Friday, May 29, 2015

BE NORDIC/2: SE LA SCANDINAVIA S'ILLUMINA


L’Anno Internazionale della Luce entra nel vivo. Con l’approssimarsi del solstizio d’estate, che nell’acclamato 2015 cadrà esattamente fra le ore 16.38 del 21 giugno e le 4.48 del giorno 22, tutti gli occhi sono puntati a nord. Sì, a nord, e non a est, perché pochi luoghi sulla Terra possono oggi competere nel numero di feste e iniziative qui organizzate in onore del Sole. Dietro quel che appaiono innocue forme di folklore, però, continuano a emergere preziosissimi indizi nella ricostruzione delle origini della civiltà, rispetto cui la Scandinavia pare oggi rivestire un ruolo insospettabilmente decisivo. Che il fuoco e la luce siano elementi più che mistici nella sensibilità nordica, diviene palese aggirandosi proprio per l’area del Baltico fra i mesi di maggio e giugno.  

L’intera costa danese, lungo tutti i suoi 7.500 chilometri, vede accatastare mucchi di rami secchi e ramoscelli destinati a trasformarsi in portentosi falò, attorno ai quali si leva il “canto liberatorio della notte di mezz’estate”: brano tradizionale scritto nel 1885 dal poeta Holger Drachmann e nei cui versi si saluta la Vigilia di San Giovanni (Sankt Hans Aften), in calendario il 23 giugno. In quell’esatto giorno le acque attornianti la Danimarca prendono letteralmente fuoco, ma dalle vicine coste norvegesi hanno imparato a replicare con uno spirito piromane ancor più incontenibile. Aalesund si è guadagnata ripetutamente il titolo di località capace d’allestire le pire più grandi al mondo, accatastando i bancali riciclati dalle frequenti spedizioni su nave. Strana passione, verrebbe da pensare, per una città che nel 1904 è stata letteralmente ridotta in cenere da un incendio devastante, ma tant’è: quando il solstizio arriva, la gente va fuori di matto. 


Nel 2010 i residenti hanno infranto ogni record, sollevando una pira di ben 40.45 metri, lo Slinningbaalet, senza usare neppure una gru: scoccata la scintilla sulla cima, il rito prevede però che ci si precipiti a terra il più in fretta possibile, onde non esser divorati da fiamme degne di un drago. 

Senza dubbio dev’essere una pulsione freudiana volta a scongiurare nuove devastazioni simili a quelle d’inizio secolo scorso, cui Aalesund, paradossalmente, deve la sua unicità in tutta la Norvegia. 

Grazie all’aiuto personale del Kaiser tedesco Guglielmo II, che adorava trascorrere le sue vacanze nel distretto locale di Sunnmoore (tuttora orgogliosamente attaccato al Nynorsk, la forma “nuova” del norvegese scritto), poco dopo l’incendio iniziarono a pervenire in città materiali da ricostruzione in pietra anziché nel tradizionale legno. 

Messi al lavoro 20 maestri e ben 30 architetti formatisi fra Trondheim, Charlottenburg e Berlino, Aalesund rinacque in forme Jugendstil ispirate ai capolavori di tutt’Europa, a tal punto che la città è oggi uno dei perni dell’Art nouveau network europeo.  


Ma il fuoco non è che la manifestazione della luce sulla terra. Lo sanno bene a Skagen, cittadina simbolo di questa tensione primigenia e irrefrenabile, al vertice della penisola danese dello Jutland: la sua posizione geografica, sospesa fra il Mar del Nord e il Mar Baltico, trae infatti beneficio da un’esposizione al Sole molto più diretta che altrove, dal momento che le spiagge bianche riflettono una luce in grado di stregare artisti da tutt’Europa. Il Tonio Kroeger di Thomas Mann resta forse una delle pagine di letteratura più emozionanti a riguardo, ma dopo che i pittori Poul e Anna Ancher, insieme a Peder Severin Krooyer, ne avevano esaltato la peculiare intensità nel XIX secolo, Skagen non ha mai smesso di essere meta d’ispirazione e, oggi, vive nello splendore delle opere artistiche raccolte nello Skagen Museum (riaperto al pubblico da maggio a seguito di lunghi lavori di riallestimento). 

Quella mistica e heideggeriana “Lichtung”, di cui tanti hanno parlato, è stata fra l’altro al centro della rivoluzione strutturale del designer danese Henning Larsen, nato non a caso nello Jutland occidentale ed entrato nella storia per aver sostituito in architettura l’uso dei mattoni a quello della luce. Esempi straordinari ne sono la Ny Carlsberg Glypyotek di Copenhangen, al pari della Banca Nordea e del teatro dell’opera della capitale danese, ma anche la futura capitale europea della cultura può competere alla pari: una vertiginosa passeggiata sul tetto di vetro del museo d’arte moderna ARos, ad Aarhus, permette di cogliere continue variazioni cromatiche in funzione del cambio di luce. E’ a Saeby, sempre in prossimità della punta dello Jutland orientale, che s’inizia tuttavia a intuire una verità più arcana: qui si vede ciò che normalmente è invisibile all’occhio umano. Durante i cosiddetti “safari d’ambra” in riva al mare, curati dall’esperto Frants Kristensen dell’azienda Ravsliberen (specializzata nella sua lucidatura), ciascun ospite viene chiamato a cogliere quei sottili dettagli che fanno di un’apparente pietra grezza uno specchio di verità. O di una cittadina periferica come Toija, incastonata in Finlandia fra Helsinki e Turku, la leggendaria Troia dell’Iliade.



Nessun abbaglio. Nessun fuoco di paglia. Sono ancora una volta gli studi di Felice Vinci, autore del miliare “Omero nel Baltico”, a ridisegnare i confini della Scandinavia, man mano che il suo occhio indaga dalla remota Groenlandia alle foreste dei Finni. E se l’intuizione che l’ha portato a ricollocare l’Odissea fra Danimarca e Norvegia è scaturita dal paradosso geografico dell’isola di Ogigia/Mykines, in questo caso è proprio il peculiare comportamento della luce nordica a confermare le radici del poema bellico di Omero. Dall’XI al XVIII libro dell'Iliade imperversa infatti un’unica, interminabile battaglia fra Achei e Troiani, durante la quale l’ora del mezzogiorno viene segnalata per due volte. “Zeus, una notte funesta stese sulla mischia violenta, perché intorno al suo figlio fosse funesta la lotta”. Cosa significa allora questo passaggio? Che cos’è mai questa notte inframmezzata a due mezzogiorni? Certo è una notte molto strana. A tal punto, forse, da cambiare per sempre i nostri giorni. E’ una notte in cui combattimenti non s’interrompono affatto; anzi, proseguono freneticamente fino alla sera successiva. 


Anche nei giorni più lunghi dell’anno, attorno al solstizio d’estate – scrive Vinci - nel sud dell’Europa vi sono non meno di cinque o sei ore di tenebra fitta che, in mancanza di bengala o di visori a infrarossi, rendono impossibile la prosecuzione di una battaglia in condizioni “normali”, quali quelle descritte dall’Iliade”. 

Non a Toija, a oltre 60° di latitudine e ad appena 6° dal circolo polare artico, quando nel mese di giugno il sole scende ben poco dietro l’orizzonte e pertanto le notti sono abbastanza chiare da lasciare una certa visibilità. Omero ha una parola specifica per questo fenomeno: amphilyke nyk. Notte chiara. O, per noi più familiare, notte bianca. Ed è fra l’altro curioso che il termine finlandese “hämärä”, che indica il crepuscolo, suoni come l’omerico “hemera”, significante il giorno. 


Ma l’analisi di Vinci è articolata e ricca di ulteriori indizi “illuminanti”, soprattutto per quanto riguarda la descrizione omerica di un fenomeno assolutamente non riscontrabile nel Mediterraneo: la cosiddetta “danza dell’aurora”, comune anche ai Veda indiani, là dove la dea Ushas, ossia l’Alba, viene descritta come figura danzante. Potrebbe trattarsi in realtà delle “albe rotanti” tipiche delle latitudini polari, quando il Sole non riesce ancora a levarsi oltre la linea dell’orizzonte, ma preannuncia l’imminente fine della notte artica, mentre l’alba mostra proprio uno spostamento circolare del cono di luce. Un evento descritto assai bene da Ulisse nel suo approccio all’isola della dea Circe, ma che invita anche a osservare le tradizionali danze svedesi di mezz’estate con un occhio più consapevole: al pari delle “caroles” medioevali francesi, durante le quali si danzava in circolo cantando, esattamente come avviene ancora nelle Christmas carols inglesi (in occasione del solstizio d’inverno), o volendo spingersi oltre, accostandosi ai “choroi” greci (sopravvissuti nel famoso sirtaki), roteare tenendosi per mano – a detta di Vinci – altro non sarebbe che un rito propiziatorio acheo. Un antichissimo rito per celebrare il ritorno del Sole attraverso le omeriche “danze dell’Aurora”. 


Analogamente la festa svedese di Midsummer, immancabile il venerdì prima del solstizio d’estate, non appare solo un curioso fenomeno in occasione del quale le città si svuotano sino a divenire deserte, mentre ogni singolo cittadino si catapulta in campagna per unirsi ad amici o parenti: dietro la raccolta di fiori da intrecciare in corone poi rigorosamente appese al grande albero sacro, nei riti che invitano i ragazzi e le ragazze a deporre sotto il cuscino sette tipi di fiori che riveleranno in sogno il loro futuro compagno di vita, così come nelle inevitabili danze di famiglia in circolo, vive ancor’oggi l’eco di un tempo tanto remoto, che ci spinge almeno all’Età del BronzoNé andrebbero presi per pazzi, come sospetta lo scrittore Arto Paasilinna, quei finlandesi che festeggiano il solstizio attraverso sei bizzarri incantesimi finiti nell’ultimo video di VisitFinland: ragazze che si rotolano nude nei campi di grano, altre che cercano quadrifogli da stringere al petto, chi fa bouquet con otto fiori diversi o cerca di prevedere il futuro attraverso fili colorati, per arrivare a quanti intrecciano frustini da sauna e li scagliano bramosi di conoscerne la direzione di caduta, o addirittura si mettono in ascolto del primo suono del mattino.




Strano a dirsi, ma proprio loro potrebbero essere gli eredi dei gloriosi eroi omerici. Non ridano gli italiani, le cui radici troiane dovrebbero consigliare loro maggior prudenza: anzi, farebbero bene a considerare i finlandesi più vicini di quanto pensino, visto che nelle sospette assonanze fra la cittadina finlandese di Padva e l’italica Padova, fra quella di Abo e Abano, fra Salo e Salò, così come nelle molteplici corrispondenze che la toponomastica italo-finlandese regala, potrebbero infine scovare qualche lontano parente. O, semplicemente, un motivo per gemellarsi sulle orme di un’emigrazione culturale e archeologica che, al di là di frontiere illusorie, stringe l’Europa in un’unica grande famiglia. E, oggi, torna a farlo in nome della città che per prima unì le sue genti: Troia, o Toija che dir si voglia. Quel piccolo centro abitato finlandese rispetto al quale, appena un chilometro più a est, si alza una zona collinare che guarda verso Kisko (nome dalla sospetta assonanza con le “porte Scee” di Troia). Là si contempla infatti una pianura oggi colmata dalle acque del lago Kirkkojaervi, ma dove pure confluiscono due fiumi la cui idrografia pare corrispondere esattamente agli antichi Simoenta e Scamandro; dove ancora si scorge una rilievo che Omero chiamava Batiea e dietro il quale, fra canne e stagni, un accidentato terreno acquitrinoso non ha mai smesso di cantare “Ida dalle molte sorgenti”.


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1 comment:

  1. Grande viaggio. Recentemente sono stato in un tour dell'Europa. Mi è piaciuta molto, scoperto un sacco di nuovi luoghi ed emozioni. Ho visitato molti stabilimenti, quali il salone spa http://wellcum.at/it/. Per la prima volta ero in una cabina spa, ma tutti molto. L'atmosfera è meravigliosa.

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