Tuesday, May 5, 2015

EXPO2015: La Lombardia a Milano, a Monza la Longobardia

Brianza di poche parole, ma sempre pragmatica. Onorando la nomea dei suoi infaticabili lavoratori, l’ormai leggendario lembo di territorio incuneato fra Milano e il lago di Como ha saputo rubare la scena persino all’inaugurazione in pompa magna di Expo2015, svoltasi lo scorso 1° maggio. Proprio alla vigilia del grande evento internazionale, tre giornalisti di Hong Kong si sono spinti a nord del capoluogo lombardo per comprenderne a fondo il retroterra culturale e produttivo, con l’obiettivo di farne la nuova meta di tendenza per il turismo cinese. Un progetto reso possibile grazie alle informazioni e al supporto offerti proprio da Altrimenti.net che, in collaborazione con la Camera del Commercio di Monza e Brianza, ha permesso di guidare la visita stampa di Kengi Tsui, Alvin Lee e Richard Fung ben al di là dei confini noti: perché scoprire il territorio a nord di Milano significa innanzitutto risalire alle radici della Lombardia, regione che nel suo stesso nome porta inscritta l’eredità di una delle civiltà italiane più affascinanti, ma ancora poco conosciute nel loro effettivo valore. I Longobardi.






Le ragioni appaiono in buona parte logistiche. Per quanto il progetto Italia Langobardorum sia sotto tutela Unesco già da alcuni anni, le distanze fra una località e l’altra del circuito impediscono spesso di apprezzare nella totalità i suoi tesori, mentre la mancata catalogazione di alcuni siti fondamentali - quali ad esempio quelli presenti in Brianza - restituisce un’esperienza comunque parziale. Troppi i chilometri che dividono il centro urbano del primo ducato di Cividale del Friuli rispetto al complesso monastico di Santa Giulia a Brescia, dove si consumò la tragedia di Ermengarda, ultima regina longobarda ripudiata dall’imperatore franco. Difficile raggiungere la fortezza e la basilica di Spoleto, o l’arroccato tempietto di Clitunno nel centro Italia, sapendo che occorre poi scendere sino ai siti sacri di Benevento e di Monte Sant’Angelo in Puglia, dove il culto cristiano dell’arcangelo Michele si è sovrapposto a quello pagano di Woden nelle straordinarie stratificazioni carsiche del Parco nazionale del Gargano. Non potendo far conto su molti giorni a disposizione, visto che la permanenza media di quanti arrivano a Milano e visitano la Lombardia si attesta ancora sulle due notti, conviene dunque puntare direttamente al cuore dell’antico regno italico.




Seguendo la parabola longobarda, consumatasi a cavallo fra il VI e l’VIII secolo d.C., si può infatti cogliere quella prima decisiva contaminazione fra i mondi latino, germanico e slavo, che permise all’Europa di prendere volto dopo il millenario e monolitico dominio di Roma. La regina che fece grande Monza attraverso la conversione del suo popolo al Cristianesimo, e le cui spoglie riposano oggi nel duomo gotico della città, risulta perciò il punto focale di un indispensabile itinerario lungo il quale affiorano alcuni dei tesori più preziosi ed emblematici della Lombardia. Benché Monza e Pavia restino spesso fuori dalle mappe di visita di chi giunge a Milano, le due antiche capitali dei Longobardi rappresentano un ideale doppio punto di partenza, in quanto legate allo stesso filo rosso. 

L’incoronazione dei maggiori sovrani d’Italia, così come quella degli imperatori d’Europa, passò sempre per questi due poli, in nome delle tre corone imposte dalla tradizione germanica successiva all’era romana: quella d’argento di Aquisgrana in Germania, quella d’oro a Roma e quella di ferro a Monza, divenuta nel tempo fra le reliquie più sacre e ambite. 




La leggenda, che vuole sia stata realizzata attraverso la fusione di un chiodo con cui Cristo venne crocefisso, ha indotto i più grandi sovrani europei a non ritenere effettiva la propria investitura, senza poter calcare la “corona ferrea” sulle proprie teste: persino l’imperatore Napoleone Bonaparte, riconosciuto illuminista, non si sottrasse al fascino arcano della reliquia, oggi custodita nell’altare della Cappella di Teodolinda a Monza e accessibile attraverso la visita al museo del Tesoro del Duomo. Ma se Pavia richiede almeno un’intera giornata per apprezzare il suo castello visconteo, il suo famoso ponte coperto sul Ticino o l’ancor più nota e splendida Certosa, Monza presenta sicuramente il vantaggio di poter essere raggiunta in meno di dieci minuti di treno dal cuore di Milano, oltre a offrire alcune delle sue principali attrattive nell’arco di pochi passi: dal fiero palazzo comunale nel cuore della città, l’Arengario del XIII secolo, all’antica casa degli Umiliati, confraternita che tanto contribuì allo sviluppo della lavorazione della lana (oggi rilanciata dal progetto di valorizzazione della pregiata pecora brianzola), per arrivare all’imponente prospettiva della Villa Reale, residenza neoclassica voluta nel 1777 dall’imperatrice austriaca Maria Teresa e impreziosita al suo interno dal sorprendente Museo del Design, ogni fase dello sviluppo lombardo trova in Monza una testimonianza non soltanto monumentale, ma vivente. Basti pensare alle eccellenze nell'ambito della lavorazione del legno, forse uno dei settori di produzione più noti della Brianza nel mondo, capace di affiancare allo straordinario Museo del Legno di Cantù i giovani talenti dello Studio Apeiron di Sovico, sino a colossi dell'export quali Paolo Lucchetta di Meda.  



Se il nuovo circuito del design permette infatti di entrare direttamente negli show room e negli outlet di aziende che sono leader mondiali anche nel campo della moda e degli arredi, sull’onda di Expo sta rinascendo uno dei settori apparso per secoli l’autentico motore economico del territorio, benché quasi scomparso per via della fioritura delle oltre 90mila piccole-medie imprese locali: che si tratti oggi dell’asparago rosa di Mezzago, della patata bianca di Oreno o dei salumi stagionati di Marco d’Oggiono, arrivando al recupero della tradizione vitivinicola esaltata dagli studi del conte Carlo Verri di Biassono o all’imponente produzione della seta, l’agricoltura locale (appena l’1.5% del business in Brianza) trova nel capoluogo della provincia una vetrina strategica per far conoscere appieno l’unicità della sua produzione. Delizie che, ancora una volta, rimandano al periodo medioevale, ma trovano anche nei 18 ristoranti aderenti al festival “Colori e Sapori di Monza e Brianza” l’occasione ideale per concedersi ai piaceri della tavola. 




Grazie alle attività svolte dalla Scuola di Agraria nel Parco di Monza, che con i suoi 685 ettari risulta la più grande riserva verde cintata d’Europa (tanto da ospitare al suo interno anche il circuito di Formula1 su cui gli stessi privati possono oggi correre), i prodotti della terra brianzola si vestono di un marchio di qualità di primo livello. 

Sulla direttrice fra l’aeroporto di Milano Malpensa e Monza, inoltre, è già possibile immergersi in tutta la straordinaria eredità longobarda. 

Il sito di Torba, incluso nel progetto Italia Langobardorum, conserva uno dei migliori esempi di fortificazioni romane tardo-imperiali (poi convertite in monastero) ed è impreziosito da un parco archeologico riconosciuto dall’Unesco: la collina di Castelseprio, perfetto esempio di riorganizzazione urbanistico-militare nella cosiddetta epoca delle “invasioni barbariche”, cela inoltre l’enigmatica cappella di Santa Maria Foris Portas, i cui affreschi - forse risalenti al V secolo d.C. - riconducono a una tradizione cristiana apocrifa senza eguali in Italia. 






Per trovare uno stile quanto meno affine, occorre raggiungere il remoto monastero di San Pietro al Monte, in vetta al Cornizzolo di Civate: porta d’ingresso alla splendida area dei laghi briantei, nonché complesso monumentale destinato a divenire il prossimo sito Unesco lombardo. Il suo ciclo d’affreschi, fra i meglio conservati del periodo romanico, l’impagabile contesto naturalistico, nonché le leggende legate all’ultimo principe dei Longobardi, Adelchi, ne fanno sicuramente una delle vette artistiche a livello mondiale. Quasi a voler chiudere un ideale cerchio temporale, sul vicino lago di Como l’epopea longobarda mette a fronte il suo inizio e la sua fine. 

Da una parte i tesori archeologici dell’isola Comacina, centro propulsore dei maggiori maestri alto-medioevali, permettono di ricostruire la delicatissima fase di scontro fra la declinante egemonia bizantina in Italia e l’arrivo dei nuovi dominatori longobardi, dando oltretutto modo di soggiornare nelle splendide case per artisti ospitate fra i suoi boschi. 

Dall’altra, guardando sulla sponda opposta del lago, si apre più a nord l’intimo golfo di Piona, dove sorge l’omonima abbazia cistercense, le cui radici risalgono al periodo longobardo, ma già proiettano verso la fase monacale del Basso Medioevo. Come dire: tre secoli, in meno di 30 chilometri.  







“O mio re Desiderio, e tu del regno/Nobil collega, Adelchi; il doloroso/Ed alto ufizio che alla nostra fede/Commetteste, è fornito. All'arduo muro/Che Val di Susa chiude, e dalla franca/La longobarda signoria divide,/Come imponeste, noi ristemmo…” 

(Adelchi, di Alessandro Manzoni)

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