Wednesday, March 11, 2015

LA MEMORIA DELL'UMANITA' NEL TIBESTI DEL CHAD

Il Chad si affaccia sul Mediterraneo. No, nessun errore geografico. Solo l’obiettivo di una strategia turistica che punta nuovi mercati ed è pronta a raccogliere l’eredità vacante di una Libia ormai ridotta in pezzi. Ma anche di un Maghreb ancora troppo inquieto per quanti anelano la verginità del deserto. 

L’arrivo in Italia dei rappresentanti di Visiter le Chad, l’ufficio nazionale del turismo verso cui il Paese sahariano sta dirottando i suoi maggiori investimenti da cinque anni a questa parte, non è per nulla occasionale: se oggi esistono circuiti e strutture d’accoglienza, un merito speciale è stato riconosciuto proprio all’Italia e, in particolare, all’operatore milanese Spazi d’Avventura.






Il vero anno della svolta è stato il 1992 - riconosce Pietro Ravà, medico esperto in terapie tropicali e titolare dell’operatore - quando la situazione politica del Niger, dove mi trovavo per lavoro, divenne insostenibile per gli stranieri: fui costretto a riparare in Chad, la cui area del Tibesti era quasi avvolta da un alone leggendario, e lì iniziai a esplorare privatamente il Paese, scoprendo un patrimonio naturalistico ed etnografico rivelatosi senza eguali in tutta l’area sahariana. 


Basti pensare alla varietà dei mammiferi raccolti del parco nazionale di Zakouma, o alle specie autoctone dei laghi Fitri e Léré, fra cui i rarissimi lamantini. O agli oltre 200 gruppi etnici sperduti per il Paese: dai Sara agli “etiopidi” Tubu, popolazioni che preservano antichissimi riti animistici nonostante l’intensa evangelizzazione e islamizzazione. E’ vero. All’estero l’immagine del Paese continua ad essere associata alla sanguinosa guerra con la Libia degli anni ’80, così come all’esodo di massa dei profughi del vicino Darfur, ma la stabilizzazione interna avviata dal presidente Idriss Déby ha gettato le premesse per la rinascita economica del Paese. Scoperto il petrolio nel 2003 e, sette anni più tardi, siglato un accordo di pace definitivo col Sudan, la popolazione locale ha potuto finalmente prendere in mano le redini della proprio benessere”.




Per oltre 20 anni Ravà, insieme alla famiglia, ha quindi mappato gli impervi territori a nord della capitale N’Djamena per un totale di oltre 500mila chilometri, colmando un vuoto geografico cui neppure i coloni francesi erano riusciti a porre rimedio: gli unici dati aggiornati in suo possesso erano infatti ascrivibili alle spedizioni nel Tibesti dello scalatore Guido Monzino, fra il 1964 e il 1968. I riferimenti base, tuttavia, restavano quelli prodotti dal tedesco Gustav Nachtigal addirittura nel secolo precedente.




I tracciati delle piste sono rimasti invariati da allora - continua Ravà - ma grazie all’appoggio delle popolazioni locali siamo riusciti a congiungerli in circuiti, lungo i quali si snodano le spedizioni di oggi. Il Tibesti non è per tutti, però: si tratta di una zona ancora difficilmente accessibile, il cui clima arido e dalle forti escursioni viene appena mitigato dalle periodiche piogge monsoniche che alimentano i wadi. 

Occorre avere un forte spirito d’adattamento, perché i viaggi di circa 16 giorni si svolgono quasi per intero dormendo in tende mobili: a causa dell’impiego di fuoristrada Svs e ampie scorte, comportano fra l’altro spese sostenute, non meno di 3.200 euro per due settimane. Non a caso i principali visitatori, che hanno un’età media compresa fra i 50 e i 60 anni, risultano già profondi conoscitori delle aree desertiche”.





Tanti sacrifici sanno ripagare generosamente: i laghi Ounianga Kefir e Serir sono vere e proprie oasi di vita nel cuore del Sahara, oltretutto impreziosite da fonti termali, mentre all’interno di wadi come Batchikélé è possibile osservare interi assembramenti di dromedari, dal momento che sono i rivoli sotterranei a guidare le loro migrazioni. Ma è l’imprevedibilità della geologia a lasciare interdetti, grazie alle spettacolari formazioni vulcaniche dell’Ennedi: dalla Roccia dell’Elefante a quel del Dromedario, o al cosiddetto Tavolo, passando sotto i 70 metri dell’arco Aloba - confessa David Childress nel suo saggio “Lost Cities & Ancient Mysteries of Africa and Arabia” - “mi sembrava che quell’area fosse stata esplorata da antiche civiltà e rappresentasse proprio la terra di un popolo scomparso. D’altra parte gli antichi Egizi avevano tentato di esplorare buona parte dell’Africa, se non addirittura il mondo intero. Erano noti per aver compiuto spedizioni e viaggi commerciali attraverso il Sahara, muovendo dal Nilo verso l’oasi di Kharga, sino al lago Chad”.



Ed è forse alle loro scoperte che occorrerebbe ancor oggi guardare, per trovare una spiegazione ai tanti interrogativi sollevati dalle pitture rupestri che si trovano disseminate fra il Tibesti e l’Ennedi, il cui recente Memorandum prodotto da African Parks è destinato a rilanciarne prepotentemente la candidatura all’Unesco. Ma le domande incalzano, soprattutto sul fronte dei seguaci della scienza camitica: la carnagione scura degli uomini immortalati sulle pareti rocciose dell’area è forse tale per via degli effetti dalla radice ami-majos? E non sono proprio le testimonianze egizie ad attestare come i loro esploratori la masticassero a lungo durante le traversate, onde rafforzare la pigmentazione per contrastare gli effetti del Sole? Sulla scorta di simili dati i chimici contemporanei hanno infatti isolato all’interno della radice un principio attivo, l’8-methoxypsorate, rivelatosi  fondamentale per prevenire il cancro della pelle. E ancora: i miti delle popolazioni nomadi locali, che narrano di un Mar Tritone presente nei tempi antidiluviani, potrebbero forse confermare le ipotesi secondo cui i laghi sahariani odierni sono solo i resti di una tale immensa massa d’acqua, presente nella zona milioni d’anni fa? Certo in quel periodo non pare esistesse ancora l’uomo, eppure in molte pitture rupestri sono rappresentati animali marini dagli evidenti tratti preistorici, mentre le cartografie europee del XVI secolo rappresentano con esattezza territori “ufficialmente” non conosciuti. Che dire poi dello straordinario rinvenimento del cranio di Toumai - oggi conservato nel museo nazionale della capitale - che localizza il più antico ominide al mondo proprio in Chad?



Non molti sono gli studi sviluppati, ma indizi significativi sono comunque disponibili. Stando infatti alle ricerche di Taylor Hansen, lo scomparso Mar Tritone doveva essere  un mare interno, destinato dunque a prosciugarsi, essendo chiuso a ovest dalle montagne dell’Atlante e a sud dai rilievi che si elevano oltre il lago Chad (a sua volta in forte pericolo di prosciugamento): percorrendone gli spazi più remoti, però, sono oggi individuabili tracce megalitiche associabili ad antichissimi porti e tunnel sotterranei spesso fittamente dipinti. Per James Churchward, autore di “Children of Mu”, si tratterebbe dei resti di quell’enigmatica civiltà dai nasi dritti e dalla pelle scura, di cui i dravidici dell’India meridionale sarebbero gli attuali discendenti: le spoglie di quell’antico regno, perciò, si troverebbero oltre il fiume Mya, uno dei grandi letti scomparsi del Sahara, il cui corso raggiungeva i “porti” dell’Atlante e dell’Hoggar, all’epoca isole del Mar Tritone. “Quando il livello del mare scese sino a prosciugarsi - scrive - restò solo il lago Chad. Allora quel territorio era verde. Struzzi, bufali, cervi e tigri abitavano le foreste, mentre i coccodrilli dormivano nei fiumi. Ancor oggi questa zona è chiamata “la terra dei mostri”, dal momento che le rocce sono plasmate come enormi animali. Ma i Tuareg sostengono che quando arrivarono anticamente in questi territori, i mostri vivevano per davvero e si raccoglievano lì per combattere e difendere le proprie zone di caccia”. 

Le teorie fervono. Agli esploratori l’ultima parola. 




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