Wednesday, December 3, 2014

VIA KARAIMU: LA' DOVE ABITA L'ALTRA EUROPA


English text here 

La fama del ristorante di Jurij Shpakovski, direttore del “Kybynlar” di Trakai, si sta spingendo ben oltre quella dei suoi apprezzatissimi ravioli di carne d’agnello, le speziate mezzalune kybyn. 

Da quando la Crimea è tornata sotto amministrazione russa, in seguito alla crisi ucraina, i discorsi che si accendono sui suoi tavoli in legno laccato, o davanti ai bicchierini dell’immancabile liquore d’erbe e radici Karaimu, rievocano spesso e volentieri i tempi della Grande Lituania



Trasferitisi dalla lontana Crimea al castello del gran duca Vytautas verso il 1397, quando i confini lituani si stendevano dalle acque del Baltico a quelle del Mar Nero, gli avi degli odierni chef caraimi erano stati accolti non semplicemente come la più fidata scorta militare della corona, ma anche in qualità di commercianti capaci di fare di Trakai un crocevia strategico per l’Europa intera.


Indre Slyziute, Dipartimento del Turismo della Lituania
Non è allora un caso se, proprio oggi, le sorti geopolitiche della Crimea si giochino fra un boccone di Ajalyk e lo scoperchiamento di un fumante Canach. Fra una danza in costume e un’esibizione di sciabole volanti. 

Ma, soprattutto, che fra gli affezionati di via Karaimu si contino soprattutto russi e italiani, questi ultimi in grado di mettere a segno la miglior performance 2014 in termini d’arrivi turistici internazionali in Lituania. 

"Se annualmente i nostri visitatori ammontano a circa 1 milione (+12% sul 2012) - ha evidenziato Indre Slyziute, chief specialist del Dipartimento del turismo della Lituania in visita a Milano - solo fra gennaio e giugno sono stati contati ben 12.880 italiani (+35.7%), con all’attivo oltre 28mila pernottamenti. Un risultato record, che consolida fra l'altro il 3° posto della Lituania fra le “best destinations” segnalate da Lonely Planet". 

Molte le ragioni avanzate in merito all’incredibile popolarità raggiunta dalla piccola repubblica baltica, dal prossimo 1° gennaio pronta oltretutto ad adottare l’euro come valuta ufficiale. 





Qualcuno ha fatto appello alle originali tendenze lanciate fra i vicoli medioevali di Uzupis, la “libera repubblica” degli artisti di Vilnius;

qualcun altro è convinto dipenda dall’unicità delle feste popolari lituane, come il rinomato carnevale Uzgavenas, la fiera di S. Casimiro o il mercato di Tymas; 

c’è chi fa leva sul cammino pedonale più lungo d’Europa, la Suvalkija di Kaunas, o sulle spettacolari migrazioni d’uccelli sopra le dune mobili della penisola curlandese; 

chi rilancia, chiamando in causa la grande archeologa lituana Marija Gimbutas, in virtù del contrasto fra l’impressionante esibizione di fede della Collina delle Croci e la sopravvivenza di antichi culti pagani nei pressi di Kernave, riserva culturale Unesco ove si conservano insediamenti risalenti addirittura al Mesolitico; 

chi, infine, si fa forte del nuovo progetto “World Amber Road”, che proprio nella Lituania vede il principale Paese votato al culto della resina d’oro. Indubbiamente ognuno serba un pezzo di verità, ma dietro i formidabili successi della “Likeable Lithuania Campaign” sta anche e soprattutto la tormentata storia d’amore fra il principe Anatoly Nikolaievic Demidoff e la sua seconda moglie Mathilde Bonaparte

No, no. Niente a che vedere con una telenovela strappalacrime. Né con eredità scottanti fra discendenti dal sangue blu.




Tutto merito, piuttosto, di un’opera eccezionale scritta proprio dall’aristocratico russo al termine di un avventuroso viaggio nell’impero zarista fra il 1837 e il 1838: “Voyage dans la Russie méridionale et la Crimée”. 

Quattro volumi dedicati direttamente allo zar Nicola I e corredati da più di 100 litografie di lusso, il cui ritorno di fiamma ha recentemente indotto a battere all’asta persino una lettera autografata di Anatoly Nikolaievic tramite la Libreria Antiquaria Gonnelli di Firenze

Basta la lettura di poche righe per rendersi conto del valore effettivo dell’opera.


I Caraimi, per norma dei loro dogmi, seguono alla lettera i libri santi; rigettano il Talmud ed i comenti rabbinici; quindi deriva loro il nome, di cui il vocabolo kara, scrittura, diede la radicale. 

Del resto, sì fatta base fondamentale della loro credenza, non è la sola differenza che parte i Caraimi dai puri rabbonisti. 

Alcune disparità nella liturgia, nel modo di circoncidere, nel fatto degli alimenti, ed infine nei gradi di consanguineità che permettono o vietano il matrimonio, segnano una profonda linea di separazione tra cotali due sette nemiche. 

Se è d’uomo notare ancora una ragguardevole distinzione tra le due fazioni opposte della razza giudaica, diremo che i Caraimi godono, nelle regioni ove sono propagati, di una ferma riputazione di probità, offuscata da ben poche macchie”. 

Si tratta di una delle prime descrizioni antropologiche sulla minoranza dei Caraimi, ampiamente stampata in Europa e attenta a indagare sulle origini non mitizzate di un antichissimo culto ebraico sorto in Mesopotamia nell’VIII secolo e, da lì, propagatosi poi in diverse comunità, fra cui quella dei turchi di Crimea e di Trakai. 

Onde sottrarsi ai rischi di periodiche rivalse antisemite, Abraham Firkovich mise infatti mano alle origini dei Caraiti di Crimea, prendendo le distanze dall’originaria tradizione ebraica e facendosi riconoscere nel 1863 come gruppo etnico a sé stante. 

Un escamotage di lunga veduta: quando i nazisti occuparono la Crimea durante la Seconda guerra mondiale, decisero infatti di risparmiare i Caraiti. 

Quegli stessi cultori della parola scritta della Bibbia che – spiega Pawel Jeglinski, esperto storico di Lithuanian Tours - quasi mezzo millennio prima, erano emigrati proprio a Trakai al seguito del Gran Duca di Lituania e avevano dato vita al curioso vicolo che conduce al suo castello sulle acque: una successione di piccole e colorate case in legno, tutte dotate di tre finestre sulla facciata principale. 

Una per Dio. Una per il Duca. L’altra per gli amici. Né fra le abitazioni manca la veneratissima Kenessa, il tempio dove custodiscono esclusivamente copie della Torah non commentata, computando gli anni in funzione dei cicli dell’orzo”. 


Oggi le delegazioni della Crimea in visita a Trakai portano notizie cariche di aspettative e ne stanno facendo la piazza più calda nel dibattito sui diritti delle minoranze: il riavvicinamento alla Russia ha infatti comportato il riconoscimento legale dello status di etnia indigena ai Caraimi, sottraendo i circa 800 residenti in Crimea al rischio di ritorsioni da parte dei gruppi di estrema destra militanti nel nuovo governo ucraino. Il bimillenario cimitero formato da oltre 7mila lapidi con scritte ebraiche, il sito di pellegrinaggio più sacro per tutti i Caraimi, è al sicuro. I più anziani sperano addirittura che le speciali attenzioni loro riservate dal governo russo, impegnato a riabilitare la propria immagine di garante delle minoranze, si traducano nella riapertura dell’antica Kenassa di Simferopol (divenuta una stazione radio in epoca sovietica), affinché possa riaffratellarsi con quella di Trakai e di Lodz, fra le più importanti in Europa. D’altra parte, dalla zarina Caterina II a Stalin, numerosi sono stati i tentativi di fare della Crimea una micronazione ebrea dove trovassero naturalmente posto anche i Caraimi e i loro “gemelli” Krymchaks, di fede giudaica rabbinica; a tal punto che “Hey Dzhankoye” – ha ricordato Jeffrey Veidlinger su WhyIsrael.com - divenne in epoca sovietica uno dei canti yiddish più popolari sui successi della collettivizzazione agricola, grazie al suo inconfondibile attacco Sulla via per Sevastopoli, non troppo lontano da Simferopoli. 

Un sogno poi infranto dall’invasione nazista e dalle nefaste conseguenze che questa indusse sulla successiva strategia geopolitica. A trarne beneficio, in ultima battuta, sono pure le vestigia lasciate dalla potente famiglia del principe Analoty Nicolaievic, erede di una casata di Tula arricchitasi grazie alla produzione d’armi per l’impero zarista. La splendida villa San Donato di Firenze, in cui il principe visse e di cui portò il titolo nobiliare, versa ancora in rovina per via dei pesanti danneggiamenti subiti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma la ritrovata popolarità di Demidoff potrebbe contribuire al rapido recupero dei restauri avviati nel 2012. La proprietà è stata infatti inclusa fra i siti sensibili del progetto d’investimento “Investingculturalheritage” e, nella ricerca di possibili mecenati odierni, ammicca proprio in direzione della Lituania e della Russia, al fine di rafforzare un’intesa culturale fra i tre Paesi. 

Ne gioirà anche Mathilde Bonaparte, che proprio a Firenze legò i ricordi più entusiasmanti della sua vita, dopo aver incontrato il suo futuro sposo al rientro dalla spedizione in Crimea. 

La bellissima figlia del fratello di Napoleone I e di Caterina di Wuerttenberg rilanciò infatti la fortuna della famiglia imperiale francese, venendo letteralmente sommersa dai leggendari gioielli che il Principe russo faceva pervenire da Parigi alla loro dimora fiorentina

A nulla valsero però per placare la sua indignazione, quando scoprì che Anatoly aveva un’amante: Mathilde fuggì a Parigi dopo una violenta sceneggiata di gelosia, costatale uno scandaloso schiaffeggiamento pubblico. Anatoly cercò più e più volte di riabilitare la propria immagine con opere pie, ma il sogno pareva definitivamente infranto: una guerra disastrosa, le cui conseguenze abbiamo ancor oggi sotto gli occhi, era pronta ad abbattersi sulla “sua” Crimea e sui Caraimi. 

Ma là dove la guerra ha fallito, Italia, Russia e Lituania hanno oggi una chance davvero unica per cambiare la storia.


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