Friday, September 18, 2015

La Via dei Sarmoung/2 - KARS (Turchia)




Alle spalle dell’hotel Miraç di Kars, dove le strade a scacchiera s’ingarbugliano in affaccendati labirinti, il negozio di vernici di Vedat Akçayoz non è affatto un vicolo cieco. Anzi, è probabilmente il luogo più adatto per cercare di capire come mai l’intonaco del vecchio avamposto zarista, al posto di camuffare la sua storia travagliata, lasci affiorare ampie crepe sulle mura delle abitazioni. 

Basta una scorsa alla vetrina d’ingresso: accanto a un barattolo di idropittura o a un pennello in pelo di bue, foto di uomini barbuti, dall’aria saggia e un po’ provata, s’accoppiano a quelle di donne in candidi vestiti di pizzo, i cui delicati foulard sono immancabilmente annodati a capelli di un biondo color grano. Sembrano totalmente fuori luogo a un primo sguardo, salvo poi regalare all’insieme un’armonia inaspettata, quasi l’azzurro ceruleo dei loro occhi servisse a ricordare che il cielo, a Kars, è capace di diradare le frequenti nubi uggiose in un battito di ciglia.




Pensavo fossi uno di loro” - sorride Vedat, adagiato in una poltrona di pelle alle spalle della vetrina. Nel favorire la sedia per accomodarsi al suo fianco, subito si premura di verificare ci sia del tè nero da offrire, mentre un collaboratore è già per strada a cercare un cornetto alla fragola. 

Di tanto in tanto arrivano qui - riprende con entusiasmo - chi dal Canada, chi dagli Stati Uniti o dalla Nuova Zelanda, ma non è raro scendano anche dalla Russia o dalla Georgia. Per me è come se facessero ritorno a casa, per cui sono sempre i benvenuti nel mio museo”. 


Calce e tappezzerie sono in realtà suppellettili per mettere la vita al riparo, nel negozio lungo Bakircilar Caddesi: aiutano a liberarsi dalle impellenze economiche, ma non tacitano quella domanda insistente che assale ogni visitatore scottato dal destino di Ka. 

Il protagonista del romanzo di Orhan Pamuk, Neve, ha in sé qualcosa che finisce infatti per contagiare in modo simbiotico, a tal punto che persino quanti non sanno nulla delle sue peregrinazioni in città, si ritrovano a camminare col suo passo meravigliato e al tempo stesso ferito. Il passo tipico di ogni abitante di Kars, abituato da secoli a improvvisi capovolgimenti di fronte, razzie truculente, fatui colpi di stato e abbondanti centimetri di neve. Possono essere davvero tanti, tantissimi quando l’inverno si riprende gli altipiani anatolici e li tiene stretti nella sua morsa, timoroso che gli attentati curdi possano isolare le strade più a lungo del suo sonno. 


Mia nonna ha 84 anni - ricorda Vedat, fissando una foto seppiata su cui una donna è intenta a pregare davanti a una bara - ed è una delle poche molokane che ha scelto di rimanere. Lo ha fatto per amore: ha sposato mio nonno, un musulmano, dovendo rinunciare alla sua fede, così come ai legami con la sua comunità. 

Ne ha sofferto moltissimo, perché un molokano non vive mai per se stesso, ma resta legato ai suoi cari per tutta la vita, nella certezza che l’unica chiesa riconosciuta sia quella dove non esistono autorità, né si adorano icone, ma soprattutto dove vigono pochi ed essenziali comandamenti: aiutare il prossimo, tenersi lontani dal denaro, traendo piuttosto il meglio dalla cura della terra. In assoluto, rifiutare qualsiasi conflitto o guerra. E bere latte, tutte le volte che se ne abbia voglia, anziché solo nei giorni imposti dal pope: perché il latte, come recita la Bibbia, è il cibo di Dio, e come “bevitori di latte” hanno finito infatti per essere chiamati da chiunque li abbia conosciuti”. 


Piano piano il retro del negozio lascia affiorare un’inaspettata collezione di vestiti tradizionali, antiche fotografie, strumenti agricoli e imposte intarsiate, sottratte a un destino d’inevitabile deperimento in villaggi ormai abbandonati. 

Sono poche, ma preziosissime testimonianze che cercano di restituire l’immagine di una Kars scomparsa, ma il cui misterioso richiamo continua ad attirare in città anime tanto inquiete, quanto convinte che il mondo possa essere trasformato in un’oasi di pace, anziché in un fronte eternamente a un passo dal baratro. 

Pur di non generare tensioni coi fratelli in disaccordo sull’ortodossia - continua Vedat - questi semplici cristiani di origine slava, tanto ammirati dallo scrittore Tolstoj, non hanno mai puntato i piedi, preferendo rispondere alle minacce della storia ritirandosi in una terra tutta per sé. Anche a costo di percorrere estenuanti chilometri a bordo di umili carri in legno: per le immense distese della Siberia, inizialmente, nelle verdi valli del Caucaso poi. Çakmak, Çalkavur, Incesu, Karakale, Novo Selim. Sono solo alcuni dei villaggi attorno a Kars dove gradualmente vennero accolti dai Turchi, conquistati dalla loro semplicità di spirito, ma anche e soprattutto dalla loro straordinaria abilità agricola”. 


Le dita si muovono rapide su accurate cartine, dove le piccole comunità anatoliche sono collegate ad alcuni Stati del Canada o degli Stati Uniti, sempre attraverso frecce unidirezionate. All’improvviso la miniatura di un carro rovina a terra. I suoi legni si sparpagliano sul pavimento, fortunatamente senza spezzarsi. 

Dopo aver sottratto Kars agli Ottomani, nel 1878 lo zar Alessandro II indirizzò i molokani proprio in questa regione: aveva bisogno di farne un perno strategico nel Grande Gioco contro l’Impero Britannico, ma i sudditi disposti ad abbandonare le proprie case latitavano. Salvo non li si minacciasse d’imbracare le armi per difendere la Santa Madre Russia. Grazie ai traffici della Via della Seta, ma anche al fondamentale apporto dei Molokani, Kars rifiorì presto e si trincerò nella sua fortezza sino al 1918, quando la Rivoluzione bolscevica accese negli abitanti l’idea che si potesse dar vita a una repubblica libera e indipendente”. 


Furono anni appassionati e convulsi, ma ancora una volta le armi rappresentarono uno spartiacque per i parenti della nonna di Vedat: tornata velocemente sotto il controllo delle truppe turche di Atatürk, Kars divenne loro ostile. La città andava difesa - esattamente come avevano ordinato secoli prima i sovrani armeni, bizantini, georgiani e ottomani, ingrossando sempre più le mura dell’ormai silenziosa fortezza sull’acropoli - e chi non si fosse adeguato, sarebbe andato incontro a gravissime difficoltà. 



Vedat s’interrompe e sul suo sguardo cala un’ombra impercettibile. 

Ho cercato di ricostruire meglio la loro storia attraverso questi documentari - dice allungando due dvd prodotti dalla sua associazione culturale, la KKSD - ma il lavoro è tanto, io sono solo e Kars impegna su troppi fronti, per chi cerca di venire a capo della sua complessa storia. 

Siamo stati conquistati con un’insistenza e un’ostinazione che hanno pochi eguali: evidentemente qui si trova qualcosa di molto importante, ma noi ce ne siamo scordati”.



Mentre il cielo s’infiamma e avvolge in un rosso apocalittico i minareti basaltici della Kumbet Camii, le cupole degli antichi hamam, insinuandosi sotto le volte del possente ponte cinquecentesco che invita verso le sale da tè sul fiume, qualcuno tenta di salire alla fortezza prima che la notte sospinga di nuovo il maestrale in città. 

La sacra tomba dell'eroe Kahraman Celal Baba Turbesi chiude giusto al tramonto. 

Era questa l’ora fatidica di cui parlava Georgi Ivanovich Gurdjieff, che proprio a Kars crebbe e frequentò il coro della possente Cattedrale di San Arak’elos: l’antica chiesa armena dei Dodici Apostoli, eternamente in ristrutturazione ai piedi della cittadella. 



Non è escluso che lungo la strada avesse talvolta incrociato la signora Anna Zimmerman, più avanti conosciuta meglio come la nonna materna di Bob Dylan, ma sicuramente non si sarebbe lasciato trascinare nelle polemiche che oggi imperversano ai crocicchi, quando si allude all’inaugurazione della nuova linea ferroviaria Kars-Tbilisi-Baku.

Corridoio energetico pensato per arginare gli interessi russi nell’area, nonostante ogni angolo di Kars continui a parlare della loro ingombrante eredità: certo non versano nello stato migliore gli edifici in stile baltico dell’amministrazione sanitaria zarista, o il liceo anatolico Gazi; appena meglio se la cava la residenza gialla del governatore, dove fu firmato il doloroso Trattato di Kars; ma i giovani hanno la testa altrove. Scherzano nei parchi pubblici, per non rabbuiarsi pensando a quanto lontana sia Istanbul o Francoforte. O a quanto vicino il Califfato. O a dove possano mai condurli i voli in partenza dall’aeroporto, come ogni giorno si chiede il giovane e poliglotta poliziotto Ersin. 



Nella pila di libri che affollano la scrivania di Vedat, un volumetto rosso cattura subito l’occhio. 

"E’ un’indagine sugli insediamenti sotterranei di Ani - nota puntuale - ed è stata realizzata da quattro ricercatori italiani nel 2004: Roberto Bixio, Vittoria Caloi, Vittorio Castellani e Mauro Traverso". 

"A mio avviso, resta uno dei documenti più affascinanti e sottovalutati prodotti sul sito archeologico: la loro mappatura e la misurazione degli ambienti ipogei è straordinaria, ma si è fermata troppo presto. Dove indicano tunnel chiusi o ambienti non comunicanti, esistono in realtà ulteriori connessioni. Ho scoperto altre 22 aree di rilievo, perché la mia associazione culturale è fra le poche ad avere diritto a esplorare la zona delle caverne. Ma chissà quant’altro si cela là sotto! L’Unesco non ha ancora mandato i suoi specialisti, per cui il mio libro fotografico su Ani sotterranea uscirà sicuramente prima. Sarei felice di presentarlo in Italia già entro la fine di quest’anno: senza quell’indagine del 2004, sarebbe stato impossibile intuire l’autentica ramificazione del sito, ma certi indizi suggeriti da Gurdjieff e da Luigi Villari, nel suo resoconto “Fire and Sword in the Caucasus”, hanno fortunatamente tenuto aperta la via"



La via. Nessuno osa parlare apertamente della Via dei Sarmoung, tutt’al più vi allude, ma certamente a Kars si sa più di quanto si dica. Ka era rimasto stregato dallo sguardo della bellissima Ipek. Ora ho capito cosa lo rendesse tanto vivo, profondo e illuminante. E’ lo stesso, appagato sguardo che si lasciano sfuggire gli abitanti di Kars, ogniqualvolta assaporino bocconi della loro specialità millenaria. Formaggio e miele. Non tutte le api sono uguali...    

   



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