Saturday, August 15, 2009

KASHMIR: NON APRITE QUELLA TOMBA!




SpiceJet ha scagliato la prima pietra. “Venite a Srinagar, la città che ospita la tomba di Gesù”. Così recitava la sua rivista di bordo la scorsa primavera, quando la giovane ed arrembante compagnia low-cost indiana era intenta a promuovere la rotta da Delhi verso la capitale del Kashmir.

Putiferio. Le comunità cristiane locali insorgono. Qualcuno parla di bestemmia pubblicitaria. A Roma i vertici del Vaticano rumoreggiano.

Eppure il collegamento aereo non avrebbe alcun bisogno di scoop, visto che sono in pochi a preferire 24 ore di bus per raggiungere l’estrema appendice settentrionale dell’India, ancor meno quelli che scelgono di viaggiare su rotaia: la tratta ferrata oggi disponibile s’interrompe nella polverosa cittadina di Jammu, da dove partono alcune jeep per un ulteriore slalom himalayano di 7 ore, in attesa che fra due anni o più si completino i lavori per l’attivazione del treno rapido diretto. 

In realtà SpiceJet non ha fatto altro che dar voce ad una teoria da tempo circolante sul Kashmir, ma attorno alla quale il mondo del turismo ha sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo: quella per cui le verdi vallate a ridosso del Pakistan sarebbero l’autentica “Terra Promessa”, “il Paradiso in Terra” di cui i testi biblici fanno menzione da millenni, a tal punto che qui pare abbiano riparato alcune delle dieci tribù perdute d’Israele. Non da ultimo, sulle loro tracce, proprio Gesù.




Certamente questa regione, insieme all’attiguo Ladakh, è meta sospetta di un numero di ebrei impressionante, soprattutto se comparato col resto del Paese o con altre destinazioni al mondo: ristoranti con la stella di David si trovano a destra e a manca, forse perché le zampette bollite di capra sono una specialità in comune con gli antichi beduini del Negev, mentre l’aramaico fa sempre chic, quasi quanto parlare un inglese oxfordiano o l’hindi forbito della neoborghesia in turbante. Sulla punta delle dita i kashmiri potrebbero però enumerare mille altre analogie col Popolo Eletto: non impiegano grasso per friggere il pane, ma usano solo olio; dispongono di coltelli a forma di mezzaluna; hanno timoni delle barche a cuore, del tutto simili ai corrispettivi in Galilea, o vestiti tradizionali quasi uguali agli israeliti, o ancora ragazze che danzano in due file contrapposte e a braccia unite. Hanno persino tombe orientate sulla direttrice est-ovest, a dispetto di quelle tipicamente islamiche disposte sull’asse nord-sud.


Non appena si sbuca dal lungo tunnel che fende i primi rilievi dalle piane soffocanti del Punjab, lo stupore sui visi è allora pari solo a quello di Mosé sul monte Nebo: l’aria si fa fresca e profumata di chinar, la pianta aromatica simbolo del Kashmir, polvere e scabre rocce vengono improvvisamente riassorbite da una natura in pieno rigoglio, mentre le acque del Dal Lake sembrano poter dissetare eserciti di profughi con la gola a secco da 40 anni di deserto. Difficile credere che fra queste lande si siano combattute le guerre più sanguinose della storia indiana, se non fosse per una massiccia presenza di militari, che occhieggia il passo dei visitatori metro per metro. Dopo l’ultima incursione del Pakistan nel 1998, Delhi tiene costantemente il coltello fra i denti ed oggi, in tutto il subcontinente himalayano, non c’è luogo più sicuro di questo tormentato lembo diviso fra due nazioni gemelle: ben 70 divisioni dell’esercito sono stanziate proprio qui, per un totale di oltre mille uomini in allerta 24 ore su 24. A Srinagar filo spinato e torrette di controllo fanno concorrenza diretta ai chioschi di pakora fritti. Lungo le due principali direttrici che corrono a ridosso del confine pakistano è invece più facile scambiare un cecchino in mimetica per una fascina fronzuta, magari in spalla a qualche pastore vinto dalla fatica delle serpentine.


La sensazione è che in Kashmir, al di là della leggendaria bellezza delle houseboat e delle coloratissime shikaran che ondeggiano sugli specchi lacustri, sia preservato qualcosa d’immensamente prezioso ed arcano. Già lo aveva intuito l’esploratore russo Nicolai Notovitch, quando sul finire dell’Ottocento venne a conoscenza della bizzarra storia di un messia approdato alle pendici himalayane, mentre alcuni monaci buddisti gli stavano offrendo assistenza presso il monastero ladakho di Hemis. Come molti altri eremi della zona, custodiva antichi testi sacri che narravano di un certo Yesha, o Juzu, o ancora Issa, giunto da lontano per predicare l’amore e la carità universale, fra uomini impegnati da secoli a cercare la salvezza ultraterrena per conto proprio (secondo i dettami della scuola Hinayana, o del Piccolo Veicolo). Il suo arrivo coincise con la grande svolta teorica adottata durante il Quarto Concilio buddista, che promosse il Grande Veicolo di salvezza per l’umanità intera (la cosiddetta scuola Mahayana) ed ebbe luogo ad Harwan, una dozzina di chilometri da Srinagar.



Presso l’odierno sito archeologico, tanto defilato quanto cruciale per le sorti della spiritualità asiatica, si possono contemplare le suggestive fondamenta delle strutture adibite al Concilio, la cui disposizione segue la grafica ipnotica degli yantra da meditazione.  

Non dovrebbe sorprendere, a questo punto, sapere che la maggior parte delle raffigurazioni locali del Buddha richiama l’incarnazione dell’Amida, ovvero del “Salvatore”: fra gli esempi più eclatanti spicca l’imponente scultura di otto metri che, su un picco solitario del villaggio di Mulbekh, segna il confine fra il Ladakh buddista e il Kashmir islamico. Nei modelli di statue risalenti al I secolo dopo Cristo, un fiore di loto appare oltretutto nel palmo di ciascuna mano e sotto la pianta dei piedi, quasi a richiamare le famose stimmate di Cristo. Le stesse visibili in modo ben più tradizionale nel calco dei piedi del santo Yuzu Asaf, la cui cappella di sepoltura (Rozabal) si trova proprio al centro di Srinagar ed è meta venerata da fedeli di ogni confessione.



Quasi non bastasse, la capitale kashmira è dominata da un antichissimo tempio noto come “Trono di Salomone”, alla base del quale è stato espressamente trascritto che fu il santo Yuz Asaf – conosciuto come il Messia - a far ristrutturare l’antico sito dei suoi padri. Al pari del tempio di Martand, ispirato all’architettura ebraica, per secoli il Trono era rimasto abbandonato a se stesso. Indubbiamente il Kashmir archeologico appare una miniera di ricordi preziosissima, ma ancora poco studiata rispetto alla ricchezza e all’importanza dei suoi reperti, soprattutto per via delle tensioni internazionali. 

Persino la momentanea scomparsa di un pelo della barba di Maometto – venerato a Srinagar nella moschea bianca di Hazratbal – è stata sufficiente per portare il paese sul baratro di un conflitto.




Oltre a possedere numerose località le cui matrici linguistiche hanno permesso di ridisegnare la carta geografica di una “Terra Santa” alternativa (si pensi agli evocativi “bagni di Mosé” nel piccolo villaggio di Bijbjara, dove le truppe pakistane hanno però gettato in acqua la millenaria pietra sacra ka-ka-bal, lasciando un “leone egizio” a sola ed offesa testimonianza), i territori a cavallo fra India e Pakistan celano tombe d’immensa rilevanza religiosa oggi quasi inaccessibili: fra queste, il sepolcro di Maria a Mari e di Mosé a Buth. O, come vorrebbe lo storico Fida Hassnain, proprio quella di Gesù. Il Messia “aiutato” a risorgere dalla setta degli Esseni, cui pare appartenesse, dopo tre giorni di cure nel Santo Sepolcro e una complessa fuga dalla Palestina.



Superata la cittadina di Bandipura, lo spettro dei Talebani aleggia però minaccioso e il Kashmir storico deve tornare a fare i conti con il Kashmir politico.

C’è chi preferisce dunque abbandonarsi alla serenità distaccata del Dal Lake e dei suoi canali navigabili, dedicandosi all’osservazione della ricchissima avifauna o barattando quotidianamente verdure al mercato galleggiante, e chi invece perdersi fra gli impetuosi torrenti della valle di Pelgham; c’è chi sceglie di setacciare le qualità del pregiatissimo zafferano coltivato a Pampur, e chi di lanciarsi a cavallo fra le popolazioni nomadi delle foreste.

D’altra parte qui paiono tutti in cerca di un proprio perché, rapiti da verità divine e vizi sin troppo umani. Forse il destino di ogni Terra Promessa: dannatamente vicina, quanto impossibile da credere.  




QUATTRO PAROLE COL PROFESSOR FIDA HUSSNAIN


Avanti! Avanti! Non perda tempo!”. Neppure una stretta di mano: il cancello anti-proiettile s’è già chiuso alle spalle. 

Benché il professor Fida Hussnain non rifiuti mai una visita nella sua graziosa villetta, scovarlo nella labirintica periferia di Srinagar non è affatto facile. Qui le vie s’attorcigliano come serpenti Naga, mentre la cinta di mura attorno alla sua abitazione è talmente alta che occorrerebbe un trampolino per scavalcarla. Da quando il suo libro più famoso, “Sulle tracce di Gesù l’Esseno” (1994), è diventato un best-seller internazionale, vivere nella capitale kashmira s’è fatto molto difficile. 

Non bastano i suoi venerandi 86 anni per godersi la pensione dopo una vita spesa come direttore degli Archivi Statali di Srinagar, né aver ricevuto la più alta onorificenza tributata ai ricercatori archeologici dal Governo di Jammu&Kashmir per passeggiare in città senza finire nel mirino di qualche integralista. I più scettici non si curano neppure del fatto che abbia conseguito il massimo grado di maestro sufi, a tal punto da essere considerato uno dei pochi esperti di mistica islamica capace di giostrarsi pure sul web (www.myasa.net); né sono pronti a riconoscere oltre sessant’anni di studi su fonti buddiste, sanscrite, persiane e himalayane: le teorie di Hussnain sulla sopravvivenza di Gesù alla Crocifissione continuano a dare scandalo e i Paesi di maggior impronta conservatrice (Italia inclusa) preferiscono boicottare i suoi libri, piuttosto che invitarlo a dibattiti pubblici. Per alcuni far visita al professore significa oggi provare il brivido del proibito,  ma chiunque desideri davvero spingersi oltre la banalità del Vero non ha che da aprire quel cancello.
HOUSEBOATS: PRIGIONI DORATE?


Cosa non s’inventa per tener lontani ospiti sgraditi. Sul Dal Lake le houseboats sono oggi lussuosi alberghi galleggianti dove rifuggire il caos di Srinagar, ma sino a poco più di 70 anni fa apparivano una delle armi diplomatiche più ingegnose. 

Volendo impedire agli inglesi di rilevare immobili sul proprio territorio, il maharaja del Kashmir escogitò nell’800 queste barche di legno finemente intagliato e preziosi tappeti, grazie alle quali i capricciosi diplomatici di Sua Maestà non avrebbero potuto vantare diritti di superficie. 

Poco è però cambiato. La Houseboat Owner Association si occupa tuttora di assegnare questi posti letto ai turisti più pretenziosi, o dal cuore perdutamente romantico.

PER ULTERIORI APPROFONDIMENTI: 
"Luci su Qumran" (fotomonografia Altrimenti)

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