Thursday, January 15, 2015

SUL BEFFROI DI MONS, CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2015


Beffroi Mons2015©Icarus Projects
Su la testa. Siamo uomini, parbleu, non schiavi! Gobbi sul display del telefonino a livelli ormai cronici, con una capacità di sguardo laterale ridotta a quella di una talpa ottantenne e riflessi istintivi appena pari alla contrazione del dito indice, abbiamo ancora una chance per liberarci delle nostre catene: correre a Mons il prima possibile. 


Cie Carabosse: Installations de feu @Mons2015
Il 24 gennaio la cittadina belga aprirà ufficialmente i festeggiamenti come Capitale europea della Cultura 2015 – anticipa Silvia Lenzi, direttrice dell’Ufficio belga per il turismo Vallonia e Bruxelles in Italia – e per strada si accenderanno oltre 18mila sfere a specchio, migliaia di candele, oltre a innumerevoli robot fluorescenti: la luce dell’ingegno e della creatività è infatti il leit motiv dell’annata di Mons. 

In calendario abbiamo previsto ben 300 eventi, cui parteciperanno più di 5mila artisti e 400 organizzazioni, tutti pronti a puntare i riflettori sulla rassegna creativa Mons Superstar e sull’altrettanto sperimentale fab-lab Café Europa. Ma il capoluogo dell’Hainaut trabocca a tal punto d’ingegno e cultura che basta anche uno solo dei suoi tesori per ricordare agli europei chi siano davvero”. 

programma ufficiale



Le mythe de la Tête d'Or @ Mons2015
Occorre appena alzare gli occhi: là dove il parco Château Comtal s’inerpica, un’enorme “caffettiera” serve in tavola verità bollenti, ma assai facili ad andare in fumo. Perché l’ingeneroso appellativo appioppato alla torre civica di Mons, su ironica istigazione di Victor Hugò, ne rivela forse la forma, ma non ne coglie affatto l’essenza. 

La “énorme cafétiere flanquée au-dessous du ventre de quatre théières moins grosses” è, e resta innanzitutto, una pietra angolare della nostra coscienza civica. In una parola, un beffroi: straordinaria scala verso il cielo che, agli occhi degli antichi cartografi valloni e fiamminghi, testimonia “la diffusione dell’esercizio del katascopos: la vista dall’alto esercitata sul globo terrestre che porta a una relativizzazione dei valori e dei traguardi umani, ma anche all’adozione di una prospettiva intellettuale, lo sguardo spirituale che dischiude la bellezza e l’ordine del mondo al di là del luccichio delle apparenze e dei limiti della conoscenza umana”. 




Beffroi - Vue Aerienne @ DR
E’ sicuramente questa una delle ragioni che, nel 1999, ha spinto l’Unesco a includere ben 32 torri civiche della Vallonia e delle Fiandre nella lista dei Patrimoni dell’Umanità, poi rimpinguata nel 2005 da altri 23 esempi svettanti nel nord della Francia. L’intera area compresa fra Amiens e Middelburg, nella Zelanda olandese, preserva quasi intatti i fieri bastioni della democrazia moderna, risvegliatasi lentamente nell’Europa Medioevale dei Comuni ma, da quel momento in poi, capace di  resistere alle pretese assolutistiche di chiese, re o imperatori. E, si spera, anche di quei governi europei che oggi tentano di accollarci fastidiose etichette o, peggio ancora, di attribuire ad altri le proprie spaventose colpe. 

Fra gli esemplari più emblematici non poteva mancare il beffroi di Mons, l’unico in tutto il territorio belga di stile barocco. Incappucciata da un insolito tetto panciuto - pomposo tentativo di porre pezza al crollo della vetusta struttura portante l’orologio civico – la torre di Mons rappresenta a tutti gli effetti l’anima e il perno originario della città. Forte di 365 scalini, che corrono all’interno di una struttura composta dall’incredibile numero di 459mila mattoni in arenaria di Bray e pietra azzurra, dal 1278 si conferma il punto di riferimento essenziale per chiunque voglia muoversi in città: dall’alto dei suoi 87 metri occhieggia ogni movimento sospetto e, se qualcuno si dovesse mai attardare su fragranti Ratons de Car d’Or o Macarons al profumo di vaniglia, verrebbe presto strigliato dall’enfasi argentina delle 49 campane montate al suo interno. 

Collégiale Ste-Waudru - Vue aérienne @ Ville de Mons
Collégiale Ste-Waudru @ C. Carpentier

Du broeucq Collégiale Ste-Waudru © visitMons / Gregory Mathelot
In barba al detto locale “C’est comme la tour Saint-Waudru, on n’en verra jamais le bout”, i lavori per l’allestimento del nuovo museo della torre sono ormai in dirittura d’arrivo e, pur non avendo raggiunto ancora i 190 metri prefissatisi ai tempi della patrona di Mons, hanno però dato vita a un progetto destinato a tener banco. 

“La riapertura del beffroi non riconsegna alla città soltanto uno spazio per approfondire e valorizzare la propria storia - spiega Amalia Brancart, responsabile comunicazione de l'Ufficio belga per il turismo Vallonia e Bruxelles in Italia, oltre che autrice di uno studio di rilancio del circuito dei beffroi - ma getta luce sul perché le torri civiche del Belgio, al pari di quelle francesi e olandesi, siano oggi tanto fondamentali per i nostri diritti. Distinguendosi sin dagli inizi dai baluardi del potere signorile o militare, ma introducendo soprattutto una scansione della quotidianità cittadina distinta da quella ecclesiastica, i beffroi ricordano a ciascuno di noi che nasciamo, siamo e restiamo una comunità di eguali”. 

Carlo V
Dal garzone che sforna pane, al giudice impettito in tribunale, ognuno ritrova la sua ragion d’essere fra le quattro mura che immancabilmente sovrastano ogni libera comunità e i cui spazi interni, oggi, iniziano finalmente a essere visitabili. 

Proprio lì, di volta in volta, sono state custodite le chiavi della città, i tesori del Comune, le celle per i malviventi, le sale per le riunioni supreme, i carillon capaci d’ammansire i mostri del folklore, ma per l’Europa che non smette di sfidare i confini e, al bene dei suoi cittadini, antepone non di rado gretti interessi economici, quei giganti di pietra hanno finito per rappresentare paradossalmente gli immarcescibili “campanilismi” dell’Altro: che fosse il turno delle truppe di Carlo V, di Luigi XIV o dell’esercito del Reich, i beffroi hanno risvegliato soprattutto l’appetito per facili bottini. 

Eppure, se le loro porte fossero state lasciate aperte e le rampe di scale percorse sino alla vetta, ben altra ricompensa avrebbero saputo dispensare: come ogni città libera, da lassù, scopre d’essere lo sviluppo confuso di due assi perpendicolari al cui centro è infisso il beffroi, così anche il mondo dei cristiani, degli islamici, dei giacobini o delle talpe ottuagenarie, appare quel che davvero è. 

Oronce Fine (1494-1555) Map of the world, 1534-36
Per sfuggire alle ritorsioni politiche o religiose, nel Rinascimento venne infatti escogitata una tecnica di rappresentazione del globo il cui valore, oggi, pare più attuale che mai: come suggerirono magistralmente il cartografo francese Oronce Finé nel 1531 e poco dopo il collega fiammingo Mercator, utilizzare la proiezione azimutale permetteva di mostrare la terra senza prospettive che privilegiassero un regno, piuttosto che un impero; eppure la loro scelta non risultò così innocente come pretendeva d’essere. 

Celava il segreto di una filosofia che l’autorità, di qualunque specie essa sia, non ha mai smesso di vedere con sospetto: innalzare lo sguardo, aprire un punto di visione partendo da vertici polari, finiva per trasformare il globo terreste in una curiosa proiezione “a forma di cuore”. Metafora che, per i seguaci di Lutero, evocava l’idea di vita emotiva interiore come principio attraverso cui dar forma al mondo fisico. 

Reflections @ sayforward - She
Non a caso il poeta John Donne, nel suo componimento “The Good-Morrow”, cercò di mostrare come la più profonda conoscenza del mondo si disegni proprio nel gioco di sguardi fra due amanti: 

Siano pure andati gli esploratori per mare in altri mondi/abbiano le mappe mostrato ad altri/ mondi su mondi/lascia che noi possediamo un mondo solo/ognuno ne ha uno, ed è uno. Il mio volto appare nei tuoi occhi/il tuo nei miei/ e i nostri cuori semplici e sinceri riposano sui volti: dove trovare due emisferi migliori/senza l’aspro Nord, senza il declinante Ovest?”. 



Reflections @ Caspani - He
Il tentativo di trasformare la simbologia cattolica del cuore in un principio dottrinario più vicino alla sensibilità stoica che cristiana, invitando l’uomo a spaziare sul mondo col proprio sguardo, era destinato a rivelarsi un pericoloso atto d’insubordinazione all’autorità: perché un mondo a forma di cuore, che ci chiede di essere guardato come noi guardiamo il nostro stesso cuore, è sì un atto devozionale, ma anche una forma di ritiro interiore sottratta a ogni controllo, un passo audace verso l’autocoscienza e la consapevolezza. E se i mortali possono cercare d’interpretare i propri cuori, dev’esser ben chiaro che solo Dio – o chi di esso ne fa le veci - è “kardiognostes” (conoscitore del cuore): capace di vedere nel cuore senza alcun ausilio. Quasi fosse un’enorme webcam incastonata nella volta celeste. Alzare lo sguardo verso la punta di un beffroi, così come salire sulla sua vetta, si rivelava, e si rivela tuttora, un atto straordinariamente rivoluzionario; ieri un intollerabile peccato di hybris, volto a sostituire, nella contemplazione, l’uomo a Dio; oggi un inquietante gesto d’affrancamento da una prospettiva entro cui l’altro ci vuole costantemente limitati. 


Lumeçon
Forse è anche per questo che il beffroi, tradizionalmente, viene scelto per inscenare battaglie, riti scaramantici o cerimonie collettive che rimettono spesso in discussione i ruoli acquisiti: a Mons, fortunatamente, non si corre il rischio di vedersi arrivare in testa gatti esterrefatti, come avviene nel carnevale di Ypres (oggi di peluche, ça va!), o aringhe olezzose, come capita invece a Dunkerque: tutt’al più si viene sbranati dal Lumeçon, l’enorme drago che ogni 57 giorni dopo la Pasqua torna a sfidare San Giorgio durante il festival della Doudou (ebbene sì, si chiama proprio così, Du-du: quest’anno attorno al 31 maggio). 

Per quanto la Grand Place si trasformi nel vero campo di battaglia e, contemporaneamente, d’esposizione delle reliquie di Santa Waltrude, l’area del beffroi si conferma il cuore pulsante della città. Anche perché l’una dista dall’altra appena 200 metri: è dalla collegiata gotica dedicata alla santa, fra i migliori esempi di gotico brabantino svettante a fianco della torre civica, che prende avvio il corteo della Car d’Or, carozza altrimenti riposta fra le slanciate navate della chiesa. 

Ed è ancora il beffroi a scandire, con l’impeccabilità delle sue campane, le varie fasi della cerimonia, quando alla rocambolesca spinta della carrozza sulla rampa di Saint-Waudru (il marito di Waltrude pronto a punire i suoi concittadini con un anno di malasorte, qualora le spoglie dell’antica compagna non arrivino in un sol strattone), fa seguito l’assalto ai peli portafortuna della coda del Drago. 

Saint George & Lumeçon

Nulla sfugge all’occhio della torre civica, così acuto e penetrante d’aver fatto di Mons la prima città d’insediamento per la Massoneria belga, il cui triangolo panottico è scolpito sin dal 1721 nella Loggia della Perfetta Unione e che al numero 3 di via Leopold I vanta la sua più moderna sede d’emancipazione. Non a caso, proprio a Mons, insegnò Marie Popelin, compagna della prima femminista capace di sfidare la Chiesa cattolica in Belgio e impartire un’educazione laica al gentil sesso: l’italo-belga Isabelle Gatti de Gamond. Né stupisce se, proprio a una ragazza monsoise d’origini italiane - Marny Di Pietrantonio - il sindaco abruzzese di Abbateggio abbia oggi affidato il compito di coordinare i rappresentanti dell’ampia comunità tricolore nel progetto Emigranti. Componente etnica quanto mai vitale e politicamente impegnatissima, come prova la carriera del primo cittadino di Mons, nonché presidente della Vallonia, Elio di Rupo

Grand Place - Réussir en Wallonie @ Severin Marie 

Van Gogh et son double © Warner

Ed è sicuramente alla punta del beffroi che Van Gogh guardava, quando fra il 1879 e il 1880 servì nei pressi della città come pastore evangelico, mentre era intento a salvare le vite dei minatori intossicatisi nelle vicine miniere di Borinage: gli stessi volti e corpi sofferenti che oggi rivivono nelle opere conservate presso la maison cuesmoise, ma che qualche soldato inglese giura di aver riconosciuto fra i fantasmi giunti in soccorso dell’esercito di Sua Maestà durante la sanguinosa battaglia di Mons, nella Prima Guerra Mondiale. 

Vincent lo sa: quelle luci flebili, nel blu profondo della solitudine, non erano che un sospiro grato a notti meravigliosamente stellate. Starry starry nights


  

Per maggiori informazioni: Ufficio belga per il turismo Vallonia - Bruxelles

http://www.belgioturismo.it/contenus/mons-2015-capitale-europea-della-cultura/it/3667.html

Amalia Brancart & Silvia Lenzi




www.belgioturismo.it


http://www.mons2015.eu/en


http://www.mons.be


1 comment:

  1. Nice article about my city Mons, greeting from Belgium
    Mons ma ville blog: http://louisette.eklablog.com/

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