi. Passo dopo passo, lei è sempre e immancabilmente lì, accanto, vicina, vicinissima: fa domande di cortesia, aleggia nel suo attillato vestitino sixties, civetta con gli occhioni azzurri e non trova pace nella vaporosità dei suoi lunghi capelli mori. Si sfiorano, si guardano e sono ad un soffio dalla parola proibita.

Maledetto Big Ben! Quarant'anni fa i tuoi rintocchi cantavano “Time is on my side”. Oggi ricordano impietosi la partenza per la salmastra Liverpool. Time's over. A nulla valgono i burrosi biscottini Walker serviti col tè delle 5 in prima classe. Non consola neppure una fetta smisurata di cheese cake. Fuori dal finestrino inizia a piovere. “Goodbye my London town. Goodbye!”. E la pioggia si fa segreta lacrima.

Ma si sa: da una "trista" lacrima sgorga talvolta una lacrima "gaudia". Non è merito della sovraeccitata guida bionda in attesa al capolinea. Non dipende neppure da qualche candida pista sottrattale in un momento di defaillance, mentre immagina di tornare nella sua Oslo ascoltando “Ferry cross the Mersey” o “You'll never walk alone” di Gerry&the Pacemaker. Il Merseybeat ha fatto il suo tempo. Non certo il Cavern Club, dove i quattro Scarafaggi più famosi del mondo si sono clonati per deliziare in eterno le nuove generazioni. Piccolo e fumoso, quasi scompare nella mastodonticità imperiale del grande porto per le Americhe: da una parte si erge sino ai nembi la gloriosa Radio City Tower, che lanciò nell'etere la British Invasion; dall'altra ruggisce l'ottocentesca Town Hall, le cui colonne neoclassiche sono vegliate nottegiorno dagli ultimi leoni d'Inghilterra; più in là i palazzi delle Tre Grazie non rinunciano alla superbia della verticalità, nonostante siano responsabili del vaglio dell'innaffondabile Titanic. Ottocento anni fanno oggi gonfiare d'orgoglio la città dei Reds e degli Scoons, che - mai doma - festeggerà pure nel 2008 la sua incoronazione a capitale della cultura europea. Eppure negli anfratti di Mathew Street, dove la statua del giovane Lennon sbircia sorniona l'ingresso al suo tempio musicale, le luci rosse delle insegne rimandano all'anima “working class” di quel che in fondo resta un affaccendato porto di mare.


Nel covo dei Beatles si respira infatti l'aria giocosa e un po' trasgressiva dal primo brit-rock, perché nelle chitarre scorre scoppiettante elettricità, mentre nelle vene delle ragazze così tanto alcool da farle roteare nelle braccia del primo che capita. Ben diverso dal vegliardo gusto feticista che si respira nei pressi del museo “The Beatles Story”, dove il candido piano del poeta di Liverpool s'impolvera accanto alle uniformi di Sgt. Pepper, o ai monitor d'accesso ai meravigliosi Sixties. La testa di ponte del Mersey resta sotto sotto una città trafficona e cocciuta, abituata ad abbassare il capo come capitan Gerrard, ma solo per correre meglio verso la porta che ben cinque volte ha dischiuso il trono d'Europa ai suoi soccers. Con buona pace dei vecchi cuginetti dell'Everton.



Come non amare, dunque, la squadra di una città che ha saputo regalare ai fan dell'Inter una delle loro più grandi soddisfazioni, affondando ad Istanbul i vanitosi pupilli di Berlusconi? Come non credere che qui, proprio qui, la vita possa tornare ad arridere, quando un cavallo lanciato sulle verdi corsie del Grand National Aintree è pur sempre capace di trasformare una scommessa in una miniera d'oro?

Saggezza dei vecchi proverbi: “Ride bene, chi ride ultimo!”. Se lo ricordi lo spocchioso gallese dei Docklands...