Friday, December 18, 2015

La Via dei Sarmoung/8 - GOBUSTAN (Azerbaijan)


A Gobustan le pietre parlano. Talvolta cantano, nel tentativo di accordare la loro voce a quella borbottante dei quasi 400 vulcani di fango che incorniciano la più importante riserva di petroglifi dell’Azerbaijan. Il problema, però, è capire cosa diavolo mai stiano cercando di dire da 15mila anni a questa parte. 

Ci hanno provato archeologi, esploratori, persino musicisti, ma ognuno è riuscito a intendere solo una parte della loro complicatissima storia, anche perché i loro racconti obbligano a prendere in considerazione tempi e località che sembrano aver ben poco in comune. 

Si dice che una volta i Sakain, cioè gli angeli, e le immagini degli dei, abbiano pianto su Janbusad, così come tutti i Sakain avevano pianto su Tammuz”. 

Ci risiamo. Azad è un pozzo inesauribile. Proprio come i giacimenti di petrolio e gas che tempestano i 64 aridissimi chilometri fra Baku e il sito archeologico, salutato instancabilmente dalle braccia azzurre delle trivellatrici. Fa un passo e si ferma. Punta un graffito e comincia a rovistare nelle memorie dell’intera Mezzaluna fertile. Collo massiccio, occhi vivaci del colore dell’ossidiana, non è la solita guida che recita la lezione a 33 giri. Per lui Gobustan è piuttosto un punto d’incrocio, il luogo dove convergono i saperi millenari di una tradizione che non conosce differenze di razze o di credo, pur ammettendo di aver di fronte uno dei più antichi rompicapo dell’umanità. Seguirlo nelle sue digressioni, però, implica aver ben presente una mappa geografica i cui punti cardinali si estendono almeno dall’Armenia al Khuzestan

Thursday, December 17, 2015

Sarmoung's Way/8 - GOBUSTAN (Azerbaijan)


Stones speak in Gobustan. Sometimes they sing also, trying to tune their voice to the gabble of nearly 400 mud volcanoes surrounding the most important reserves of petroglyphs in Azerbaijan. The problem, however, is to understand what the hell are saying over the past 15 thousand years.

Archaeologists, explorers, even musicians have given a try, but everyone has been able to understand one part only of their so complicated history, just because their stories force us to consider times and places that seem to have little in common.

"It is said that once the Sakain, i.e. the angels, and the images of the gods, have cried over Janbusad, as well as all Sakain had wept on Tammuz”.

Here we go, again. Azad is an inexhaustible wealth. Exactly like the oil and gas fields that stud 64 very arid kilometres between Baku and the archaeological site, tirelessly hailed from the arms of blue drilling machines. He takes a step and stops. Points graffiti and begins to rummage through the memories of the entire Fertile Crescent. Massive neck, obsidian-eyed, he is not the usual guide repeating the lesson at 33 rpm. Gobustan, for him, is rather a crossroads, the place where the knowledge of a millennial tradition that knows no differences of race or creed converges, even admitting to have in front one the oldest puzzle of humanity. To follow him in his digressions, however, implies having in mind a geographical map whose cardinal points extend from Armenia to Khuzestan at least.

Friday, December 4, 2015

La Via dei Sarmoung/7 - LALISH (Iraq)



English Text Here

Trovare la dimora degli angeli è molto più semplice che cercare la Terra dei Sarmoung. Non occorre cimentarsi in prove letali quali la scalata del vulcano armeno Azhdahak, né perdersi nella lettura di testi antichissimi e pieni di allusioni. Basta affittare un’auto a Duhok, trafficata cittadina irachena a pochi chilometri dal confine turco, e puntare dritti verso le fronzute colline di Lalish. Dopo un’ora di scabre piane popolate dagli ultimi discendenti dei pastori assiri e qualche fiamma perenne che segnala remote raffinerie, chiunque sarà in grado d’indicare dove riposi Melek Taus, il demiurgo scaturito per illuminazione da Dio.

Thursday, December 3, 2015

Sarmoung's Way/7 - LALISH (Irak)



Original Italian Text here

Finding the abode of angels is much easier than looking for the Land of Sarmoung. No need to engage lethal tests such as climbing the Armenian volcano Azhdahak, or getting lost in old tomes full of allusions. 

Just rent a car in Duhok, busy Iraqi town a few kilometres from the Turkish border, and make a beeline to the leafy hills of Lalish

After one hour of rough plains, populated by the last descendants of the Assyrian shepherds, and eternal flames signaling remote refineries, anyone will be able to indicate where Melek Taus rests, the demiurge araised by God’s emanation.

Monday, November 30, 2015

GESU' IN INDIA? Intervista a Manuel Olivares

Uno spartiacque. La recente uscita del libro “Gesù in India?”, frutto di uno studio decennale sul campo del sociologo Manuel Olivares, rappresenta il punto di svolta per la bibliografia italiana sugli “anni mancanti” di Gesù.

Per due ragioni, almeno. Non solo raccoglie ed esamina criticamente i contributi pubblicati in questi anni principalmente all’estero, ma apre nuove prospettive di sviluppo, invitando a un dialogo quanto mai indispensabile fra culture e religioni oggi in stretta convivenza.

Dall’India al Pakistan, passando per il Nepal e i monasteri dell’Himalaya, la ricerca - anticipata in alcuni approfondimenti di Altrimenti.net ("Non aprite quella tomba!", "Luci su Qumran") - si arricchisce attraverso il fecondo scambio con Vivere Altrimenti: casa editrice fondata proprio da Manuel Olivares e insieme alla quale è in corso una collaborazione di Altrimenti.net da aprile 2015. 

Prima di dar vita al suo progetto editoriale, nel 2009, Manuel aveva esordito con un prezioso saggio pubblicato per Malatempora (Vegetariani come, dove, perché), cui ne seguirono altri sempre in linea con la filosofia della ecosostenibilità (Comuni, comunità ed eco villaggi in Italia, 2003; Comuni, comunità ed ecovillggi in Italia, in Europa, nel mondo, 2007). Titoli e collane sono ora visionabili direttamente sul sito di Vivere Altrimenti. Le foto corredate all’intervista sono di Manuel Olivares.

Friday, November 27, 2015

La Via dei Sarmoung/6 - ALAVERDI (Armenia)


Il primo istinto di chi arriva ad Alaverdi è di volersene andare appena possibile. E sarebbe un errore imperdonabile.

Tutta colpa dell’enorme complesso di lavorazione del rame che, sopravvissuto alla caduta dell’Unione Sovietica, è rimasto l’unico vero padrone del Debed, il brullo canyon fluviale a cavallo fra Georgia ed Armenia.

Sormontato da una ciminiera sempre pronta ad alitare nubi di triossido di zolfo, irremovibile nella sua architettura megalitica di mattoni ocra e sudore tossico, tenta ostinatamente di accattivarsi la fiducia dei residenti, così come dei saltuari visitatori, senza mai centrare il solo argomento capace di rivelarne l’eccezionalità.

Thursday, November 26, 2015

Sarmoung's Way/6 - ALAVERDI (Armenia)



The first instinct of those who arrive in Alaverdi is to leave as soon as possible. And it would be an unforgivable mistake. 

All because of the huge complex of copper processing that - outlived the fall of the Soviet Union - remains the only true master of Debed, barren river canyon between Georgia and Armenia

Topped by a chimney stack always ready to breathe clouds of sulfur trioxide, adamant in its megalithic architecture of ocher bricks and toxic sweat, it stubbornly tries to win the trust of residents, as well as occasional visitors, without ever pinpointing the only argument capable of revealing its exceptional nature.

Monday, October 26, 2015

La Via dei Sarmoung/5 - UPLISTSIKHE (Georgia)


Visto da lontano, al di là del fiume Mtkvari, pare niente più che un sussulto ofiolitico nel bel mezzo di un paesaggio arido e brullo. Le antiche abitazioni ai suoi piedi, così pazientemente schizzate nei carboncini di Duboi de Montpereux attorno al 1833, furono spazzate via da un devastante terremoto all’inizio del secolo scorso, permettendo al sito archeologico di Uplistsikhe di celare ancor meglio la sua vera identità. Ma gli abitanti originari, forse insediatisi prima del terzo millennio a.C., sapevano bene che occorre mantenere lo sguardo fisso su un punto preciso, affinché si possano poi rivelare quei dettagli invisibili soltanto a occhio profano. Così è ancor oggi: lungo le faglie della roccia, senza aver fretta di voler scoprire, si lasciano improvvisamente cogliere piccole aperture scavate da mano umana, sorprendenti linee rette culminanti nei vertici di triangoli isosceli, mentre sulla cima del rilievo è addirittura il profilo di un volto a prendere gradualmente forma. Simile a un gigante che, inghiottito dalla terra, tenti d’appellarsi al Sole in un ultimo, disperato slancio. 

Sunday, October 25, 2015

Sarmoung's Way/5 - UPLISTSIKHE (Georgia)



Seen from a distance, beyond the river Mtkvari, it seems nothing more than an ophiolitic shock in the middle of an arid and barren landscape. Old houses at its feet, so patiently sketched in Duboi de Montpereux’s charcoals around 1833, were wiped out by a devastating earthquake at the beginning of the last century, allowing the archaeological site of Uplistsikhe to conceal its true identity even better. But the original inhabitants, perhaps settled before the third millennium BC, knew well that you must keep your eyes fixed on a specific point, in order that you can then catch those details invisible to profane eye only. So it is today: along the faults of rock, without hurrying to find out, small holes dug by human hands let themselves suddenly get, exactly like striking straight lines culminating in the vertices of isosceles triangles, while on top of the relief it is even the profile of a face to take shape gradually. Like a giant, swallowed by the earth, trying to appeal to the Sun in a last, desperate leap.

Friday, October 9, 2015

La Via dei Sarmoung/4 - GORI (Georgia)


Stalin se la starà ridendo sotto i baffi. Ancora una volta. Che si arrivi a Gori per omaggiare il Piccolo Padre dell’URSS, o per indignarsi a suon di selfie contro il tiranno ormai spacciato, la strategia della dissimulazione funziona ancora benissimo nella sua città natale. Tutte le attenzioni sono per lui, per la sua prima casa protetta sotto un imponente colonnato sovietico, per la piazza municipale ormai orfana della statua del Generalissimo, per la via che rivendica ostinatamente il suo nome, ma soprattutto per l’astuto museo che consegna ai posteri mezze verità.

Wednesday, October 7, 2015

Sarmoung's Way/4 - GORI (Georgia)



Stalin will be laughing up his sleeve. Once again. Wether it is you get to Gori to pay homage to the Little Father of the USSR, or to be indignant about the tyrant through a revealing selfie, the strategy of dissimulation still works very well in his hometown. All the attention is for him, for his first house protected under an imposing Soviet colonnade, for the city square now bereft of Generalissimo’s statue, for the street stubbornly claiming his name, but especially for the smart museum passing on to posterity half-truths.

Tuesday, September 29, 2015

La Via dei Sarmoung/3 - TBILISI (Georgia)



Sei colonne sopra cinque archi. Se non avesse mantenuto almeno la facciata originale, sarebbe quasi impossibile sospettare cosa fosse in passato il Museo delle Belle Arti di Tbilisi. Seguendo le direttive del governo georgiano, tutte le strutture pubbliche destinate alla divulgazione della cultura tendono oggi a valorizzare un'eredità nazionale alquanto idealizzata, passando volentieri sotto silenzio trascorsi forse compromettenti. 



Dentro l’edificio neoclassico di via Gudiashvili 1 abbondano infatti icone, croci e gioielli in metalli preziosi, spesso salvati dalle chiese finite sotto mano turca, e fra i quali scintilla il veneratissimo pettorale della gloriosa regina Tamara; dei due più geniali e pericolosi studenti dell’ex seminario teologico, però, non c’è più traccia alcuna. 

Monday, September 28, 2015

Sarmoung's Way/3 - TBILISI (Georgia)




Six columns on five arches. If it had not kept the original facade at least, it would be almost impossible to suspect what was Tbilisi’s museum of Fine Arts in the past. Following the directives of the Georgian government, all public facilities aiming at the dissemination of culture tend today to value a national heritage somewhat idealised, willingly passing over in silence perhaps compromising records.


Inside the neoclassical building of street Gudiashvili 1, icons, crosses and precious metal jewelry abound, often rescued from churches gone under the Turkish rule, and among them glorious Queen Tamar’s venerable sparkling pectoral; of the two most brilliant and dangerous students of the former theological seminary, however, there is no trace.

Friday, September 18, 2015

La Via dei Sarmoung/2 - KARS (Turchia)




Alle spalle dell’hotel Miraç di Kars, dove le strade a scacchiera s’ingarbugliano in affaccendati labirinti, il negozio di vernici di Vedat Akçayoz non è affatto un vicolo cieco. Anzi, è probabilmente il luogo più adatto per cercare di capire come mai l’intonaco del vecchio avamposto zarista, al posto di camuffare la sua storia travagliata, lasci affiorare ampie crepe sulle mura delle abitazioni. 

Basta una scorsa alla vetrina d’ingresso: accanto a un barattolo di idropittura o a un pennello in pelo di bue, foto di uomini barbuti, dall’aria saggia e un po’ provata, s’accoppiano a quelle di donne in candidi vestiti di pizzo, i cui delicati foulard sono immancabilmente annodati a capelli di un biondo color grano. Sembrano totalmente fuori luogo a un primo sguardo, salvo poi regalare all’insieme un’armonia inaspettata, quasi l’azzurro ceruleo dei loro occhi servisse a ricordare che il cielo, a Kars, è capace di diradare le frequenti nubi uggiose in un battito di ciglia.

Tuesday, September 15, 2015

Sarmoung's Way/2 - KARS (Turkey)





Behind hotel Miraç in Kars, where the chessboarded streets tangle up themselves in busy mazes, Vedat Akçayoz’s paint store is not a dead end. Indeed, it is probably the most suitable place to try to understand why the plaster of the old Tsarist outpost, instead of camouflaging its troubled history, let emerge large cracks on the walls of its homes. Having a look at the entrance window is already enough: next to a jar of water-based paint or an ox hair brush, pictures of bearded men, with a wise and a little proven expression, match those of women in pure white lace dresses, whose delicate headscarves are invariably knotted around corn-blond hair. They seem totally out of place at a first glance, except for providing then an unexpected harmony to the whole, as if the cerulean blue of their eyes served to remember that the sky, in Kars, is able to dispel the frequent gloomy clouds in a blink of eyelashes.

Thursday, September 10, 2015

La Via dei Sarmoung/1 - ANI (Turchia)


Nella vita di ciascuno di noi, prima o poi, si palesa una strada che ha tutte le sembianze di una via. Non è facile riconoscerla e, sicuramente, occorre esplorare in lungo e in largo il mondo, prima di averne la consapevolezza. Due anni fa, a Goebekli Tepe, in Turchia, ne ebbi il primo vivo presentimento; oggi so che quello fu al tempo stesso un punto d'arrivo e di partenza. Dove stia insinuandosi, verso quale ignoto continente dell'anima si spinga, lo dirà solo il passo instancabile di chi, nel cuore, porta la memoria di coloro che ci lasciano... 

L’appello di Sezai Yazici non è caduto nel vuoto. Quando poco più di un anno fa prese la parola durante il “Simposio internazionale Ani-Kars”, in qualità di ricercatore storico, le sue dichiarazioni sulla scoperta di una città sotterranea inesplorata, 500 metri al di sotto delle antiche rovine armene di Ani, spiazzarono l’uditorio dell’università “Kavkas" di Kars.

Visitare il sito archeologico della capitale fantasma del regno di Urartu, fra i patrimoni Unesco meno valorizzati al mondo, non è certamente il primo obiettivo di quanti arrivino in Turchia oggi. Fatto inspiegabile, a ben guardare: pur non essendo disponibili mezzi pubblici che la colleghino a Kars, a circa una quarantina di chilometri, trovare un taxi collettivo in città costa appena una domanda al proprio albergatore e una decina di euro per il tragitto. A differenza di alcuni anni fa, oltretutto, non occorre neppure il rilascio di un permesso speciale da parte della polizia.

Wednesday, September 9, 2015

Sarmoung's Way/1 - ANI (Turkey)



In the life of each of us, sooner or later, it is revealed a road that has all the appearance of a way. It is not easy to recognize it and, surely, you must explore the length and breadth of the world before having awareness of. Two years ago, in Goebekli Tepe (Turkey), I had the first live presentiment; today I know that what was both a point of arrival and departure. Where it is arousing, towards which unknown continent of the soul it drives, it will be told only by the tireless step of those who, in their heart, still bring the memory of predecessors who leave us ...


Sezai Yazici’s call has not fallen on deaf ears. When a little over a year ago he took the floor during the "International Symposium Ani-Kars", as an historical researcher, his statements on the discovery of an underground unexplored city, 500 meters below the ancient Armenian ruins of Ani, largely floored the audience of “Kavkas" university in Kars.


Visiting the archaeological site of the ghost capital of Urartu’s kingdom, one of the less valued UNESCO Heritages in the world, is certainly not the first goal of those who arrive in Turkey today. Inexplicable fact, at a closer look: despite the lack of available public transports linking it to Kars, about forty kilometers away, to find a taxi into town costs just a question to your innkeeper and ten Euros for the ride. Unlike some years ago, moreover, you do not even need the issue of a special permit by the police office.

Monday, August 10, 2015

GERUSALEMME SECONDO S. ANSELMO VIAGGI


Nasce il pellegrino 3.0. Codice che, per quanti a digiuno di numerologia, va interpretato secondo la massima latina “Trinitas fiat, ex nihilo nihil”. “Sia la trinità, dal niente nulla”. 

Troppo lente le parole, oggi. Decisamente ambigue. Tutto corre alla velocità della luce, ragion per cui - meglio di un emoticon - il numero regna sovrano. E numeri preoccupanti sono anche e soprattutto gli arrivi dei fedeli in Terra Santa, che – stando alle statistiche dell’Ufficio del turismo d’Israele in Italia - mai hanno rasentato livelli tanto prossimi a quello zero già in grado di togliere il sonno ai seguaci della ScolasticaE’ vero: lo spettro dell’Isis aleggia sul Medioriente, la crisi morde i consumi, eppure serpeggia il sospetto che, nel salto evolutivo occorso al pellegrino dell’era web, sia andato perduto qualcosa di geneticamente connaturato al suo status. 

Friday, August 7, 2015

JERUSALEM ACCORDING TO S. ANSELMO VIAGGI



The pilgrim 3.0 is born. Version that should be interpreted according to the Latin maxim "Trinitas fiat, ex nihilo nihil", for those uninitiated in numerology. "Trinity happens, nothing from nothing."


Words are too slow, today. Decidedly ambiguous. Everything runs at the speed of light; the reason that why - better than an emoticon - the number is king. And worrying numbers are also and especially the arrivals of believers to the Holy Land, which - according to statistics of the office of Israel Tourism in Italy - have never flirted levels so close to that zero already able to keep the Scholasticism followers awake at night. 

It's true: the specter of Is hovers over the Middle East, the downturn bites consumptions, yet it catches on the suspect that, in the evolutionary leap occurred at the Web-era pilgrim, something genetically inherent to its status has gone lost.

Friday, July 17, 2015

PERCHE' CONTINUEREMO A TORNARE A WATERLOO


Morta ad Atene, l'Europa rinasce a Waterloo. Messo frettolosamente alla berlina da un infelice articolo apparso sul quotidiano La Repubblica, lo straordinario Bicentenario della ultima, titanica battaglia di Napoleone, ha in realtà mostrato una via verso cui siamo tutti chiamati. 

Anzi, ben più di una: se l'Ufficio belga per il turismo Bruxelles-Vallonia è stato abile e lungimirante nel riaccendere i riflettori sulla fondamentale importanza della Route Napoléon en Wallonie, quel fatidico tratto che l’imperatore percorse nel giugno 1815 da Hanau a Waterloo, l’intervento al Bicentenario dell’ultimo discendente dei Bonaparte risuona ancora nelle orecchie degli europei, ricordando loro chi siano davvero e su quale piano si debbano confrontare: tanto più oggi, di fronte al disperato tentativo greco di opporsi alle umilianti politiche economiche dell'Unione Europea. 




L’anelito ai valori della libertà, dell'uguaglianza e della fraternità resta vivissimo nel pro-pro-pro-nipote dell'imperatore, Charles Napoléon Bonaparte. Ma è altrettanto preoccupante che l’Italia abbia nicchiato su un evento così importante, che il governo francese abbia disertato la manifestazione svoltasi in Belgio fra il 18 e il 21 giugno, che la Gran Bretagna ne abbia approfittato per sbandierare la sua vetusta Union Jack, in assenza di una Germania saggiamente impegnata a guardare a est, ma assai diplomatica nel farsi rappresentare dall’erede del generale d’acciaio, il principe Nikolaus Bluecher von Wahlstatt (benché il Bicentenario quasi non abbia fatto menzione del decisivo apporto alla battaglia delle truppe prussiane). La sua stretta di mano con Charles Bonaparte e l’ultimo Duca di Wellington è servita ad auspicare, più che a sancire, una ritrovata armonia nel consesso europeo, ma sul Bicentenario di Waterloo storici e politologi restano dell'idea che non sarà possibile porre alcuna solida pietra di costruzione, se non quando verrà riconosciuto l’indispensabile contributo agli equilibri di potere dell’unico invitto baluardo contro ogni volontà d'egemonia continentale: la Russia. Persino Napoleone, infatti, fu costretto ad aprire gli occhi di fronte alla tragedia della sua Grande Armée nella terra degli Zar, rivalutando il contributo della diplomazia rispetto all’ineluttabilità della guerra. Fu la sua illuminazione per Damasco,  o meglio la sua personale scoperta della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, benché incarnatasi sui ponti della Beresina, dopo essergli apparsa sotto mentite spoglie nel mercanteggio della Louisiana.   


Dovette scontrarsi sul muro di un paradossale conservatorismo per realizzare - proprio lui, ex artigliere e rivoluzionario - come la libertà non fosse un’idea esportabile attraverso il fragore dei cannoni. Dovette riconoscere e ammettere l’altro, qualunque cosa esso fosse, per dire veramente chi fosse lui stesso. E ancor oggi, la multipolarità geopolitica reclamata dalla Russia, così come dalla Cina e da tutti quei Paesi capaci ancora di guardare al mondo altrimenti, dovrebbe rendere evidente all’Europa che mai si dà universale, senza particolare. Che l’unità virtuosa è sempre frutto di coesistenza dinamica, piuttosto che di un subdolo monopolio di parole, leggi e idee.









Ben venga, dunque, l’ambizioso progetto di Charles Bonaparte, intitolato “Destination Napoléon”: insieme di rotte turistiche certificate dal Concilio d’Europa proprio pochi giorni prima delle celebrazioni del Bicentenario di Waterloo, al pari di altre note “Vie culturali”, come il Cammino di Santiago di Compostela, la Via Francigena, la Rotta dei Vichinghi o la Via dell’Olio. Un percorso nato in realtà più di una decina d’anni fa, grazie all’impegnativo dialogo avviato dalla Federazione europea delle città napoleoniche, decise a riallacciare i fili di un’identità che si spinge oltre i nazionalismi, ma non per questo rinuncia ai valori fondanti della nazione: era questo il sogno dell’ultimo Napoleone, quello più prudente e riflessivo, consapevole della necessità di operare in senso federale, onde evitare che l’egemonia dell’uno si rivoltasse contro quella dell’altro. La disfatta belga lasciò questo sogno sulla carta, più verosimilmente nel fango della campagna vallone, ma fortunatamente le idee instillate fra i cittadini europei hanno potuto lentamente attecchire.


Il risultato, a un mese dalle celebrazioni di Waterloo e sull’onda delle nuove Termopili greche, comincia a essere sotto gli occhi di tutti: da Ajaccio a Rueil-Malmaison, da Alessandria ad Austerlitz, per spingersi sino alla campagna russa di Borodino, sono ben 60 le città che hanno già aderito al progetto (ma nuove affiliazioni restano aperte), raccogliendo allo stesso tavolo ben 12 Paesi europei. Un’unica casa che, appellandosi alla cultura e al turismo come via di pace, può unire Lisbona agli Urali, disegnando l’Europa nella sua complessità identitaria, senza mutilarla di quella parte che, più di una volta, si è dovuta sobbarcare la missione di salvarla dalle orde dell’Est, così come dell’Ovest ("Noi - solo un'ora, voi secoli aveste - cantava il poeta Aleksandr Blok ne "Gli Sciti" - Noi, servi docili e ubbidienti, fummo lo scudo tra le razze avverse/dell'Europa e delle barbare genti!"). 





I nostri Paesi, la nostra Europa – ha ricordato Charles Napoléon Bonaparte, affiancato dal figlio 29enne Jean Cristophe - hanno bisogno di rafforzare la consapevolezza delle proprie radici, al fine di accrescere la fiducia nella capacità di affrontare le grandi sfide d’oggi. Anche il nostro desiderio di capire sempre meglio, di mostrare il nostro patrimonio culturale, è strettamente legato al nostro desiderio di andare avanti nel progresso sociale ed economico. La questione dell'identità è al centro di tutte le crisi del nostro tempo. Cambiamenti comportamentali sono necessari per affrontare le sfide ambientali, lo sviluppo della scienza e della tecnologia, il sottosviluppo, ma ognuno di questi ambiti non può poggiare su un terreno sicuro, senza godere della pace e della riconciliazione con il proprio passato. Come dice l’antico proverbio, non ci può essere futuro per coloro che non accettano la propria storia”.







Cosa rimarrà, dunque, di questo cruciale Bicentenario, costato 10 milioni di euro e capace di raccogliere quasi 200mila visitatori solamente nei quattro giorni di ricostruzione? 



Al 31 luglio chiuderà i battenti la mostra “Napoleone-Wellington, destini incrociati”, intrigante nello scavare la psicologia dei due condottieri attraverso le loro memorabilia, da borse per documenti segreti a ciocche di capelli su cui sospiravano le tante amanti, e dunque destinata a trovare nuovi spazi al di là del museo Wellington di Waterloo; stessa sorte toccherà all’originale esposizione “Storia in mattoncini Lego”, che ha trasformato le antiche scuderie della città in uno spaccato in miniatura della fatidica epopea napoleonica, con riproduzioni in scala della reggia della Malmaison, dell’ospedale des Invalides, osando persino una riproduzione del famosissimo dipinto a cavallo di Jacques Louis David (200 ore di lavoro per 100mila mattoncini!), in mezzo ai quali si affaccendano omini dalla testa gialla, ma dagli inevitabili copricapo a gobba o con croci di ferro al petto.






I fuochi d’artificio, i cavalli gonfiabili e le torce ardenti dello spettacolo “Inferno” hanno tentato di lanciare un monito con l’unico linguaggio che ancora accomuna generazioni differenti, quello della rock-opera, mentre i 5.000 figuranti scesi in campo in uniforme hanno risvegliato il terrore delle artiglierie incrociate, il tremore della terra sotto la carica della cavalleria, la follia delle geometrie militari che tracciano linee, quadri e cerchi, con uomini usati come pedine. 

Né passerà sotto silenzio la cruenta ricostruzione degli interventi sanitari operati nella piccola chiesa di Braine-l’Alleud, visitabile sino al prossimo 5 settembre, dove, fra urla di arti mozzati e budella squartate, perse la vita buona parte dei 13mila feriti “Alleati”, comunque più fortunati della controparte francese sconfitta, che ne contava ben 18mila. Più delle immagini sulle amputazioni e le rudimentali protesi sperimentate all’epoca, a sorprendere è il realismo degli acquerelli prodotti da Sir Charles Bell, fra i più importanti anatomisti ottocenteschi e scopritore della sostanziale differenza fra nervi sensoriali e nervi motori, alla base della moderna neurologia clinica. Gli appassionati di storia continueranno ad affluire sui campi di Waterloo, scalando la collina del Leone per contemplare i fantasmi dell’orrore, scendendo i gradini per inoltrarsi nelle nuovissime sale del Memoriale 1815, o puntando lo sguardo in quella dannata fattoria di Hougoumont che, grazie ai copiosi fondi inglesi per il restauro, può ancor oggi dirsi la vera chiave di volta della fatidica battaglia. Si berrà birra di Waterloo e si gusteranno le sue palle di cioccolato, anziché di piombo. Ci si stupirà delle dimensioni ridotte del letto di Napoleone alla stazione di Le Caillou, così come dell’audace eleganza delle uniformi imperiali, ma non appena il clamore si sarà spento, quando i cavalli si saranno allontanati, allorché le nuvole saranno tornate a velare il sole, converrà accucciarsi sui campi della carneficina. Accarezzare con le mani la segale rugosa o i fiori di lino. Mettersi in ascolto di quella sovrana, distaccata bellezza, che tanto parla della rigogliosa Vallonia e delle sue dolci colline. Dei suoi quieti borghi dove profumi di stufato si commistiano all’odore acre del malto. Dove le biciclette appaiono e scompaiono lungo sinuose randonelles, mentre la polvere nera delle miniere di carbone scrive memorie sulla perduta innocenza di qualsivoglia rivoluzione. 






A Waterloo abbiamo perso tutti. A Waterloo possiamo ancora vincere. Perché qui, ogni anno, andrà in scena un finale che attende solo di essere cambiato. E a Waterloo, per questo, continueremo a tornare. Merci Belgique, petite maison de la Grande Europe!