Friday, July 17, 2015

PERCHE' CONTINUEREMO A TORNARE A WATERLOO


Morta ad Atene, l'Europa rinasce a Waterloo. Messo frettolosamente alla berlina da un infelice articolo apparso sul quotidiano La Repubblica, lo straordinario Bicentenario della ultima, titanica battaglia di Napoleone, ha in realtà mostrato una via verso cui siamo tutti chiamati. 

Anzi, ben più di una: se l'Ufficio belga per il turismo Bruxelles-Vallonia è stato abile e lungimirante nel riaccendere i riflettori sulla fondamentale importanza della Route Napoléon en Wallonie, quel fatidico tratto che l’imperatore percorse nel giugno 1815 da Hanau a Waterloo, l’intervento al Bicentenario dell’ultimo discendente dei Bonaparte risuona ancora nelle orecchie degli europei, ricordando loro chi siano davvero e su quale piano si debbano confrontare: tanto più oggi, di fronte al disperato tentativo greco di opporsi alle umilianti politiche economiche dell'Unione Europea. 




L’anelito ai valori della libertà, dell'uguaglianza e della fraternità resta vivissimo nel pro-pro-pro-nipote dell'imperatore, Charles Napoléon Bonaparte. Ma è altrettanto preoccupante che l’Italia abbia nicchiato su un evento così importante, che il governo francese abbia disertato la manifestazione svoltasi in Belgio fra il 18 e il 21 giugno, che la Gran Bretagna ne abbia approfittato per sbandierare la sua vetusta Union Jack, in assenza di una Germania saggiamente impegnata a guardare a est, ma assai diplomatica nel farsi rappresentare dall’erede del generale d’acciaio, il principe Nikolaus Bluecher von Wahlstatt (benché il Bicentenario quasi non abbia fatto menzione del decisivo apporto alla battaglia delle truppe prussiane). La sua stretta di mano con Charles Bonaparte e l’ultimo Duca di Wellington è servita ad auspicare, più che a sancire, una ritrovata armonia nel consesso europeo, ma sul Bicentenario di Waterloo storici e politologi restano dell'idea che non sarà possibile porre alcuna solida pietra di costruzione, se non quando verrà riconosciuto l’indispensabile contributo agli equilibri di potere dell’unico invitto baluardo contro ogni volontà d'egemonia continentale: la Russia. Persino Napoleone, infatti, fu costretto ad aprire gli occhi di fronte alla tragedia della sua Grande Armée nella terra degli Zar, rivalutando il contributo della diplomazia rispetto all’ineluttabilità della guerra. Fu la sua illuminazione per Damasco,  o meglio la sua personale scoperta della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, benché incarnatasi sui ponti della Beresina, dopo essergli apparsa sotto mentite spoglie nel mercanteggio della Louisiana.   


Dovette scontrarsi sul muro di un paradossale conservatorismo per realizzare - proprio lui, ex artigliere e rivoluzionario - come la libertà non fosse un’idea esportabile attraverso il fragore dei cannoni. Dovette riconoscere e ammettere l’altro, qualunque cosa esso fosse, per dire veramente chi fosse lui stesso. E ancor oggi, la multipolarità geopolitica reclamata dalla Russia, così come dalla Cina e da tutti quei Paesi capaci ancora di guardare al mondo altrimenti, dovrebbe rendere evidente all’Europa che mai si dà universale, senza particolare. Che l’unità virtuosa è sempre frutto di coesistenza dinamica, piuttosto che di un subdolo monopolio di parole, leggi e idee.









Ben venga, dunque, l’ambizioso progetto di Charles Bonaparte, intitolato “Destination Napoléon”: insieme di rotte turistiche certificate dal Concilio d’Europa proprio pochi giorni prima delle celebrazioni del Bicentenario di Waterloo, al pari di altre note “Vie culturali”, come il Cammino di Santiago di Compostela, la Via Francigena, la Rotta dei Vichinghi o la Via dell’Olio. Un percorso nato in realtà più di una decina d’anni fa, grazie all’impegnativo dialogo avviato dalla Federazione europea delle città napoleoniche, decise a riallacciare i fili di un’identità che si spinge oltre i nazionalismi, ma non per questo rinuncia ai valori fondanti della nazione: era questo il sogno dell’ultimo Napoleone, quello più prudente e riflessivo, consapevole della necessità di operare in senso federale, onde evitare che l’egemonia dell’uno si rivoltasse contro quella dell’altro. La disfatta belga lasciò questo sogno sulla carta, più verosimilmente nel fango della campagna vallone, ma fortunatamente le idee instillate fra i cittadini europei hanno potuto lentamente attecchire.


Il risultato, a un mese dalle celebrazioni di Waterloo e sull’onda delle nuove Termopili greche, comincia a essere sotto gli occhi di tutti: da Ajaccio a Rueil-Malmaison, da Alessandria ad Austerlitz, per spingersi sino alla campagna russa di Borodino, sono ben 60 le città che hanno già aderito al progetto (ma nuove affiliazioni restano aperte), raccogliendo allo stesso tavolo ben 12 Paesi europei. Un’unica casa che, appellandosi alla cultura e al turismo come via di pace, può unire Lisbona agli Urali, disegnando l’Europa nella sua complessità identitaria, senza mutilarla di quella parte che, più di una volta, si è dovuta sobbarcare la missione di salvarla dalle orde dell’Est, così come dell’Ovest ("Noi - solo un'ora, voi secoli aveste - cantava il poeta Aleksandr Blok ne "Gli Sciti" - Noi, servi docili e ubbidienti, fummo lo scudo tra le razze avverse/dell'Europa e delle barbare genti!"). 





I nostri Paesi, la nostra Europa – ha ricordato Charles Napoléon Bonaparte, affiancato dal figlio 29enne Jean Cristophe - hanno bisogno di rafforzare la consapevolezza delle proprie radici, al fine di accrescere la fiducia nella capacità di affrontare le grandi sfide d’oggi. Anche il nostro desiderio di capire sempre meglio, di mostrare il nostro patrimonio culturale, è strettamente legato al nostro desiderio di andare avanti nel progresso sociale ed economico. La questione dell'identità è al centro di tutte le crisi del nostro tempo. Cambiamenti comportamentali sono necessari per affrontare le sfide ambientali, lo sviluppo della scienza e della tecnologia, il sottosviluppo, ma ognuno di questi ambiti non può poggiare su un terreno sicuro, senza godere della pace e della riconciliazione con il proprio passato. Come dice l’antico proverbio, non ci può essere futuro per coloro che non accettano la propria storia”.







Cosa rimarrà, dunque, di questo cruciale Bicentenario, costato 10 milioni di euro e capace di raccogliere quasi 200mila visitatori solamente nei quattro giorni di ricostruzione? 



Al 31 luglio chiuderà i battenti la mostra “Napoleone-Wellington, destini incrociati”, intrigante nello scavare la psicologia dei due condottieri attraverso le loro memorabilia, da borse per documenti segreti a ciocche di capelli su cui sospiravano le tante amanti, e dunque destinata a trovare nuovi spazi al di là del museo Wellington di Waterloo; stessa sorte toccherà all’originale esposizione “Storia in mattoncini Lego”, che ha trasformato le antiche scuderie della città in uno spaccato in miniatura della fatidica epopea napoleonica, con riproduzioni in scala della reggia della Malmaison, dell’ospedale des Invalides, osando persino una riproduzione del famosissimo dipinto a cavallo di Jacques Louis David (200 ore di lavoro per 100mila mattoncini!), in mezzo ai quali si affaccendano omini dalla testa gialla, ma dagli inevitabili copricapo a gobba o con croci di ferro al petto.






I fuochi d’artificio, i cavalli gonfiabili e le torce ardenti dello spettacolo “Inferno” hanno tentato di lanciare un monito con l’unico linguaggio che ancora accomuna generazioni differenti, quello della rock-opera, mentre i 5.000 figuranti scesi in campo in uniforme hanno risvegliato il terrore delle artiglierie incrociate, il tremore della terra sotto la carica della cavalleria, la follia delle geometrie militari che tracciano linee, quadri e cerchi, con uomini usati come pedine. 

Né passerà sotto silenzio la cruenta ricostruzione degli interventi sanitari operati nella piccola chiesa di Braine-l’Alleud, visitabile sino al prossimo 5 settembre, dove, fra urla di arti mozzati e budella squartate, perse la vita buona parte dei 13mila feriti “Alleati”, comunque più fortunati della controparte francese sconfitta, che ne contava ben 18mila. Più delle immagini sulle amputazioni e le rudimentali protesi sperimentate all’epoca, a sorprendere è il realismo degli acquerelli prodotti da Sir Charles Bell, fra i più importanti anatomisti ottocenteschi e scopritore della sostanziale differenza fra nervi sensoriali e nervi motori, alla base della moderna neurologia clinica. Gli appassionati di storia continueranno ad affluire sui campi di Waterloo, scalando la collina del Leone per contemplare i fantasmi dell’orrore, scendendo i gradini per inoltrarsi nelle nuovissime sale del Memoriale 1815, o puntando lo sguardo in quella dannata fattoria di Hougoumont che, grazie ai copiosi fondi inglesi per il restauro, può ancor oggi dirsi la vera chiave di volta della fatidica battaglia. Si berrà birra di Waterloo e si gusteranno le sue palle di cioccolato, anziché di piombo. Ci si stupirà delle dimensioni ridotte del letto di Napoleone alla stazione di Le Caillou, così come dell’audace eleganza delle uniformi imperiali, ma non appena il clamore si sarà spento, quando i cavalli si saranno allontanati, allorché le nuvole saranno tornate a velare il sole, converrà accucciarsi sui campi della carneficina. Accarezzare con le mani la segale rugosa o i fiori di lino. Mettersi in ascolto di quella sovrana, distaccata bellezza, che tanto parla della rigogliosa Vallonia e delle sue dolci colline. Dei suoi quieti borghi dove profumi di stufato si commistiano all’odore acre del malto. Dove le biciclette appaiono e scompaiono lungo sinuose randonelles, mentre la polvere nera delle miniere di carbone scrive memorie sulla perduta innocenza di qualsivoglia rivoluzione. 






A Waterloo abbiamo perso tutti. A Waterloo possiamo ancora vincere. Perché qui, ogni anno, andrà in scena un finale che attende solo di essere cambiato. E a Waterloo, per questo, continueremo a tornare. Merci Belgique, petite maison de la Grande Europe!









   





Thursday, July 16, 2015

WHY WE ALL KEEP ON COMING BACK TO WATERLOO



Died in Athens, Europe has come alive in Waterloo again. Even if a negative article on La Repubblica newspaper has been rash to burn down it,  the extraordinary Bicentenary of the last, titanic battle of Napoleon, has actually shown a way which we are all called in.


Indeed, more than one: if the Belgian Office for Tourism Wallonia-Brussels has been skilful and far-sighted in turning the spotlight on the vital importance of the Route Napoléon en Wallonie, that fateful stretch the Emperor went through in June 1815, from Hestrud to Waterloo, the participation of last Bonaparte’s descendant at the Bicentenary still resounds in Europeans’ ears, reminding them of who they are and which stage they really should move to: all the more so today, in front of the Greek desperate attempt to oppose European Union’s humiliating economic policies.





The yearning for the values ​​of freedom, equality and fraternity still remains vivid in the pro-pro-pro-nephew of the Emperor, Charles Napoléon Bonaparte. But it is also worrying that Italy has shilly-shallied on such an important event, that the French government has deserted the event held in Belgium between the 18th and the 21st of June, that Great Britain took the opportunity to flaunt its venerable Union Jack, in the absence of a Germany wisely worried about looking at East, but very diplomatic in being represented by the heir of the Iron General, Prince Nikolaus von Bluecher Wahlstatt (although the Bicentenary almost did not make mention of the decisive contribution to the battle of Prussian troops). His handshake with Charles Bonaparte and the last Duke of Wellington was of service to hope, rather than to establish, a new-found harmony into the European assembly, but on the Bicentenary of Waterloo historians and political scientists are of the opinion that we won’t put any solid stone of construction, except when we recognize the indispensable contribution to the balance of power of the only unbeaten, bulwark against any will of continental hegemony: Russia. Even Napoleon, effectively, was forced to open his eyes in front of his Grande Armée’s tragedy in the land of the Tsars, re-evaluating the contribution of diplomacy than the inevitability of war. It was his enlightenment on the way to Damascus, or rather his personal discovery of Hegel's Phenomenology of Spirit, though incarnating on the bridges of the Berezina, after its illusory apparition in Louisiana’s bargaining.



He clashed on the wall of a paradoxical conservatism to realise - he, former artilleryman and revolutionary - as freedom is not an idea exportable through the roar of the cannon. He had to admit and acknowledge the other, whatever it was, to say who was really himself. And even today, the geopolitical multipolarity claimed by Russia, as well as from China and anycountry still able of looking at the world otherwise, should make it clear to Europe that there’s never universal, without particular. Their unit is always the result of a virtuous dynamic coexistence, rather than a sneaky monopoly of words, ideas and laws.









Roll on, therefore, Charles Bonaparte’s ambitious project, entitled "Destination Napoléon": combination of tourist routes certified by the Council of Europe just a few days before the celebration of the Bicentenary of Waterloo, just like other known "cultural routes" as the Camino de Santiago de Compostela, the Via Francigena, the Route of the Vikings or the Way of the Olive Tree. A path born actually more than a decade ago, thanks to the demanding dialogue launched by the European Federation of Napoleonic Towns, decided to piece together the threads of an identity that goes beyond nationalism, without giving away the founding values of the nation: this was just the dream of the last Napoleon, the most prudent and thoughtful one, aware of the need to work towards a federal order, to prevent the hegemony of one against the other. The Belgian defeat left this dream on the paper, most likely in the mud of Walloon countryside, but fortunately the ideas instilled among European citizens have been able to slowly take root.




The result, one month from the celebrations of Waterloo and on the wave of a new Greek Thermopylae, begins to be visible to everyone: from Ajaccio to Rueil-Malmaison, from Alessandria to Austerlitz, going up to the Russian countryside of Borodino, more than 60 cities have already joined the project (but new affiliations are open), gathering at the same table as many as 12 European countries. A single house that - through the stimulus of culture and tourism as ways of peace - can join Lisbon to the Urals, drawing Europe in its homogeneous complexity, without mutilating that part that, more than once, has had to carry out the mission to save it from the hordes of the East, as well as the West ("We - just one hour, you, you had centuries - sang the poet Aleksandr Blok in "The Scythians"- We, docile and obedient servants, were the shield between the adverse races/ between Europe and the barbarous people!").






"Our countries, our Europe - said Charles Napoléon Bonaparte, beside his 29-year old son Jean Cristophe - need to strengthen awareness of their roots, in order to increase confidence in its ability to face the great challenges of today. Also our desire to understand better, to show our cultural heritage, is closely linked to our desire to move forward in the social and economic progress. The question of identity is at the centre of all the crises of our time. Behavioural changes are needed to address environmental challenges, the development of science and technology, the underdevelopment, but each of these areas can not be based on a safe ground, without enjoying peace and reconciliation with our past. As the old proverb says, there can be no future for those who do not accept their history".








What will it remain, then, about this crucial Bicentenary, which cost 10 million euro and was able to collect almost 200 thousand visitors in just four days of reconstruction?




On July 31st it will close down the exhibition "Napoleon-Wellington, Crossed Destinies", intriguing in its digging out the psychology of the two leaders through their memorabilia, from bags for secret documents to hair locks on which their many lovers sighed, and thus set to find new spaces beyond the Wellington Museum of Waterloo; same fate will involve the original exhibition "History in Lego bricks" which transformed the former stables of the city in a miniature cross-section of Napoleon’s fateful epic, with scale reproductions of Malmaison palace or hospital des Invalides, daring even a reproduction of the famous Jacques Louis David’s painting (200 hours of work for 100 thousand bricks!), among which are yellowed-head busy men, but with the inevitable hump headgear or with iron crosses on.







The fireworks, inflatable horses and the flaming torches of the show "Inferno" attempted to issue a warning with the only language that still unites different generations, the one of the rock-opera, while the 5,000 reenactors who took to the field in uniform have awakened again the terror of crossed artillery, the tremor of the ground under the attack of the cavalry, the madness of military geometries that trace lines, squares and circles, though men used as pawns.


Neither it will pass over in silence the cruel reconstruction of health operations in the small church of Braine-l'Alleud (open until September the 5th) where, between screams of cut-off limbs and dismembered guts, most of the 13 thousand wounded "Allies" died, however luckier than the defeated French counterpart, which had 18 thousand as well. More than images on amputations or rudimentary prostheses tested at the time, what is surprising here is the realism of the watercolors painted by Sir Charles Bell, one of the most important nineteenth-century anatomists and discoverer of the substantial difference between sensory nerves and motor nerves, the basis of modern neurology clinic. History fans will keep on coming to the fields of Waterloo, climbing the Lion hill to contemplate the ghosts of horror, to go down the steps for understanding the new 3D rooms of the Memorial 1815, or focusing their gaze on the damned farm of Hougoumont that, thanks to the abundant English funds for its restoration, can still be said the real key of the fateful battle. We will drink beer of Waterloo and relish its balls of chocolate, instead of lead. We will not believe the small size of Napoleon’s bed in the station of Le Caillou, as well as the bold elegance of imperial uniforms, but once the hype will be gone out, when the horses will have turned away, when the clouds will come back to veil the sun, it will befit to crouch down on the fields of carnage. To stroke the wrinkled rye or the delicate flower of flax. To listen to the sovereign, untouched beauty, that still speaks so well of Wallonia and its lush rolling hills. Of its quiet villages where the perfumes of stew are mixed with the pungent smell of malt. Where bicycles appear and disappear along sinuous randonelles, while the black powder of coal mines writes memoirs on the lost innocence of any revolution.







At Waterloo we all lost. At Waterloo we can still win. Because here, every year, it will stage an ending that is just waiting to be changed. And in Waterloo, due to this, we will continue to return. Merci Belgique, petite maison de la Grande Europe!