Wednesday, June 17, 2015

WATERLOO 2015: WELLINGTON SOTTO PROCESSO

Non c’è pace per l’Imperatore. A duecento anni esatti dall’inaccettabile disfatta di Waterloo, quando il sogno di un’Europa egualitaria s’impantanò nei fanghi del Belgio, uno spaventoso dubbio s’insinua fra i figuranti oggi in marcia verso la più grande ricostruzione bellica al mondo; perché il 19 e il 20 giugno, a Waterloo, non va semplicemente in scena la replica dello scontro fra le redivive truppe della Grand Armée napoleonica e quelle alleate sotto la direzione del Duca di Wellington

Nell’ormai leggendaria cittadina ad appena 20 chilometri a sud di Bruxelles, volontari di mezz’Europa metteranno alla prova del fuoco la bislacca teoria che, sino a oggi, ha ascritto la vittoria su Napoleone più alla dea bendata, che all’effettivo genio militare di Sua Grazia. 


I risultati saranno necessariamente indicativi, perché a fronte degli effettivi 69mila uomini dell’Imperatore, contrapposti a un variegato schieramento di 68mila combattenti d’origine belga, olandese, tedesca e britannica (stime di Alessandro Barbero, autore de “La battaglia”), nei prossimi due giorni a Waterloo saranno schierati 5000 figuranti, 300 cavalli e 100 bocche di cannone: giusto la quantità per rievocare lo sventurato attacco francese alla collina di Mont Saint Jean, dietro cui gli uomini del Duca di Ferro attendevano in quadri spauriti e costretti a confidare nelle virtù strategiche del loro imbattuto comandante, ma sufficiente comunque per restituire il caos successivo alla rotta imperiale. 


Qui piove sul bagnato, però: l’arrivo dei circa 70.000 prussiani comandati dal generale Bluecher, provvidenziali quasi quanto i temporali che tardarono l’attacco di Napoleone, accrebbero sicuramente le dimensioni della disfatta, ma non spiegano ancor oggi l’esito della battaglia che pose fine alle illusioni della Rivoluzione Francese. Troppi i dubbi. Troppe le variabili in gioco. Spesso, per giunta, dal sapore alquanto palliativo: possibile che il genio miliare di tutti i tempi avesse sottovalutato a tal punto il suo avversario, da mandare al macello i resti della sua gloriosa armata? Fu soltanto colpa del terreno fangoso, se l’attacco francese attese così a lungo da permettere ai prussiani di ricongiungersi con gli alleati in serata? 

E com’è possibile che un generale esperto come Grouchy, le cui truppe si erano gettate all’inseguimento dei resti prussiani sconfitti due giorni prima a Ligny, abbia trotterellato sereno per le campagne della Vallonia, mentre a pochi chilometri l’Imperatore lo attendeva spasmodicamente nel suo monocolo? Che n’è stato davvero del grande Napoleone, il parvenu capace di far tremare per quasi vent’anni le corti di tutt’Europa, ma a quanto pare tradito da qualche chilo di troppo, una notte insonne e dalle rughe della prudenza? 


C’è chi è arrivato a scaricare l’intera colpa della disfatta sulle mappe mal disegnate dell’esercito francese, non rassegnandosi all’esito di un’epopea che, per un attimo lungo quanto l’eternità, fece trattenere il respiro al mondo intero. Francia e Belgio si sono invece impegnati a ricostruire meticolosamente la “route Napoléon”, nel tentativo di offrire nuovi lumi agli storici, così come agli orfani dell’Imperatore. Sulla riva destra del fiume Thure, presso il ponte della Tannerie, il primo avvertimento: “Voi credete che la vittoria sia sempre attaccata al vostro passo – queste le parole del giovinetto in cui l’imperatore s’imbatté appena arrivato su suolo vallone, rimaste scolpite nella targa che segna l’inizio del fine – ma passa e scompare proprio come l’acqua di questo torrente”. Brutto segno. E’ il 14 giugno 1815. Napoleone avanza ancora verso Beaumont, dove svetta la strategica torre medioevale della Salamandre: tutto sembra scorrere liscio come l’olio. Eppure il cielo non è per nulla blu. Neppure la visione dei meravigliosi giardini sospesi di Thuin regalano a Bonaparte quella leggerezza che provava un tempo fra le campagne italiane. Forse solo la colorata marcia dei suoi abitanti, l’Entre-sambre-et-Muse, che ogni primavera, sin dal Medioevo, celebra la protezione dei santi. 


Ma l’Imperatore è uomo di lumi. L’uomo che si fa che con le sue stesse mani. Meglio un sorso rinfrancante alla vicina distilleria di Biercée. O un colpo d’occhio alle miniere di Marcinelle, affinché il decreto sull’avvio dell’esplorazione carbonifera del 21 aprile 1810 non resti lettera morta e, oltre alla Rivoluzione dei diritti, prenda piede anche la Rivoluzione industriale. Nessuno può resistere alla forza della storia: nel villaggio di Ligny i prussiani di Bluecher hanno assaggiato di nuovo la sconfitta. Sono rimasti pietrificati nelle miniature in piombo del museo locale. Sepolti sotto le uniformi solcate dall’aquila d’oro. Prigionieri di mappe menzognere, mentre lo sguardo fiero dell’Imperatore spaziava dalle finestre del Castello “de la Paix” a Fleurus. 

Inutile appellarsi ai santi, quando la Francia è in marcia. A chi si oppone, spetta la fine dell’abbazia benedettina di Villers-la-Ville: scheletro gotico che si ostina a implorare il cielo con lo slancio infinito delle sue arcate in rovina. Avanti. Avanti ancora. E’ tempo di prendere posizione nella cascina di Caillou: con le sue finestre luminose e la sua cucina profumata, i campi ondulati sembrano persino sorridere. 


Poco oltre, la Belle Alliance ammicca, mentre il castello di Hougoumont s’acciglia. Le nuvole, inspiegabilmente, hanno però le sembianze di un leone che domina una collina, quasi fosse lui e non l’Imperatore il padrone assoluto del panorama. All’improvviso fumi. Tuoni di cannone. Urla. L’oblio.
Waterloo è oggi la scena di un delitto (di lesa maestà). Plausibile, dunque, che a pronunciare l’ultima parola su quel che fu, non sia tanto uno storico, quanto un giurista: Ubaldo Giuliani Balestrino. Il suo recente e provocatorio saggio, “Il segreto di Waterloo”, scuote infatti le fondamenta di tutte le accanite ricostruzioni scritte da duecento anni a questa parte, tanto da esser stato al centro di un incontro pubblico organizzato a Biassono (MB) dall'Ufficio belga del turismo Bruxelles-Vallonia, insieme ad Altrimenti.net e all'Associazione culturale "Gaetano Osculati". La risposta finale non si trova però in qualche foglio ingiallito e appallottolato nelle fenditure della Belle Alliance, la locanda dove Napoleone trascorse la sua ultima notte da Padrone dei Destini, la stessa presso cui Bluecher e Wellington si ricongiunsero simbolicamente vittoriosi, ma contro la quale il Duca di Ferro si oppose sempre con sospetta insistenza, nel momento in cui si sarebbe dovuto attribuire un nome alla battaglia da consegnare ai posteri.  


Un indizio che già la dice lunga sull’ambiguo atteggiamento di Wellington verso la battaglia che ne consacrò il mito di condottiero insuperabile. Non era forse un segno del destino che la vittoria fosse sopraggiunta proprio là dove si evocava la “Bella Alleanza” fra inglesi, prussiani, tedeschi, belgi e olandesi? A Wellington quel nome non garbò affatto. A chiunque lo invitasse a ricostruire i drammatici eventi della campagna belga, nei lunghi anni seguiti a Waterloo, rilanciò immancabilmente con la necessità di stendere un velo su quella che, a tutti gli effetti, era stata una mostruosa carneficina. Quasi un autoannientamento delle forze in campo: oscenità che solo la Prima Guerra Mondiale avrebbe drammaticamente riproposto. E che dire di quelle lacrime sfuggite la sera stessa del suo ritorno alla locanda che, oggi, porta proprio il suo nome, il Museo Wellington

Il Duca di Ferro, l’uomo imperturbabile che non si scomponeva neppure quando le palle di cannone smembravano gambe a pochi centimetri dal suo cavallo, pianse all’improvviso. Forse per l’unica volta della sua vita. Sicuramente la sola in pubblico. A meno che non gli ricapiti proprio ora, costretto a sedere sul banco degli imputati, sotto l’indice impietoso dell’ultimo processo: “Non fu forse lei a trarre in inganno l’Imperatore, spingendolo a dar battaglia fuori dalla Francia, andando a disporsi nell’unico punto in cui qualsiasi ritirata sarebbe stata impossibile, se non a costo di venir falcidiati fra i boschi antistanti Bruxelles?”. 

Nulla, il Duca tiene lo sguardo basso. “Non fu ancora lei, ben prima della battaglia, ad annotarsi il sito di Mont Saint Jean come il luogo ideale per opporre una resistenza all’ultimo uomo?”. Le mani del Duca s’intrecciano nervosamente. “Che alternativa potevano avere i suoi uomini, se non resistere o essere annientati, là dove ogni fuga era impossibile?”. In aula si rumoreggia. “Com’è possibile che, di fronte all’esercito più forte del mondo, lei non avesse studiato neppure un piano alternativo, in caso di rotta?”. Un leggero fremito nelle labbra. “E che dire del sacrificio della cavalleria inglese, lasciata senz’ordini di rientro? Temeva forse potesse servire a coprire una ritirata contro la quale lei era disposto a sacrificare ogni goccia di sangue?”. Sguardi smarriti. Volti indignati. Il Duca si guarda intorno per la prima volta, forse consapevole dell’enormità di cui lo si vuole incolpare. “Comodo combattere sino all’ultimo uomo, quando i due terzi delle truppe non erano inglesi”. Una goccia di sudore imperla le tempie del Grande Condottiero. “E io con uomini del genere dovrei vincere la battaglia?”: non sono forse parole sue? Non ha forse definito il suo esercito “schiuma della terra?”. E non fu lei a dire: “so soltanto che non scapperanno e che ci vorranno molte ore per ammazzarli tutti”. Che stima poteva avere – usiamo ancora le sue medesime parole - per “uomini che hanno abbandonato le loro famiglie a fare la fame, per la tentazione di poche sterline con cui ubriacarsi”, o, come lei stesso aggiunse, verso ufficiali che ”si arruolano perché hanno messo incinta la ragazza, altri perché sono ricercati, molti di più per la smania di ubriacarsi”. Le ricordiamo che, finita la battaglia, non ha mai speso una parola di ringraziamento per i suoi soldati.


Si alza il giudice. “Imputato Arthur Wellesley, Duca di Wellington, tutto lascia indurre una cruda verità. Le forze in campo escludevano una possibile vittoria alleata, soprattutto nel caso d’improntare la battaglia a una strategia di manovra, arma imbattibile dell’Imperatore. Il rifiuto prussiano di mandare contingenti per difendersi, anziché aggirare le truppe francesi, lascia ben supporre che lei, Duca, puntasse solo al contenimento, o meglio, a logorare quanto più possibile l’esercito di Napoleone, in modo tale che, anche nel caso di vittoria a Waterloo, gli sarebbe stato quasi impossibile proseguire la guerra. Il suo collega prussiano Gneisenau non si fidava affatto della sua strategia e, se non avesse fatto di testa propria, le avrebbe solo messo a disposizione altra carne da macello. E fortuna, o sfortuna per i francesi, che Bluecher e lo stesso Gneisenau abbiano deciso d’inseguire l’esercito imperiale in rotta, privandolo infine dell’intera artiglieria con cui avrebbe potuto ingaggiare di nuovo battaglia! L’accusa è pesantissima: mai, prima di Waterloo, un generale decise coscientemente di sacrificare un numero tale di soldati, senza renderli neppure partecipi di un atto tanto folle. Neppure l’Imperatore, che amava le sue stesse truppe, riuscì a crederlo. Attendeva la sua ritirata, mentre il campo si tingeva di sangue sotto i colpi della sua terribile artiglieria. Niente. Impassibile. I suoi uomini chiedevano di retrocedere, lei li obbligava a farsi maciullare.  Ha sicuramente vinto la battaglia, egregio Duca di Wellington, ma non si aspetti ora che l’umanità le sia riconoscente per quanto ha fatto: un’altra Europa era possibile"


Un’Europa dei diritti e non degli interessi. Un’Europa costruita sul merito, anziché sul privilegio. Un’Europa dei popoli, al posto delle nazioni. No. Non ha neppur bisogno di controbattere: questa non fu senz’altro l’Europa dell’Imperatore, ma lo sarebbe potuta essere grazie anche a lui. Lo avete additato come “il perturbatore della pace”, come l’uomo incapace di rispettare i confini, lo avete combattuto e avete tramato per farlo cadere anche quando il mondo intero non chiedeva altro fuorché pace. Molto resta da meditare sulle parole lasciateci in consegna nel suo diario segreto, trasmessoci dal suo alter ego Antoine de Jomini. “Io, il figlio della libertà, vengo combattuto come tiranno. Da chi? Dai figli della reazione che mi combattono in nome della libertà. Per una stranezza propria a questo secolo, i despoti dei mari hanno l’aria di combattermi per ristabilire la libertà del commercio”. Alziamo pietosamente lo sguardo e guardiamo a est. Forse un nuovo sole sta per sorgere proprio laggiù, o forse là s’affretta l’ombra di una guerra che, immancabilmente, dimentica quanto la storia si ostina a ripetere.  La seduta è tolta. Date fuoco ai cannoni.    



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