Tuesday, March 3, 2015

TUTTE LE ONDE PORTANO A "SAIL" AMSTERDAM

L’Olanda naviga a vele spiegate verso una nuova epopea delle esplorazioni. 

La nona edizione di “Sail Amsterdam 2015”, in calendario dal 19 al 23 agosto prossimi, non offrirà solo una rara occasione per ammirare in azione i colossi internazionali dei mari, ma darà anche modo d’immergersi a fondo nelle acque da cui il Paese è scaturito e presto tornerà a guardare tutti da distanze siderali. 

Perché se terra tanto libera e cosmopolita è stata casa d’incommensurabili maestri quali Erasmo da Rotterdam, Baruch Spinoza o Rembrandt - la cui tarda pittura rivoluzionaria è fra l'altro al centro di un'esposizione del Rijks Museum di Amsterdam sino al prossimo 17 maggio - certo lo deve ai suoi velieri. Vecchi o nuovi che siano. 


Nata per celebrare il 700° anniversario di Amsterdam nell’ormai lontano 1975, la rassegna è stata puntualmente riproposta ogni cinque anni, finendo per divenire il più grande evento nautico gratuito d’Europa, con più di 1.7 milioni di partecipanti all’ultima edizione. Ciascuno di loro pronto a sbalordire di fronte alle audaci manovre delle 600 navi in rotta verso le acque del Mar del Nord e lo storico porto IJhaven: fra queste, immancabili, le “Tall ships”, i velieri più affascinanti ed esotici in lizza per il massimo riconoscimento tributato dalla corona olandese. Dalla tedesca “Alexander von Humboldt”, una 24 vele di ben 1.360 metri quadrati e capace di raggiungere i 14 nodi solo con la forza del vento, alla francese “Belem”, cargo incredibilmente scampato all’eruzione caraibica del Mount Pelée nel 1902 e impegnato a trasportare zucchero, cocco o caffè fra Brasile, Guyana Francese e la città di Nantes, passando per la spagnola “Atyla”, destinata a circumnavigare il globo e fresca vincitrice del Friendship Trophy nella Black Sea Tall Ships Regatta 2014, marinai di mezzo mondo pregustano storie incredibili e bevute pantagrueliche. 



L’evento è aperto a tutti - precisano gli organizzatori - anche perché abbiamo stilato programmi idonei tanto per gli specialisti, quanto per i neofiti: si può scegliere ad esempio fra una soluzione “classic”, che permette di salire a bordo dei velieri e godere di una crociera di cinque ore nel canale, o “dock”, partecipando alla vita del villaggio velisti e assaporando alcune delle specialità gastronomiche dell’eccellenza internazionale. Per chi preferisce invece le suggestioni del porto, la formula “Salon” è sicuramente quella più adatta. Ma indipendentemente dalle iniziative riguardanti le navi, l’intera città di Amsterdam è pronta a riscoprire la sua anima marinara”.

Di nuovo si tornerà a evocare l''efferato ammutinamento del “Batavia”, colato a picco nel 1628 vicino all’isola corallina di Beacon e, dopo un primo avvistamento nel 1840, riesumato in acque australiane per essere ricostruito completamente nel porto olandese di Lelystad: primo caso di archeologia sperimentale che, in collaborazione col Western Australian Marittime Museum, ha ridato linfa alla tradizione dei rinomati maestri d’ascia olandesi, utilizzando le stesse tecniche e gli stessi materiali in voga nel XVII secolo; di nuovo si guarderà con un misto di riverenza ed entusiasmo all’Oostindisch Huis di Amsterdam, sede originaria della potentissima Compagnia olandese delle Indie orientali che, nel 1602, divenne il primo centro finanziario del mondo e oggi ospita invece il sonnacchioso dipartimento di Sociologia dell’Università della capitale; o ancora riempirà le bocche di meraviglia la vastità del Museo nazionale marittimo, nei pressi del vecchio porto, dove dal 1656 sono conservati oltre 60mila volumi nautici ed esemplari di vascelli in scala originale. Né lascerà indifferenti il ritrovato splendore dell’odierno hotel Waldorf Astoria, in realtà storico palazzo sul canale principale della capitale, i cui arredi interni parlano ancora dei fasti mercantili, così come dei tanti “liberi cittadini” che al suo interno trovarono ospitalità, non da ultimo il pittore Brentano. Testimonianze di un’epoca forse irripetibile, che fra il Secolo d’Oro il Dopoguerra avrebbe visto i confini olandesi estendersi dalle coste del Brasile all’intero arcipelago indonesiano. E oggi torna a porsi un obiettivo ancor più ambizioso: Marte. 


Entro il 2023 la società olandese Interplanetary Media Group punta infatti a sbarcare sul Pianeta Rosso, dando avvio al progetto di colonizzazione Mars One. Indipendente da fondi pubblici proprio come l’antesignana Compagnia olandese delle Indie - causa ristrettezze dovute ai tempi di crisi - il nuovo sodalizio si prepara a lanciare agili rover per l’esplorazione di Marte, nell’ottica di costruire una base di sei unità vivibili e destinate alla ricerca scientifica: questo dovrebbe ovviare, almeno per i primi tempi, al fatto che i viaggi disponibili sono di sola andata, non possedendo ancora tecnologia sufficiente per permettere ai nuovi esploratori di far ritorno sulla Terra. Nulla a che vedere con le temute missioni dell’Omon Ra di Viktor Pelevin, però. I volontari scalpitano: a pochi mesi dell’apertura del bando, gli iscritti ammontavano già a 78mila, tenuto conto del fatto che chiunque abbia compiuto 18 anni d’età e sia disposto a pagare una quota proporzionale al prodotto interno lordo del proprio Paese (dunque variabile dai 5 ai 73 dollari) può oggi dare adesione. Grazie ai diritti televisivi, che prevedono la messa “in onda” di tutto il processo di preparazione e sbarco degli astronauti, i 6 milioni di dollari necessari per coprire le spese non rappresentano alla fin fine un ostacolo tanto ostico. A competere con gli audaci olandesi, ancora una volta, è la Gran Bretagna del magnate Richard Branson, la cui Virgin Galactic ha già sperimentato forme di turismo orbitale in assenza di gravità.  


Eppure l’epopea delle grandi esplorazioni commerciali non era nata sotto auspici altrettanto favorevoli. Penalizzati dall’egemonia portoghese e spagnola, incalzati già dall’intraprendenza britannica, i mercanti d’Amsterdam avevano cercato di muoversi in sordina, con sforzi economici quasi suicidi, finendo però per sorprendere tutti. La loro prima spedizione d’oltremare “era stata progettata con la massima segretezza - ricorda Giles Milton, nel suo strepitoso libro “L’isola della noce moscata” -. Per più di tre anni gli abitanti di Warmoestraat, un elegante quartiere di Amsterdam vicino alla piazza principale del centro, avevano osservato un insolito andirivieni nella casa di Reynier Pauw. Questo mercante, di soli ventotto anni, aveva già fatto fortuna come capo di una compagnia internazionale di legname. Ora sembrava avesse messo gli occhi su un progetto nuovo e più ambizioso, perché due dei visitatori regolari della sua casa, Jan Carel e Hendrik Hudde, erano tra i più ricchi mercanti della città”. 

E’ dalla scommessa di quest’ormai misconosciuto trio che, nel 1592, la storia del mondo cambiò definitivamente volto, per quanto il vero asso nella manica si dovesse rivelare “un gobbo barbuto, il cui zucchetto sul cranio accentuava ancor di più l’aspetto gibboso della sua fronte”: Petrus Plancius, bizzarro teologo calvinista con una viscerale passione per la geografia, sulle cui incredibili e precisissime mappe l’Olanda si accingeva a costruire la propria egemonia mondiale, causando in Europa un vero e proprio shock culturale. Porcellane, contenitori laccati, carichi d’ebano e avorio, oltre a seta finissima, avrebbero infatti iniziato ad affluire senza sosta sui mercati del Vecchio Continente, alimentando le fantasie di un immaginario che, sino ad allora, non aveva mai visto nulla di simile. Erano le prime tentazioni, tanto irresistibili quanto velenose, del mondo globale; ma saranno anche l’affascinante tema che, sempre presso il Rijks Museum, verrà indagato da una ricca esposizione in calendario fra il 17 ottobre e il 17 gennaio 2016. 



Grazie all’uso delle più avanzate fonti dell’epoca, il Theatrum Orbis Terrarum di Abraham Ortelius  e le proiezioni di Gerard Mercator, i mercanti di Amsterdam avevano infatti in mano il corrispettivo del più sofisticato Gps odierno. Un vantaggio scientifico e tecnologico che presto avrebbe ovviato persino all’inesperienza degli uomini scelti per le prime imprese d’oltremare, consegnando la ricchissima Rotta delle Spezie all’Olanda e, ironia della sorte, la futura New York agli inglesi. Qualcuno sarebbe infatti pronto a scommettere che la metropoli americana non avrebbe avuto un destino tanto glorioso se, al posto di Nuova Amsterdam, i mercanti olandesi non avessero reclamato una remota isoletta indonesiana: Run, prima agognata capitale della noce moscata, capace di guarire qualsiasi male e risvegliare ogni umano vizio. Ma a lasciar interdetti tanto gli olandesi quanto gli inglesi, a tal punto da essere citato ancor oggi come uno degli esempi più brillanti di mediazione fra civiltà, fu l’intraprendente esploratore italiano Elio Modigliani


Con le sue tre spedizioni nell’arcipelago indonesiano, prima fra i misteriosi menhir dell'isola di Nias (1886), poi fra i Batak di Sumatra (1890) e infine sulle isole di Engano e Mentawai (1894), consegnò al mondo testimonianze antropologiche su cui molto resta ancora da meditare. Le memorie oggi conservate nel museo etnografico di Firenze e di Storia naturale di Genova rappresentano una pagina anomala, e certo antesignana, di come l’esperienza sul campo sia capace di demolire qualsiasi forma di razzismo, persino quando uno degli obiettivi scientifici consisteva nel raccogliere teschi umani a riprova delle teorie di un certo Cesare Lombroso. Modigliani riuscì infatti, con sorprendente facilità, là dove i colonizzatori olandesi avevano ripetutamente fallito per secoli: anziché finire a brandelli, familiarizzò e divenne addirittura stimato amico delle temutissime tribù di Nias Salatan, collezioniste di teste di ospiti non proprio graditi. Quegli stessi che, incautamente, si lasciavano tentare anche dalle forme nude e sinuose delle donne-esca della vicina  Engano (il cui mito fu reso popolare proprio dal resoconto dell'italiano "L'Isola delle donne"), per ritrovarsi poi col cranio impalato sulle lance dei loro focosi mariti. Benché il Governatore olandese di Sumatra avesse da tempo gettato la spugna e temesse una terribile sorte per Modigliani, l’esploratore fiorentino, in compagnia di soli quattro javanesi, riuscì incredibilmente a instaurare un rapporto privilegiato con gli indigeni della zona, contenendo addirittura la bellicosità del principale avversario: Siwa Sahilu, leggendario comandante guerriero del villaggio di Hili Siwaetano. E se il prossimo agosto i visitatori italiani potranno scrutare i velieri nel porto d’Amsterdam con una punta d’orgoglio, sentendosi membri di quella grande famiglia d’intrepidi che allargò gli orizzonti dell’umanità intera e nel 2016 farà della capitale olandese la “città internazionale della diversità”, un merito speciale andrà anche a Elio Modigliani. Il fiorentino che vinse la paura dell’Altro grazie all’elogio della follia.  


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