Friday, May 29, 2015

BE NORDIC/2: SE LA SCANDINAVIA S'ILLUMINA


L’Anno Internazionale della Luce entra nel vivo. Con l’approssimarsi del solstizio d’estate, che nell’acclamato 2015 cadrà esattamente fra le ore 16.38 del 21 giugno e le 4.48 del giorno 22, tutti gli occhi sono puntati a nord. Sì, a nord, e non a est, perché pochi luoghi sulla Terra possono oggi competere nel numero di feste e iniziative qui organizzate in onore del Sole. Dietro quel che appaiono innocue forme di folklore, però, continuano a emergere preziosissimi indizi nella ricostruzione delle origini della civiltà, rispetto cui la Scandinavia pare oggi rivestire un ruolo insospettabilmente decisivo. Che il fuoco e la luce siano elementi più che mistici nella sensibilità nordica, diviene palese aggirandosi proprio per l’area del Baltico fra i mesi di maggio e giugno.  

L’intera costa danese, lungo tutti i suoi 7.500 chilometri, vede accatastare mucchi di rami secchi e ramoscelli destinati a trasformarsi in portentosi falò, attorno ai quali si leva il “canto liberatorio della notte di mezz’estate”: brano tradizionale scritto nel 1885 dal poeta Holger Drachmann e nei cui versi si saluta la Vigilia di San Giovanni (Sankt Hans Aften), in calendario il 23 giugno. In quell’esatto giorno le acque attornianti la Danimarca prendono letteralmente fuoco, ma dalle vicine coste norvegesi hanno imparato a replicare con uno spirito piromane ancor più incontenibile. Aalesund si è guadagnata ripetutamente il titolo di località capace d’allestire le pire più grandi al mondo, accatastando i bancali riciclati dalle frequenti spedizioni su nave. Strana passione, verrebbe da pensare, per una città che nel 1904 è stata letteralmente ridotta in cenere da un incendio devastante, ma tant’è: quando il solstizio arriva, la gente va fuori di matto. 


Nel 2010 i residenti hanno infranto ogni record, sollevando una pira di ben 40.45 metri, lo Slinningbaalet, senza usare neppure una gru: scoccata la scintilla sulla cima, il rito prevede però che ci si precipiti a terra il più in fretta possibile, onde non esser divorati da fiamme degne di un drago. 

Senza dubbio dev’essere una pulsione freudiana volta a scongiurare nuove devastazioni simili a quelle d’inizio secolo scorso, cui Aalesund, paradossalmente, deve la sua unicità in tutta la Norvegia. 

Grazie all’aiuto personale del Kaiser tedesco Guglielmo II, che adorava trascorrere le sue vacanze nel distretto locale di Sunnmoore (tuttora orgogliosamente attaccato al Nynorsk, la forma “nuova” del norvegese scritto), poco dopo l’incendio iniziarono a pervenire in città materiali da ricostruzione in pietra anziché nel tradizionale legno. 

Messi al lavoro 20 maestri e ben 30 architetti formatisi fra Trondheim, Charlottenburg e Berlino, Aalesund rinacque in forme Jugendstil ispirate ai capolavori di tutt’Europa, a tal punto che la città è oggi uno dei perni dell’Art nouveau network europeo.  


Ma il fuoco non è che la manifestazione della luce sulla terra. Lo sanno bene a Skagen, cittadina simbolo di questa tensione primigenia e irrefrenabile, al vertice della penisola danese dello Jutland: la sua posizione geografica, sospesa fra il Mar del Nord e il Mar Baltico, trae infatti beneficio da un’esposizione al Sole molto più diretta che altrove, dal momento che le spiagge bianche riflettono una luce in grado di stregare artisti da tutt’Europa. Il Tonio Kroeger di Thomas Mann resta forse una delle pagine di letteratura più emozionanti a riguardo, ma dopo che i pittori Poul e Anna Ancher, insieme a Peder Severin Krooyer, ne avevano esaltato la peculiare intensità nel XIX secolo, Skagen non ha mai smesso di essere meta d’ispirazione e, oggi, vive nello splendore delle opere artistiche raccolte nello Skagen Museum (riaperto al pubblico da maggio a seguito di lunghi lavori di riallestimento). 

Quella mistica e heideggeriana “Lichtung”, di cui tanti hanno parlato, è stata fra l’altro al centro della rivoluzione strutturale del designer danese Henning Larsen, nato non a caso nello Jutland occidentale ed entrato nella storia per aver sostituito in architettura l’uso dei mattoni a quello della luce. Esempi straordinari ne sono la Ny Carlsberg Glypyotek di Copenhangen, al pari della Banca Nordea e del teatro dell’opera della capitale danese, ma anche la futura capitale europea della cultura può competere alla pari: una vertiginosa passeggiata sul tetto di vetro del museo d’arte moderna ARos, ad Aarhus, permette di cogliere continue variazioni cromatiche in funzione del cambio di luce. E’ a Saeby, sempre in prossimità della punta dello Jutland orientale, che s’inizia tuttavia a intuire una verità più arcana: qui si vede ciò che normalmente è invisibile all’occhio umano. Durante i cosiddetti “safari d’ambra” in riva al mare, curati dall’esperto Frants Kristensen dell’azienda Ravsliberen (specializzata nella sua lucidatura), ciascun ospite viene chiamato a cogliere quei sottili dettagli che fanno di un’apparente pietra grezza uno specchio di verità. O di una cittadina periferica come Toija, incastonata in Finlandia fra Helsinki e Turku, la leggendaria Troia dell’Iliade.



Nessun abbaglio. Nessun fuoco di paglia. Sono ancora una volta gli studi di Felice Vinci, autore del miliare “Omero nel Baltico”, a ridisegnare i confini della Scandinavia, man mano che il suo occhio indaga dalla remota Groenlandia alle foreste dei Finni. E se l’intuizione che l’ha portato a ricollocare l’Odissea fra Danimarca e Norvegia è scaturita dal paradosso geografico dell’isola di Ogigia/Mykines, in questo caso è proprio il peculiare comportamento della luce nordica a confermare le radici del poema bellico di Omero. Dall’XI al XVIII libro dell'Iliade imperversa infatti un’unica, interminabile battaglia fra Achei e Troiani, durante la quale l’ora del mezzogiorno viene segnalata per due volte. “Zeus, una notte funesta stese sulla mischia violenta, perché intorno al suo figlio fosse funesta la lotta”. Cosa significa allora questo passaggio? Che cos’è mai questa notte inframmezzata a due mezzogiorni? Certo è una notte molto strana. A tal punto, forse, da cambiare per sempre i nostri giorni. E’ una notte in cui combattimenti non s’interrompono affatto; anzi, proseguono freneticamente fino alla sera successiva. 


Anche nei giorni più lunghi dell’anno, attorno al solstizio d’estate – scrive Vinci - nel sud dell’Europa vi sono non meno di cinque o sei ore di tenebra fitta che, in mancanza di bengala o di visori a infrarossi, rendono impossibile la prosecuzione di una battaglia in condizioni “normali”, quali quelle descritte dall’Iliade”. 

Non a Toija, a oltre 60° di latitudine e ad appena 6° dal circolo polare artico, quando nel mese di giugno il sole scende ben poco dietro l’orizzonte e pertanto le notti sono abbastanza chiare da lasciare una certa visibilità. Omero ha una parola specifica per questo fenomeno: amphilyke nyk. Notte chiara. O, per noi più familiare, notte bianca. Ed è fra l’altro curioso che il termine finlandese “hämärä”, che indica il crepuscolo, suoni come l’omerico “hemera”, significante il giorno. 


Ma l’analisi di Vinci è articolata e ricca di ulteriori indizi “illuminanti”, soprattutto per quanto riguarda la descrizione omerica di un fenomeno assolutamente non riscontrabile nel Mediterraneo: la cosiddetta “danza dell’aurora”, comune anche ai Veda indiani, là dove la dea Ushas, ossia l’Alba, viene descritta come figura danzante. Potrebbe trattarsi in realtà delle “albe rotanti” tipiche delle latitudini polari, quando il Sole non riesce ancora a levarsi oltre la linea dell’orizzonte, ma preannuncia l’imminente fine della notte artica, mentre l’alba mostra proprio uno spostamento circolare del cono di luce. Un evento descritto assai bene da Ulisse nel suo approccio all’isola della dea Circe, ma che invita anche a osservare le tradizionali danze svedesi di mezz’estate con un occhio più consapevole: al pari delle “caroles” medioevali francesi, durante le quali si danzava in circolo cantando, esattamente come avviene ancora nelle Christmas carols inglesi (in occasione del solstizio d’inverno), o volendo spingersi oltre, accostandosi ai “choroi” greci (sopravvissuti nel famoso sirtaki), roteare tenendosi per mano – a detta di Vinci – altro non sarebbe che un rito propiziatorio acheo. Un antichissimo rito per celebrare il ritorno del Sole attraverso le omeriche “danze dell’Aurora”. 


Analogamente la festa svedese di Midsummer, immancabile il venerdì prima del solstizio d’estate, non appare solo un curioso fenomeno in occasione del quale le città si svuotano sino a divenire deserte, mentre ogni singolo cittadino si catapulta in campagna per unirsi ad amici o parenti: dietro la raccolta di fiori da intrecciare in corone poi rigorosamente appese al grande albero sacro, nei riti che invitano i ragazzi e le ragazze a deporre sotto il cuscino sette tipi di fiori che riveleranno in sogno il loro futuro compagno di vita, così come nelle inevitabili danze di famiglia in circolo, vive ancor’oggi l’eco di un tempo tanto remoto, che ci spinge almeno all’Età del BronzoNé andrebbero presi per pazzi, come sospetta lo scrittore Arto Paasilinna, quei finlandesi che festeggiano il solstizio attraverso sei bizzarri incantesimi finiti nell’ultimo video di VisitFinland: ragazze che si rotolano nude nei campi di grano, altre che cercano quadrifogli da stringere al petto, chi fa bouquet con otto fiori diversi o cerca di prevedere il futuro attraverso fili colorati, per arrivare a quanti intrecciano frustini da sauna e li scagliano bramosi di conoscerne la direzione di caduta, o addirittura si mettono in ascolto del primo suono del mattino.




Strano a dirsi, ma proprio loro potrebbero essere gli eredi dei gloriosi eroi omerici. Non ridano gli italiani, le cui radici troiane dovrebbero consigliare loro maggior prudenza: anzi, farebbero bene a considerare i finlandesi più vicini di quanto pensino, visto che nelle sospette assonanze fra la cittadina finlandese di Padva e l’italica Padova, fra quella di Abo e Abano, fra Salo e Salò, così come nelle molteplici corrispondenze che la toponomastica italo-finlandese regala, potrebbero infine scovare qualche lontano parente. O, semplicemente, un motivo per gemellarsi sulle orme di un’emigrazione culturale e archeologica che, al di là di frontiere illusorie, stringe l’Europa in un’unica grande famiglia. E, oggi, torna a farlo in nome della città che per prima unì le sue genti: Troia, o Toija che dir si voglia. Quel piccolo centro abitato finlandese rispetto al quale, appena un chilometro più a est, si alza una zona collinare che guarda verso Kisko (nome dalla sospetta assonanza con le “porte Scee” di Troia). Là si contempla infatti una pianura oggi colmata dalle acque del lago Kirkkojaervi, ma dove pure confluiscono due fiumi la cui idrografia pare corrispondere esattamente agli antichi Simoenta e Scamandro; dove ancora si scorge una rilievo che Omero chiamava Batiea e dietro il quale, fra canne e stagni, un accidentato terreno acquitrinoso non ha mai smesso di cantare “Ida dalle molte sorgenti”.


ULTERIORI INFORMAZIONI:

Thursday, May 28, 2015

BE NORDIC/2: IF SCANDINAVIA LIGHTS UP



The International Year of Light comes to the heart. Getting closer to the summer solstice, which falls exactly between 4.38 pm of June the 21st and 4:48 a.m of the 22nd, all eyes turn to north. Yes, to north, and not east, because few places on Earth can now compete in the number of festivals and events organized here in honor of the sun. Behind those appearing harmless forms of folklore, however, valuable clues in the reconstruction of civilization origins continue to emerge and, unexpectedly, Scandinavia seems to play a decisive role. Fire and light are elements belonging to northern sensitivity’s mystique for sure, but this becomes obvious just wandering around the Baltic region between the months of May and June.
  

The entire Danish coast, along all its 7,500 kilometers, sees stacking piles of dead branches and twigs destined to become portentous bonfires, around which people tune "the liberating song of Midsummer Night": a traditional song written by the poet Holger Drachmann in 1885 and whose lines greet St. John’s Eve (Sankt Hans Aften), scheduled on June the 23rd. In that exact day, the waters encircling Denmark catch literally fire, but from the nearby coast of Norway they have learned to reply with a pyromaniac spirit even more uncontrollable. Aalesund has repeatedly earned the title of location capable of setting up the largest pyres in the world, stacking recycled shipment pallets. Strange passion, one would think, for a city that was literally burn down by a devastating fire in 1904, but that’s it: when the solstice comes, people go berserk.


In 2010, residents have broken every record, lifting a pyre of 40.45 meters, the Slinningbaalet, even without using a crane: put out the spark on top, tradition wants that you rush to the ground as quickly as possible, in order not being devoured by flames worthy of a dragon.

Undoubtedly it must be a Freudian impulse aimed at averting new devastation similar to those of early last century, from which Aalesund, paradoxically, has got its uniqueness in all of Norway.


Thanks to German Kaiser Wilhelm II’s help, who loved to spend his holidays in the local district of Sunnmoore (still proudly attached to Nynorsk, the "new" form of written Norwegian), shortly after the fire it began to arrive in the city reconstruction material in stone rather than in the traditional wood. Setting 20 masters and over 30 architects trained in Trondheim, Charlottenburg and Berlin to work, Aalesund was built again in shapes inspired by Art Nouveau masterpieces from all over Europe, so that the city is now one of the pivots of Art Nouveau European network.



But fire is none other than the manifestation of the light on earth. They are very well aware in Skagen, symbol town of this primal and irresistible tension, at the top of the Danish Jutland: its geographical position, suspended between the North Sea and the Baltic Sea, takes advantage from an exposure to the sun much more direct than elsewhere, since the white beaches reflect a light that can bewitch artists from all over Europe. Thomas Mann’s Tonio Kroeger is perhaps one of the most exciting page of literature about it, but after that painters Poul and Anna Ancher, along with Peder Severin Krooyer, had exalted light’s peculiar intensity in the nineteenth century, Skagen has never stopped to be an inspiring destination and, today, it lives in the splendour of the art-works collected in the Skagen Museum (re-opened to the public from May, as a result of long work of rearrangement).


That mystical and Heidegger-style "Lichtung", of which many have spoken, was among others at the centre of Henning Larsen’s structural revolution, the Danish designer born not by chance in West Jutland and who entered architecture history having replaced the use of light instead of bricks. Outstanding examples are the Ny Carlsberg Glypyotek of CopenhangenNordea Bank and Danish capital’s Opera House, but also the future European Capital of Culture can compete on equal terms: a dizzying ride on the glass roof of the modern art museum Aros, in Aarhus, allows to capture continuous colour shades according to the change of light. It’s in Saeby, always near the tip of East Jutland, where you begin to grasp a more arcane truth, however: here you see what is normally invisible to the human eye. During the so-called "amber safari" at the seaside, developed by the expert Frants Kristensen of Ravsliberen company (specialized in amber polishing), each guest is asked to catch those subtle details that make an apparent rough stone a mirror of truth. Or a peripheral town as Toija, nestled in Finland between Helsinki and Turku, the legendary Iliad’s Troy.




No mistake. No flash in the pan. It’s once again Felice Vinci’s work, author of the landmark book "The Baltic origins of Homer's epic tales", to redraw Scandinavia’s borders, as his eye investigates from Greenland to the remote forests of the Finns. And if the intuition that led him to replace the Odyssey between Denmark and Norway was prompted by the geographical paradox of Ogygia / Mykines island, in this case it is the peculiar behaviour of the Nordic light to confirm the roots of Homer’s war poem. From the eleventh to the eighteenth Iliad’s book, a single, unending battle between the Achaeans and Trojans rages on, but in the meanwhile a double midday happens. "Zeus, one fatal night stretched out on the violent fray, because around his son was the fatal fight". What does this excerpt mean, then? What ever is this night interspersed with two noons? Certainly it is a very strange night. To this point that, perhaps, it can change our days forever. It’s a night during which the fighting broke off not at all; indeed, it continued frantically until the next evening.



"Even in the longest days of the year, around the summer solstice - Vinci writes - there are no less than five or six hours of thick darkness in southern Europe  and, in the absence of flares or infrared viewers, it makes impossible the continuation of a battle in "normal" conditions, such as those described by the Iliad". 


Not in Toija, more than 60° of latitude and only 6° from the Arctic Circle, when the sun goes down very little below the horizon in June, so that nights are enough clear and provide a certain visibility. Homer has a specific word for this phenomenon: amphilyke nyk. Clear night. Or, as we are most familiar, white night. And it is curious that among other things the Finnish term "Hämärä", indicating the twilight, sounds like the Homeric "hemera", meaning the day.



But Vinci’s analysis is articulated and full of further "enlightening" clues, especially with regard to Homer's description of a phenomenon absolutely not found in the Mediterranean area: the so-called "dancing dawn", also common to the Indian Vedas, where the goddess Ushas, ​​aka the Dawn, is described as a dancing figure. It could be just the "rotating dawn" typical of the polar latitudes, when the Sun is unable to rise over the horizon yet, but heralds the imminent end of the arctic night, as dawn shows just a circular movement of its cone of light. An event very well described by Ulysses in his approach to the island of the goddess Circe, but that also invites to watch the traditional Swedish midsummer dances with a more aware eye: like the medieval French "caroles", during which singing people dance in a circle, just as it still happens in English Christmas carols (during the winter solstice), or wanting to go further, looking at the Ancient Greek "Choroi" (surviving in the famous Sirtaki), twirling hand in hand - according to Vinci – is nothing more than an Achean rite. An ancient ritual to celebrate the return of the Sun through the Homeric "dancing Dawn".



Similarly, the Swedish celebration of Midsummer, every Friday before the summer solstice, it doesn’t appear only a curious phenomenon during which the cities empty out until they became deserted, while every citizen catapults himself to the countryside to join friends or relatives: behind the collection of flowers to be woven into wreaths for the Big Tree, in the sacred rituals inviting boys and girls to set down the pillow seven kinds of flowers that will show up their future life partner in dream, as well as in the traditional family’s circle dances, it lives even today the echo of a so remote time, that drives us at least to the Bronze Age. Neither they should be taken for fools, as writer Arto Paasilinna suspects, those Finns who celebrate the solstice through six bizarre spells, shown in the last video of VisitFinland: naked girls rolling in wheat fields, other ones seeking shamrocks to tighten by the chest; then those who gather bouquets with eight different flowers or try to predict the future through coloured threads, getting to others who intertwine whips for the sauna and fling them eager to know the direction of fall, or even put themselves in listening to the first sound of the morning.




Strange to say, but they just might be the heirs of the glorious Homeric heroes. Do not laugh Italians, whose Trojan roots should encourage a greater caution: indeed, they would make better to consider the Finns closer than they think, since the suspicious similarities between the Finnish town of Padva and Italic Padova, between Abo and Abano, Salo and Salò, as well as in the many matches which the Italian-Finnish toponymy suggests, they may finally find some distant relative. Or, simply, a reason to twin themselves in the footsteps of an ancient cultural and archaeological emigration that, beyond illusory borders, holds Europe in one big family. And today, it comes back to do it in the name of the city which first joined its forces: Troy, or Toija if you prefer. That small Finnish town in front of which, just one kilometre to the east, an hilly area looking towards Kisko still rises (a name of suspect similarity with the Trojan "Skean gates"). Over there you can contemplate a plain now filled by the waters of Lake Kirkkojaervi, but also where flow two rivers, whose hydrography exactly fits the ancient Simois and Scamander; where again you see a relief that Homer called Batiea and behind which, among reeds and ponds, a bumpy waterlogged soil has never stopped singing "Ida of many sources."

FURTHER INFORMATION:


Thursday, May 21, 2015

BE NORDIC: L'ODISSEA DELLA GROENLANDIA

A fishing vessel passing an iceberg in the Disco Bay near Ilulissat @Mads Pihl
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Dogsleg on the sea ice outside Tsiilaq in East Greenland @Mads Pihl
VisitGreenland 
“Gli ultimi villaggi della banchisa” sono salvi. Almeno per ora, visto che la fatidica data del 20 maggio 2015 ha sorriso infine alla coppia monegasca formata da Nathalie e Alain Antognelli, permettendo loro di mandare in stampa forse uno dei documenti più preziosi oggi prodotti sulla Groenlandia: un libro-reportage faticosamente finanziato in crowd-funding e dedicato alle loro pionieristiche spedizioni in kayak lungo la costa occidentale della più grande isola del mondo. Servivano 7mila euro per pubblicare l’intero materiale raccolto in tre differenti viaggi fra il 2009 e il 2014; ne hanno ottenuti ben 7.065. 



Dogsledding with Ilulissat Tourist Nature in the Disko Bay area of North Greenland @Mads Pihl
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"The last villages on the ice", by Nathalie & Alain Antognelli
Al centro di rapidissimi cambiamenti politici, climatici e sociali – hanno dichiarato i due fotoreporter – la Groenlandia conosciuta sino ad ora potrebbe rivelarsi tutt’altro nell’arco di pochi anni. Per questo abbiamo deciso di esplorare le sue comunità più isolate partendo in kayak da Upernavik e finendo per toccare quasi 50 villaggi legati ancora a uno stile di vita tradizionale: tanta curiosità, ma soprattutto pochi fronzoli. A bordo non potevamo trasportare che un carico di circa 60 chili, inclusivo di riserve di cibo, un fucile, un telefono all’iridio, salumi disidratati, oltre naturalmente all’attrezzatura di sicurezza e all’equipaggiamento per campeggiare, con tanto di computer, mappe e GPS. Il tutto, quasi sempre in doppia copia, onde non correre rischi di perdite irreparabili”.

Iceberg and tiny boat near Tasiilaq @Mads Pihl
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Accompagnati per quasi 3.500 km da balene mattacchione, pronte a provocare per ore con spruzzi di sfida e falsi speronamenti, Nathalie e Alain pensavano inizialmente di raggiungere Savissivik, 76 gradi di latitudine a nord, solo per svernare. In realtà sono stati adottati da una delle socievolissime famiglie locali, venendo direttamente coinvolti nella vita degli ultimi cacciatori di narvali, proprio come ripetutosi fra i circa 200 abitanti dell’ancor più remoto Nuussuaq. Da pionieristica missione geografica, il loro viaggio è rimasto avvinto a vite nomadi da preservare a ogni costo, documentandone la fragile bellezza in un lungometraggio al debutto in questi giorni su TV5 Monde. La città di Milano non intende però esser da meno rispetto al canale televisivo francofone, potendo far conto sul festival Be Nordic quasi negli stessi giorni, fra il 22 e il 24 maggio: una grandiosa celebrazione del mondo artico e scandinavo, attraverso presentazioni di libri, videoproiezioni, assaggi gastronomici, musica e lezioni di lingua.

Dogsledding with Ilulissat Tourist Nature in the Disko Bay area @MadsPihl
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Peter Moller Hansen - Arctic Adventure
Naturalmente non tutti avvicinano la Groenlandia in modo così intraprendente – evidenzia lo specialista della destinazione Peter Morell Hansen, direttore del tour operator danese Arctic Adventure - tenuto conto che i mezzi di spostamento più utilizzati dai locali stessi restano i traghetti dell’Arctic Umiaq Line, in grado di spingersi tanto fra i fiordi quanto fra gli allevamenti di pecore, mentre in tavola vengono serviti blocchi fumanti di bue muschiato e patate. Ma sono almeno 5 le esperienze che ciascun visitatore della Groenlandia vuole immancabilmente provare, a tal punto che oggi si parla addirittura di “Big 5” artici: le corse sulle slitte trainate da cani, la visione delle incredibili luci boreali, l’hiking fra le sorprendenti architetture di ghiaccio e l’avvistamento delle balene, cui non da ultimo si aggiunge proprio l’immersione nello stile di vita dei più estremi pionieri del globo terrestre”. L’interesse verso le loro abitudini quotidiane, ma soprattutto intorno alle origini delle comunità più remote, sta crescendo di pari passo alle rivelazioni lasciate affiorare dal ghiaccio: una nuova - e forse ultima - era geologica destinata a riscrivere radicalmente la storia dell’uomo. 

To stages of Kim Eriksen's bone carvings @MadsPihl
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Bone carvings and jewellery at Tasiilaq Museum @MadsPihl
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Di recente hanno fatto scalpore le dichiarazioni di un team di archeologi danesi e canadesi, secondo i quali la Groenlandia – “scoperta” attorno all’anno mille - non sarebbe rimasta del tutto disabitata dopo la fine dei contatti con le comunità vichinghe nel XV secolo: “le analisi delle ossa di animali risalenti agli allevamenti dei coloni – hanno confermato Jan Heinemeirer e Niels Lynnerup, ricercatori dell’Università di Aarhus in Danimarca – non mostrano alcun segno di deterioramento o malattia, nonostante il raffreddamento del clima avesse spinto i coloni a modificare la dieta propria e quella del bestiame, traendo sostentamento soprattutto dal mare. In realtà l’isolamento delle loro comunità parrebbe dovuto al declino in Europa della domanda di pelli di foca e zanne di tricheco, attraverso cui i coloni riuscivano a procurarsi oggetti in metallo per meglio sostenere le sfide ambientali. Non più allevatori ma pescatori, messi di fronte a un’inevitabile perdita d’identità, i discendenti dei vichinghi avevano solo due vie da imboccare: trasformarsi loro stessi in Inuit, o emigrare”.

Thomasine talking about drum dancing in Tasiilaq @MadsPihl
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Hvalsey Fjord church ruins
Benché l’ultimo atto ufficiale della loro presenza sia stato ricondotto al matrimonio celebrato nella chiesa in rovina del fiordo Hvalsey, il 14 settembre 1408, è il numero decrescente di scheletri maschili nelle sepolture a lasciar supporre una graduale emigrazione dei locali, anziché un esodo di massa destinato a svuotare improvvisamente l’isola. Per Christian Koch Madsen, studente-ricercatore del Museo nazionale della Danimarca, la vita colonica sarebbe cioè proseguita in Groenlandia per altri 200 anni almeno dall’ultimo matrimonio attestato, mentre una parte dei discendenti si fondeva con le comunità Inuit. 


A river valley near Tasiilaq in East Greenland @Mads Pihl
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Il “caso Qilakitsoq”, la mummia di un bimbo di sei mesi sepolto vivo insieme alla madre e ritrovato nel 1972 (insieme ad altri sei corpi oggi esposti nel Museo di Nuuk), risulta piuttosto emblematico circa lo stile di vita nella Groenlandia di 500 anni fa: potendo contare su una dieta essenzialmente marina ma pur sempre completa, non era la scarsità di cibo a favorire l’assottigliamento delle comunità, bensì il problema delle menomazioni fisiche. Il bimbo di Qilakitsoq era affetto dalla sindrome di Down, causa inevitabile d’abbandono al gelo da parte di una comunità che, privata dell’apporto degli uomini più sani e intraprendenti, non poteva permettersi di mantenere individui inadatti alla dura selettività ambientale. Lo stesso si può indurre circa la mummia di un’altra donna ritrovata nella medesima sepoltura, il cui Dna attesta fosse sorda, cieca e colpita da un tumore. 

East Greenland dog sled under the northern lights @Mads Pihl
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Bal Gangadhar Tilak
Lungi dal relegare la vita in Groenlandia a un breve arco di secoli, partendo sempre e solo da un punto di vista etnocentrico, la combinazione di studi archeologici, antropologici e biologici sta piano piano adducendo graduali conferme a una delle teorie più audaci formulate dagli studiosi: l’isola polare come prima e originaria culla dell’umanità, a partire dalla quale si sarebbero poi diffusi e differenziati i popoli delle grandi civiltà terrestri. Un’idea fermamente sostenuta dal padre della nazione indiana Bal Gangadhar Tilak nel suo epocale saggio “The Arctic Home in the Vedas”, uscito nel 1903, ma ripreso in modo ancor più convincente dal ricercatore contemporaneo Felice Vinci, assurto agli onori della cronaca mondiale per il suo rivoluzionario libro “Omero nel Baltico”. Partendo dal paradosso dell’ubicazione geografica dell’antica isola di Ogigia, citata dallo scrittore greco Plutarco nell’opera De facie quae in orbe lunae apparet, Vinci non si è limitato a riconoscerla nell’odierno paradiso degli uccelli dell’arcipelago delle Far Oer (l’isola Mykines), ma ha evidenziato meticolose corrispondenze fra l’antico mondo acheo dell’Iliade e dell’Odissea e l’intera area scandinavo-baltica. 


Mykines as seen from Gasadalur, Far Oer Island - http://www.claudiocoppari.com/

Lyø dolmen
Proprio il cuore della Danimarca sarebbe stato sede dell’agognata Itaca di Ulisse (coincidente con l’odierna isola megalitica di Lyø), al pari del Peloponneso di Menelao (l’isola, come vuole fra l’altro l’originale nome greco, di Sjaellend), spingendo via via i confini del poema sino alla Casa dell’Ade nell’area di Capo Nord, alla terra dei Ciclopi lungo la costa norvegese o alla sventurata città di Troia nella Finlandia meridionale. Mari lividi, fitte nebbie, biondi eroi, nomi insospettabilmente assonanti: le immagini e le parole di Omero, assai più vicine a un paesaggio atlantico che mediterraneo, rievocano nell’area artica il bacino di una fiorente civiltà dell’Età del Bronzo. Una grande famiglia linguistica (e forse genetica, come il caso degli antichi “Inuit biondi” lascia sospettare), di cui la storia greca non sarebbe che l’eco lontana, dovuta al trasferimento delle sue genti per via dell’inasprimento del clima nordico.

East Greenland sled dogs on the trail @MadsPihl
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Dogsled going through a narrow passage in East Greenland @MadsPihl
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La “scoperta” della Groenlandia, sotto quest’ottica, assume allora la dimensione di un ritorno al vero luogo d’origine, il cui ricordo si è probabilmente affievolito nel corso dei millenni, senza estinguersi mai del tutto. Una sorta di magnetismo che va ben al di là del mero fenomeno fisico d’orientamento delle bussole. Si tratterebbe piuttosto di quell’ancestrale “richiamo”, di cui costantemente hanno parlato i più insigni esploratori della Groenlandia, italiani inclusi: da Leonardo Bonzi, che nel 1934 usò la famosa slitta di Nansen per penetrare il fiordo di Scoresby (oggi conservata al museo di Copenhagen), a Silvio Zavatti, fondatore dell’Istituto geografico polare italiano e studioso dell’area di Ammassalik; dalle molteplici spedizioni di Guido Monzino negli anni ’60, alla prima missione in solitaria di Carlo Bondavalli nel 1982, fra i pochi a raggiungere proprio il Polo Magnetico. Ma se gli esploratori finiscono spesso sotto i riflettori della ribalta per loro imprese mirabolanti, non meno decisivi sono stati i contributi di studiosi come Giulia Bogliolo Bruna, esperta sui primi contatti fra Inuit ed Europei, o Gabriella Massa, autrice del Manifesto per i Poli (“Più cultura per salvare la Natura”), per arrivare a Daniela Tommasini, professoressa del dipartimento NOrs-North Atlantic and Arctic Studies presso l’università di Roskilde, nonché autrice di una ricerca sulle modalità di sviluppo sostenibile del turismo in Groenlandia. 

The Hotel Arctic metal igloos in Ilulissat @MadsPihl
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Sunset over the Hotel Arctic metal igloos in Ilulissat @MadsPihl
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Sunset in the Disko Bay @MadsPihl
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Walking home with groceries in Kuummiut, @Mads Pihl
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Analizzando i casi delle piccole comunità di Ukkusissat, Itilleq, Qaanaaq e Ittoqqortoormit, verso cui tendono ormai a spingersi crociere capaci di trasportare sino a 3mila passeggeri, il rischio d’impoverire le comunità locali comprando tutto ciò che hanno da offrire è quasi associabile a un atto di predazione: al turismo in Groenlandia va perciò riconosciuto uno statuto speciale che, al consumo di beni materiali, sostituisca piuttosto quello di trasmissione di cultura o di tecniche, proprio come un tempo avveniva per l’ingaggio degli aedi e dei cantori di saghe. Una piccola, ma fondamentale rivoluzione, a partire dalla quale tornare ad abitare il mondo nella dinamica dello scambio alla pari. Perché la Groenlandia è, e oggi si conferma ancor più, casa del nostro sapere: una casa, però, fatta di ghiaccio che si scioglie, e si rigenera, là dov’è la Natura sola a scandirne l’eterno ritmo.   


Ulteriori informazioni:

QUATTRO PAROLE CON...
Ghita Scharling Sørensen, direttrice di VisitDenmark in Italia


1)    Quanto incide la destinazione Groenlandia, in termini di arrivi e business, nella strategia di promozione turistica danese e che tipo di attività o partnership portate avanti per informare la clientela italiana?

Per il momento la destinazione Groenlandia incide ancora poco in termini di arrivi, trattandosi di una destinazione di nicchia: per ora i visitatori sono del carattere "first movers". Stiamo però registrando un interesse da parte del mercato italiano, in quanto tanti viaggiatori cercano viaggi sempre più particolari e destinazioni inesplorate. Al momento, e come primo passo, ci siamo rivolti soprattutto ai tour operator, dato che la Groenlandia è certamente una destinazione molto adatta ai professionisti, per via della complessità nella fase d'organizzazione del viaggio (difficilmente realizzabile nella versione fai-da-te).

Small boat and big iceberg near Tasiilaq @Mads Pihl
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2)    Quali sono le richieste e le motivazioni della clientela italiana che visita la Groenlandia e in che cosa si differenziano rispetto a quanti preferiscono viaggiare nella Danimarca continentale?

La clientela italiana cerca in Groenlandia una destinazione con un forte impatto naturalistico e capace di garantire un'esperienza davvero unica. D'altra parte si tratta di una delle ormai rare destinazioni dove sia possibile assaporare il senso d'autenticità nel vero senso della parola, sia per quanto riguarda il carattere vergine della natura, che per la vitalità del foklore. Se la Groenlandia fa leva su un'offerta estrema, la Danimarca, Paese decisamente più piccolo, permette invece di scoprire i suoi paesaggi e i suoi contesti urbani aprendosi a qualunque target di visitatori. 

Polar fox at the Eqi Glacier Lodge @Mads Pihl
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3)    Chi è oggi il viaggiatore medio italiano in Danimarca e qual è il suo rapporto di permanenza/spesa in loco?

I primi amanti della Danimarca sono soprattutto le famiglie, ma anche i giovani che viaggiano con amici o le coppie in cerca di esperienze più intime. La permanenza varia da categoria a categoria, in quanto i giovanissimi al primo viaggio visitano soltanto Copenaghen per un breve city break di circa 2 o 3 giorni, mentre le famiglie e le coppie senza figli desiderano spesso visitare sia la capitale, sia il resto del paese, trattenendosi anche per una o due settimane.

Iceberg afloat in the Sermilik ice fjord @Mads Pihl
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4)    Quali sono le destinazioni o gli eventi/prodotti privilegiati dagli italiani che visitano la Danimarca e in cosa si differenziano dagli altri mercati europei?

Copenaghen è gradita a quanti desiderino scoprire il life-style e l'immagine tipo di una capitale nordica, tant'è che rappresenta l'80% dei pernottamenti italiani in Danimarca. Oltre alla città, che incuriosisce anche per un'offerta culturale di notevole qualità, nonché per la peculiare combinazione di arte, design e gastronomia, gli italiani amano esplorare altre città e villaggi in cerca di castelli, siti vichinghi, ma anche solo per girare in bicicletta nella natura. Nel sud della Danimarca è molto popolare il cosiddetto "island hopping", cioé il viaggio di isola in isola, senza mai trascurare la città natale del noto scrittore di favole Hans Christian Andersen. L'isola di Bornholm interessa invece per la sua unicità con forti tradizioni gastronomiche, per la natura mite e la cultura locale: sarà sicuramente la prossima meta di tendenza, grazie anche al suo lancio da parte del maggiore operatore turistico sui Paesi nordici, Giver Viaggi & Crociere. Aarhus, la seconda città più grande nella penisola di Jylland, è infine scelta sia per l'offerta culturale (non a caso sarà Capitale Europea della Cultura 2017), sia per la vicinanza a paesini particolarmente pittoreschi nella zona dei laghi. La parte ovest e nord della penisola rappresenta una meta più di nicchia: offre molto per quanto riguarda la natura selvatica, sebbene la punta più al nord, dove si trova la cittadina di Skagen resa popolare da Thomas Mann, sia richiesta anche solo per la possibilità di vedere l'opposto incontro delle correnti del Mar del Nord e del Mar Baltico. La primavera e l'estate sono i periodi in cui si registra il maggior numero di italiani in Danimarca, ma da alcuni anni Natale e Capodanno sono particolarmente richiesti perché capaci di restituire in modo genuino il vero spirito del Natale nordico. 

The mobile ski lift used by many ski touring groups in East Greenland @Mads Pihl
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5)    Che tipo di potenzialità e svantaggi presenta oggi il mercato italiano per la Danimarca e su quali progetti principali VisitDenmark sta lavorando per consolidare ulteriormente la propria capacità attrattiva? 

Il mercato italiano sta diventando sempre più importante, grazie a una crescita dei pernottamenti del 12,5% nel 2014, per la presenza di tanti nuovi collegamenti aerei e, in generale, in virtù di un interesse sempre più forte sullo stile di vita nordico in aumento ci fa capire. Riteniamo dunque esistano grandi potenzialità di sviluppo. La sfida è legata soprattutto a una percezione non sempre corretta della Danimarca di oggi, soprattutto come Paese caro, per questo motivo stiamo lavorando molto al fine di restituire un'immagine più realistica del nostro Paese. Un esempio concreto è l'evento Be Nordic, in calendario dal 20 al 24 maggio in via Gonzaga 7 nel centro di Milano, dove vengono organizzati spettacoli e incontri sia per gli addetti ai lavori del mondo del turismo, sia per il pubblico milanese. La manifestazione, che offre eventi di tutti i tipi, permette di partire per un viaggio - al tempo stesso reale e virtuale - alla scoperta della Danimarca, della Finlandia, della Norvegia e della Svezia. Rappresenta certo una delle iniziative più popolari per far conoscere le particolarità e le unicità della Danimarca, aiutandola a distinguersi in quell'immaginario che spesso fa dei Paesi scandinavi un solo e unico blocco. 

Sunrise in Oqaatsut @MadsPihl
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Air Greenland Dash 8 plane taking off from Kulusuk Airport @MadsPihl
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