Wednesday, September 14, 2011

SAO TOME' & PRINCIPE: IN BILICO SULL'EQUATORE




Ogni giorno le onde provano ad allungare le mani, ma se ne vanno con un pugno di mosche. Non riescono più ad afferrare neppure le zanzare. Da quando Taiwan ha deciso di spalleggiare il governo di Sao Tomé&Principe nella sua acerrima lotta al paludismo, sembrano sparite nel nulla. 

Così i massi sotto il forte di Sao Sebastiao sono rimasti l’ultima consolazione per le avide acque dell’Atlantico, ormai incapaci di strappare anime e speranze a questo remoto arcipelago in bilico sull’Equatore. Per quasi cinque secoli hanno preteso coloni, zucchero, schiavi, derrate di cacao e casse di caffè, costringendolo a sacrificare ogni sua ricchezza per i sollazzi dell’aristocrazia portoghese o le speculazioni dei fazenderos brasiliani. 

Tutto sa il piccolo forte di Sao Sebastiao, per quanto se ne stia appartato e silenzioso sotto lo sguardo arcigno dei tre scopritori di Sao Tomé. Non ha dimenticato nulla: le urla nelle orecchie. L’urina negli occhi. Le scariche elettriche nei genitali e il massacro di Batepà. Negli anfratti delle sue sale altisonanti sono nascoste carte che farebbero impallidire il più bieco dei negrieri, perché ogni chicco di caffè qui setacciato, ogni grammo di cacao sudato alla terra, sono immancabilmente figli della frusta e delle catene. Inutile che la statua di Pedro Escobar ora storca il naso. O che Joao de Paiva finga di volgere la testa al mare. Né il suo collega Joao De Santarém trova il coraggio di ribattere alcunché. 

Sin dal primo giorno in cui il trio mise piede sugli scogli africani, un sorriso perfido ha increspato le onde: confinare ebrei o criminali all’ombra del fallico Pico Grande valeva assai meno che mettere a frutto il fertile terreno vulcanico. E si sa: un’isola costellata di piantagioni significa economia in grande scala, commercio, anime alla deriva. Proprio per questo la cricca andrebbe però processata per induzione allo sfruttamento geografico di entità minorili: difficile immaginare come due isolette, larghe appena un migliaio di chilometri quadrati, siano state in grado di sfamare per decenni mezzo mondo. Certo è che gli assetati galeoni di tutt’Europa non potevano fare a meno di passare da qui: se oggi sono i surfisti a sfruttare lo slancio delle forti correnti atlantiche, ai tempi della tratta le navi veleggiavano verso l’arcipelago quasi per inerzia. 

Si vociferò di una maledizione vudù, ma gli iettatori avevano preso un granchio colossale: Sao Tomé è come una boa magnetica al largo del Golfo di Guinea, dove le acque ripiegano su se stesse, solo per ritrovare la giusta spinta con cui aggredire le coste americane. Ma dove cascate impetuose e fiumi tentacolari sono anche capaci di addolcire il sale delle ferite. L’arcipelago africano è pronto a riprendersi tutto quanto gli spetta: la recente scoperta di giacimenti petroliferi off-shore promette una rivoluzione che neppure gli incalliti marxisti del Movimento per la Liberazione di Sao Tomé e Principe riuscirono ad immaginarsi nel lontano 1975, anno in cui ributtarono a mare i coloni portoghesi. L’euforia è quasi palpabile nell’aria umida della capitale; cinge ogni cosa come la placenta di una madre infine sgravata: si sentono i giovani ridere e cantare, ad ogni angolo aprono atelier d’arte e nuovi uffici, il turismo freme per accogliere volti freschi. Sì, il vento è davvero cambiato. Dal Portogallo non arrivano più nobili presuntuosi, ma coppiette un po’ squattrinate in cerca della loro grande opportunità, mentre i fratelli dell’Angola inviano aiuti e investono capitali. Sulle mappe del Brasile è apparso di nuovo quel curioso scoglio che tanti natali ha donato ai suoi vecchi cittadini. Dal canto loro gli Stati Uniti hanno immediatamente installato una stazione radio per far felici i pescatori un po’ duri d’orecchi, ma assai più le sale oscure del Pentagono. Power of the black gold






Su tutti è però l’Italia ad avere sorprendentemente un asso nella manica. O forse due. Grazie alla sua esperienza trentennale nelle tecniche di lavorazione agricola in territori tropicali, il fiorentino Claudio Corallo ha messo radici a Sao Tomé già da lungo tempo, rilevando e portando agli antichi splendori due importanti piantagioni dell’arcipelago: Nova Moca, proprio nel cuore dell’isola madre, e Terreiro Velho, sull’affioramento di Principe. La qualità eccelsa della sua produzione, oltre a premiarlo come console onorario italiano a Sao Tomé&Principe, lo ha trasformato in uno dei nomi più illustri nella produzione mondiale di cacao e caffè: non a caso i suoi impianti di fabbricazione, nella capitale così come nell’entroterra, sono diventati attrattive irrinunciabili per comprendere l’evoluzione del sistema delle roças, oltre che veri e propri modelli imprenditoriali. 

“I complessi abitativi costruiti dai Portoghesi sui terreni coltivati nell’Ottocento stanno tornando ad essere l’asse portante della nostra economia – ha riconosciuto Isaura Carvalho, proprietaria della tenuta di Sao Joao Dos Angolares – ma in modo del tutto originale: oggi non sono più strumenti di sfruttamento della manodopera locale, quanto piuttosto centri agricoli sostenibili attraverso cui formare la nuova elite culturale del Paese. Insieme a mio marito Joao Carlos, giornalista affermatosi a Lisbona e ora rinomato chef, vorremmo recuperare e far interagire quasi tutte le cento roças presenti nell’arcipelago, aprendole di fatto al pubblico. E piano piano qualcosa si sta muovendo nei centri maggiori, visto che già oggi è possibile esplorare Sao Tomé alloggiando nelle tenute più grandi. 

La fine della loro nazionalizzazione ha dischiuso enormi opportunità e l’esempio d’iniziativa privata messa in campo anche qui a Joao Dos Angolares è sicuramente servito per offrire una linea di sviluppo ai nostri concittadini. Senza un vero investimento da parte del governo i tempi di recupero potrebbero però essere molto lunghi”. 

La grande proprietà a sud di Sao Tomé è una vera e propria fucina d’idee in ebollizione: l’antica villa padronale è stata riconvertita in una deliziosa pensione dov’è possibile pernottare riassaporando le atmosfere coloniali d’inizio secolo scorso; attorno, i campi producono cibo fresco per una cucina che, finalmente, celebra le virtù del meticciato senza più complessi d’identità, mentre i magazzini abbandonati hanno accolto una scuola materna. Persino il decrepito ospedale presso cui un tempo venivano curati gli schiavi, in modo tale che non avessero l’opportunità di fuggire dalla roça, sembra destinato a rinascere come laboratorio sperimentale d’arte o come scuola di danze tradizionali. 

Anche in questo caso molto potrebbe dipendere dal modo in cui saprà muoversi l’Italia. “Sono arrivato a Sao Tomé quasi per caso – ammette Mauro Corbani, pittore e incisore sperimentale di Scarlino – dal momento che per ragioni familiari ho improvvisamente iniziato a frequentare l’isola. Il suo fervore creativo mi ha lasciato sbalordito: grazie a Joao Carlos qui ha preso piede addirittura una biennale d’arte che raccoglie i talenti emergenti di tutti i Paesi lusofoni, ma guarda anche, con vivo interesse, alle contaminazioni con il resto d’Europa. Per questo motivo lavoro affinché pittori, scultori e creativi italiani aprano Sao Tomé a una dimensione ancor più complessa e internazionale”. 




Già molto ha comunque fatto l’effervescente spazio Cacau, la vecchia stazione dei treni della capitale riconvertita in un’enorme piattaforma artistica, dentro la quale i colori delle tele prendono forma a passo di Tchiloli, sarti e artigiani fanno sbocciare orchidee selvagge nei materiali di recupero, lasciando che i filmati in bianco e nero riportino sui binari le canzoni ritmate a colpi di machete. Ma non è solo dai colori pastello delle architetture coloniali o dei mercati popolari che trae ispirazione il genio di Sao Tomé; la sua incredibile biodiversità, superiore addirittura alle Galapagos, è forse pari solo agli incroci di sangue dei suoi cittadini, nei quali si fondono linguaggi creoli attinti da ogni porto. 




Un’esibizione di Tchiloli o Danço- congo sostituisce egregiamente un esame del dna: ritrovarsi un Carlo Magno vestito con guantini di seta bianca e ray-ban lucenti, mentre i suoi cavalieri si sfidano in un bananeto con tutine da supereroi e baffi posticci, fa del teatrodanza un quadro grottesco a tinte psichedeliche. 

Per non parlare degli inseguimenti di brutti ceffi mascherati da zombie che, nel bel mezzo di un corteo di tarantolati, cercano di violentare i presenti con enormi falli di legno. L’oscenità e il genio delle manifestazioni popolari conservano a Sao Tomé la stessa freschezza di quando venivano rappresentate a bordo dei galeoni in rotta verso le Americhe, proprio perché il filo rosso che le lega al passato non è mai stato reciso. 







Nella stessa Sao Joao dos Angolares, dove le vecchie case dei pescatori sono sempre state palestre per gli attori delle feste che s’improvvisano alla prima occasione buona, vive tuttora la più grande e antica comunità di maroons al mondo: un gruppo di fuggitivi angolani scampati all’affondamento di un galeone negrierio intento a bordeggiare le coste dell’isola. 

Rimasti ai margini della storia ufficiale per secoli, hanno dato del filo da torcere ai portoghesi almeno sino alla metà dell’Ottocento, onorando l’eroico sacrificio del loro re-guerriero Amador.



Non è dunque escluso che qualcuno di loro si nasconda ancora in qualche laguna recondita o nelle capanne che, di tanto in tanto, sbucano sulle bianchissime spiagge dove le tartarughe giganti vanno a riprodursi e le balene a salutarle. Trasformarsi in un maroon è facile: basta abbandonare la strada battuta.



I confini del parco nazionale Obo sono talmente incerti che, guadando fiumi dove le donne cantano ancora a squarciagola mentre fanno il bucato, ci si potrebbe imbattere in un cacciatore di scimmie, così come in una begonia di due metri, nel rudere di un altoforno al pari della spaventosa Boca do Inferno: enorme cavità divorata dalla furia del mare, il cui risucchio pare scaraventi sino alle segrete di Lisbona.




Nessun allarme: tagliati in due dall’Equatore, come orgogliosamente rivendica il monumento installato sull’isoletta di Rolas, gli abitanti di Sao Tomé hanno appreso il segreto passo che porta dappertutto, senza pendere mai da alcuna parte. Suona un po’ come una cantilena. Come il tintinnio delle catene trascinate in colonna. Leve Leve. Piano Piano. 






LISBONA TORNA IN BATTAGLIA


Sao Tomé inizia a fare gola a troppi. La scoperta del petrolio ha improvvisamente trasformato l’isola in una testa di ponte strategica per tutta la costa occidentale del continente africano, alimentando grandi speranze, ma anche non pochi timori. Sino ad oggi, infatti, l’asse Lisbona-Sao Tomé ha rappresentato l’unica via di collegamento con l’Europa, grazie ad un unico volo settimanale garantito dalla compagnia di bandiera portoghese Tap. Lo scorso agosto Air Nigeria ha però lanciato tre nuovi collegamenti via Africa volti a spezzare il monopolio portoghese, utilizzando gli scali di Lagos (Nigeria), Douala (Camerun) e Libreville (Gabon): una mossa che, dietro l’apparente sostegno allo sviluppo del piccolo arcipelago, cela le mire del potente Paese petrolifero sui giacimenti appena scoperti: è infatti una società nigeriana che sta portando avanti gli studi di trivellazione e avrà perciò diritto parziale d’usufrutto nel momento in cui comincerà l’estrazione dell’oro nero. I vecchi coloni non hanno però intenzione di farsi tagliare fuori da Sao Tomé una seconda volta, per cui dai cieli africani giungono avvisaglie di una battaglia che sta mettendo in subbuglio tutto l’Atlantico: Tap potrebbe concretizzare a breve un accordo di code-share con la Sao Tomé Airlines, in modo tale da raddoppiare le proprie frequenze dall’Europa e garantire la possibilità di soggiornare nell’isola per un semplice week-end di quattro giorni, così per una vacanza più rilassata di dieci. 

Sono in fase di valutazione anche pacchetti per visitare comodamente Sao Tomé, attraverso un’estensione da Cabo Verde. Una prospettiva che piace anche all’Angola, desideroso di ancorarsi maggiormente ai flussi di passeggeri dall’Europa proprio grazie a Tap e alla sua compagnia di bandiera.

Lo scenario dei mesi a venire lascia dunque intravedere un rafforzamento dei legami fra i Paesi dell’ex impero portoghese, in opposizione ai nuovi pretendenti: Nigeria da una parte, ma anche Spagna e Francia dall’altra, grazie alle rispettive basi d’appoggio in Guinea Equatoriale (Iberia) e Gabon (Air France). Sembra che la storia coloniale dell’isola sia dunque destinata a ripetersi, ma con una bella notizia per tutti: le tariffe di collegamento potrebbero repentinamente calare dagli oltre mille euro odierni a circa 750.


EQUILIBRI PRECARI



Darwin si starà mangiando le mani. I recenti studi sulla biodiversità di Sao Tomé&Principe hanno rivelato una complessità d’habitat e di specie tale da lasciare i ricercatori internazionali a bocca aperta: le variazioni microclimatiche delle due isole, favorite dalla presenza di alti picchi vulcanici in prossimità dell’Equatore, danno infatti vita alla seconda area di maggior interesse scientifico in rapporto alle 75 più importanti foreste africane. In una manciata di chilometri quadrati si contano ben 983 specie animali e vegetali (136 delle quali endemiche), fra cui le “preistoriche” felci giganti, i cocumbas, ovvero gli unici pesci in grado di respirare sia in acqua sia in superficie, o ancora il rarissimo frusone thomensis (un uccello di dimensioni estremamente piccole). 


Lo studio dell’isola non è ancora completo, dal momento che l’intera costa occidentale è ancora poco esplorata e priva d’insediamenti umani: le incantevoli spiagge sabbiose, alternate a quelle di roccia vulcanica, presentano oltretutto una conformazione protetta che facilita la nidificazione di molte specie esogene, così come la possibilità di nuotare in pieno Atlantico senza alcun rischio. remamente piccole). 



TCHILOLI, PATRIMONIO NAZIONALE
























Di origine francese, filtrata poi in Spagna e infine accolta pure fra i confini portoghesi, la rappresentazione danzata dell’epopea di Carlo Magno è oggi il patrimonio culturale di cui Sao Tomé va maggiormente fiera. L’uso di diversi dialetti creoli, nelle fasi dialogate, rende però lo spettacolo piuttosto ostico agli occhi dei visitatori stranieri, anche perché può durare per cinque o sei ore. Basato sull’insana passione di un figlio di Carlo Magno per la moglie dell’amico Valdevino (poi assassinato durante una battuta di caccia), l’intreccio si è arricchito nel tempo di scene tratte dal folklore africano, dando vita a continue variazioni sul medesimo canovaccio. Un escamotage dei vecchi schiavi per meglio intrattenere i loro padroni, ma anche per preservare tradizioni culturali annientate dallo sradicamento dai propri territori. 

Altro aspetto curioso riguarda la scelta degli attori, presi sempre fra le fila degli uomini, sebbene siano chiamati poi a interpretare figure femminili. La musica rimanda invece a sonorità medioevali. 

Non esiste un calendario di rappresentazione vero e proprio, dal momento che il tchiloli resta soprattutto un momento di festa da condividere in occasione di eventi speciali, ma non è poi tanto difficile imbattersi in uno spettacolo: i locali amano invitare spettatori sempre nuovi, potendo suggerir loro episodi curiosi cui ispirarsi, mentre ci si abbandona ai piaceri del vino di palma.