Monday, March 30, 2015

Forum sugli scenari del turismo in Italia, in Europa e nel mondo. A CERNOBBIO "CAMBIO DI PASSO" CON CONFCOMMERCIO.

Villa D'Este a Cernobbio
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Problemi di volontà politica, più che di carattere strutturale, per il turismo italiano. O forse no. L’analisi di mercato presentata il 27 e il 28 marzo scorsi a Cernobbio, durante il Forum di Confcommercio svoltosi presso Villa d’Este, ha messo in luce i tanti, troppi aspetti contraddittori di uno dei comparti economici attualmente più strategici per il Belpaese: capace sì di generare il 9% del Pil nazionale, ma potenzialmente in grado d’incrementare la propria quota sino al 14%. “Negli ultimi 6 anni – ha evidenziato Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio - gli arrivi dei turisti stranieri in Italia sono aumentati di 8 milioni, passando dai quasi 42 milioni del 2008 a poco più di 50 nel 2014; stagione, fra l’altro, che ha fatto registrare oltre 184 milioni di pernottamenti, per una spesa di 34 miliardi di euro. Si tratta di un dato sicuramente positivo, benché il raffronto con i competitor a noi più vicini dimostri come il potenziale italiano resti troppo al di sotto delle aspettative”.

On. Maria Elena Boschi con Carlo Sangalli

Villa D'Este vista dal Lago di Como
Le cifre parlano chiaro: se Spagna (50.8 milioni d’arrivi) e Francia (46 milioni di arrivi) sono in grado di attrarre visitatori in linea con i livelli italiani, i benefici della loro spesa economica sono decisamente superiori: 49 milioni di euro per la prima, 42 per la seconda. Non a caso la Spagna vanta una spesa media per turista attorno ai 959 euro, la Francia di circa 914, mentre l’Italia si ferma ad appena 681 euro. Indubbia conseguenza di un minor numero di pernottamenti (il rapporto è di 3 a 5), ma anche e soprattutto di una mancata strategia turistica che valorizzi appieno l’unicità delle risorse italiane: non è possibile che, a distanza di decenni, il primo motivo di viaggio in Italia resti solo la visita delle sue grandi città d’arte (45.1%), relegando il resto dell’offerta a un ruolo quasi marginale. Solo il 16.8% dei visitatori sceglie il Belpaese per una vacanza balneare, ancor meno per soggiorni sui laghi (9%) o in montagna (8.7%), rendendo quasi impalpabile il contributo del comparto termale (3.1%), nonostante disponga di uno dei bacini naturalistici più diversificati dell’intero Mediterraneo. E proprio il Mar Nostrum potrebbe rappresentare il vero punto di svolta per il rilancio economico dell’Italia, che già con i 14 miliardi di euro derivanti da entrate effettivamente proporzionate alle visite, sarebbe addirittura in grado di alzare di un punto percentuale il proprio Pil: oggi il Sud del Paese, fra le aree meno valorizzate sull’asse Cadice-Tel Aviv, riesce ad attrarre appena 6 milioni di visitatori. 

Porto privato a Cernobbio

Briciole rispetto alla capacità di diversificazione della Spagna – ha aggiunto Sangalliche può tranquillamente essere competitiva con la regione della Catalogna, così come di Valencia o delle Baleari, per non parlare dell’Andalusia o delle Canarie. La Francia, al contrario, riesce a massimizzare i profitti facendo leva solo su Parigi e la Costa Azzurra, mentre l’Italia perde terreno persino sul proprio mercato interno: il bilancio delle presenze di questi ultimi anni resta positivo grazie al contributo straniero, con un incremento di 22 milioni (in primis Germania, Usa, Francia, Regno Unito e Russia), mentre sul fronte domestico abbiamo avuto una contrazione di ben 26 milioni d’unità”.

Penisola di Cernobbio
Sembra proprio che l’Italia non si renda conto del tesoro su cui giace o, più verosimilmente, che si accanisca a dirottare i propri investimenti su settori non in grado di offrire una spinta economica altrettanto benefica. Basti pensare che, secondo la relazione del primo Conto Satellite del Turismo, il valore aggiunto dalle attività connesse al turismo è pari a 83 miliardi di euro, cioè il 6% del totale dell’economia, con consumi interni dal valore di ben 114 miliardi. Sono infatti più di 543mila le imprese attive nel comparto, capaci da sole di dar lavoro a 2 milioni 321mila dipendenti (di cui 1.6 milioni nel settore ricettivo). Le proposte di Confcommercio, per un rapido cambio di rotta, sono sul tavolo da tempo e sintetizzabili in due punti caldi. Il primo: non limitarsi a riformare il V titolo della Costituzione, volto a mettere a sistema tutti i centri decisionali dell’offerta turistica, ma rafforzare l’azione del governo sui piani normativi trasversali. 

Orangerie di Villa D'Este
Se è paradossale che il Paese turisticamente più desiderato al mondo non abbia un proprio Ministero al turismo, lo è ancor più il fatto che le scelte strategiche inerenti i trasporti, il credito, il lavoro, ma anche le relazioni internazionali e la fiscalità, proseguano senza che il turismo stesso abbia mai voce in capitolo. Il secondo: deve definitivamente finire un certo tipo di politica capace d’investire solo mediante fondi a pioggia, senza neppur consolidare il brand “Italia” e coordinarsi col settore imprenditoriale privato, così come con le politiche mirate dell’Unione Europea; oltre a non produrre numeri maggiori, questa strategia non agevola infatti la produttività turistica. Meno della metà di quanto un turista straniero spende in Italia (il 47% per l’esattezza) confluisce nelle entrate nazionali, dal momento che i principali servizi a disposizione per l’Italia vengono forniti da società straniere (dai trasporti alle prenotazioni o alle assicurazioni): detto brutalmente, l’Italia fa fare affari d’oro a tutti, tranne che agli italiani. 
  


On. Maria Elena Boschi, Ministro alle Riforme
Benché il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi si sia detta “fiduciosa per l’immediato futuro, avendo colto un “cambio di passonella politica nazionale, a tal punto da preventivare un ritorno di crescita dello 0.7% del Pil nel Documento di Economia e Finanza del Governo”, molte restano le perplessità. Quasi tutti i fattori “positivi” di crescita, capaci d’incidere nel breve termine, sono in realtà esogeni alla politica italiana: dai 20 miliardi di liquidità messi a disposizione dalla Bce, al tasso valutario favorevole nel rapporto euro/dollaro, alla riduzione del costo del petrolio, non si tratta che di “occasioni volatili”. Resta invece aperto e ostico il cammino sulle riforme della giustizia, della pubblica amministrazione, così come del fisco, con la minaccia potenziale di un ulteriore incremento dell’Iva (già fra le più alte in Europa e nel mondo), nonché della controverifica sulla tenuta effettiva delle 79mila assunzioni a tempo indeterminato di questi ultimi mesi. Come ha realisticamente sottolineato Hans Werner Sinn, presidente dell’Istituto tedesco di ricerca economica, “l’Italia berlusconiana ha perso quasi dieci anni utili per puntare all’azzeramento del suo debito pubblico, essendo ora costretta a dirottare verso la bilancia pubblica risorse utili per altri settori strategici”. Agli occhi di Jonathan Traub, esperto statunitense di finanza, “l’Italia si trova in una situazione molto più vicina a quella degli Usa, che si vedranno forse costretti ad aumentare a breve la propria aliquota fiscale, il cui indice d’inefficienza sugli investimenti è addirittura al 7° posto al mondo, mentre sulle politiche di agevolazione pubblica gli Stati Uniti stanno oggi navigando a vista”. 

Luca Patané
Persino sul tema dell’Expo di Milano i pareri sono apparsi discordi. Se per Luca Patané, presidente di Confturismo, “è e resta un’occasione unica per favorire almeno una trasformazione psicologica del Paese, entrando in contatto e coltivando i rapporti con tutte quelle economie erroneamente considerate sino a oggi periferiche, ma in ottima salute”, il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, ritiene che “l’assenza di una programmazione su cosa fare degli spazi di Expo, dopo Expo, sia già indice della debolezza strategica che ha caratterizzato l’intera gestione dell’evento. Oltretutto pare rischioso far conto sugli effetti di ritorno di economie storicamente non legate al nostro Paese, quando una delle preoccupazioni principali dovrebbe essere il recupero delle quote di mercato di realtà ben consolidate, come quelle garantite dai turisti e dagli investitori della Russia”. 

Bernabò Bocca e Alberto Caspani (@Evgeny Utkin credits)
Bernabò Bocca con l'economista Evgeny Utkin

On. Dario Franceschini
Se da una parte Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, è tornato a invocare “la necessità di canalizzare meglio i flussi turistici che sovraffollano i centri storici delle nostre grandi città, aiutandoli a conoscere e trattenersi nella ricchissima provincia italiana”, i nuovi progetti di diversificazione risultano ben lungi dall’offrire garanzie certe: i cammini religiosi individuati per il prossimo Giubileo 2016, come la Via di S. Francesco d'Assisi, non sono ancora ben conosciuti e promossi, esattamente come il recupero dei percorsi ferroviari abbandonati, ma di alto valore paesaggistico. Per quanto riguarda le possibilità di turismo legato ai tre maggiori trend odierni, ossia lo  shopping, l’enogastronomia negli agriturismi e la cultura, le speranze a breve sono riposte soprattutto nella visibilità offerta dal controverso portale “Very Bello”, visto che l’Italia ha appena imboccato la via di una digitalizzazione sistematica dei propri prodotti e servizi. 



Bellagio


Duomo di Como
In sostanza, la visione più realistica è emersa dalle parole del sindaco di Rimini Andrea Gnassi: “i temi di dibatto sul turismo italiano suonano vecchi anche nel loro linguaggio, visto che continuiamo a riferirci a questo settore come al nostro “petrolio”, quando dovremmo parlarne in termini di “energie rinnovabili”: e di una vera e propria rigenerazione avrebbero innanzitutto bisogno i nostri contesti urbani periferici, fermi a modelli in voga nel Dopoguerra (come gli impianti balneari della costa, recentemente rivoluzionati proprio a Rimini), ma anche i sistemi integrati dei trasporti, ancora incapaci di garantire un efficiente scambio fra le grandi città hub e le aree turistiche minori. Dall’altra occorre una svolta anche sul piano degli investimenti: l’Unione Europea può mettere a disposizione quasi 60 miliardi di euro entro il 2020, ma se continuiamo a disperdere questi fondi in progetti di piccolo respiro (quelli finanziati al di sotto dei 150mila euro sono stati ben 243 nel quinquennio 2007-2013), difficilmente ci spingeremo lontano”. 

Dal canto suo, Silvano Cassano, presidente di Alitalia, è convinto che occorra “fare brand su tutto, visto che il marchio Italia permette di vendere bene persino il “Chianti-dust” e di trasformare in colossi internazionali chi ne sa far uso mirato, come prova il successo alimentare di Eataly”; peccato che l’Italia dei trasporti si sia messa a inaugurare rotte aeree sui nuovi poli mondiali dell’economia solo da qualche mese (dal 1° maggio saranno attivi i voli diretti su Milano-Shanghai, Pechino, Seoul, oltre a quelli sulla tratta Milano-Abu Dhabi e Venezia-Abu Dhabi). Né è ben chiaro, stando alla presa di posizione dello chef Davide Oldani, ambasciatore di Expo2015, se sia davvero vantaggioso investire nell’export dei prodotti agroalimentari italiani, quando la qualità proposta negli altri Paesi risulta ben lungi da quella apprezzabile in Italia: certamente un aspetto che solo palati educati alla differenza sanno oggi cogliere, ma che potrebbe rendere ancor più esclusivo un soggiorno in Italia, per quanti vogliano realmente formarsi al gusto e alla bellezza dello stile di vita italiano. E dunque? L’Italia avanza compatta e risoluta verso un fulgido avvenire; alle spalle, però, non si sa bene chi la stia seguendo davvero e chi sia solo lì a osservarla esterrefatto. 


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