Tuesday, September 29, 2015

La Via dei Sarmoung/3 - TBILISI (Georgia)



Sei colonne sopra cinque archi. Se non avesse mantenuto almeno la facciata originale, sarebbe quasi impossibile sospettare cosa fosse in passato il Museo delle Belle Arti di Tbilisi. Seguendo le direttive del governo georgiano, tutte le strutture pubbliche destinate alla divulgazione della cultura tendono oggi a valorizzare un'eredità nazionale alquanto idealizzata, passando volentieri sotto silenzio trascorsi forse compromettenti. 



Dentro l’edificio neoclassico di via Gudiashvili 1 abbondano infatti icone, croci e gioielli in metalli preziosi, spesso salvati dalle chiese finite sotto mano turca, e fra i quali scintilla il veneratissimo pettorale della gloriosa regina Tamara; dei due più geniali e pericolosi studenti dell’ex seminario teologico, però, non c’è più traccia alcuna. 




Solo l’ambasciata italiana di Tbilisi ha tentato anni or sono, nel 2007, di sollevare il velo su queste misteriose amnesie della capitale, organizzando una conferenza internazionale in collaborazione con l’Università statale di Tbilisi, l’università del film e il teatro Shota Rustaveli, dal titolo “G.I. Gurdjieff, dal Caucaso del Sud al mondo occidentale: la sua influenza sulla spiritualità, il pensiero e la cultura in Italia, in Europa e negli Stati Uniti”.

Grazie anche agli interventi di Pier Luigi Zoccatelli e Massimo Introvigne, rispettivamente vice direttore e direttore del Centro studi sulle Nuove Religioni di Torino, pareva ormai avesse fatto breccia la ferma volontà di chiarire perché, nella sua storia secolare, la capitale georgiana sia sempre stata il crocevia privilegiato per esperimenti metafisici sull’uomo. 


La vecchia leggenda, secondo cui il re-fondatore Vakhtang Gorgasali avesse visto un cervo ferito cadere in una sua sorgente sulfurea e balzarne poi fuori miracolosamente guarito, non convince più.

Esattamente come non si capisce chi stia salutando la sua statua equestre, piazzata accanto a quell’infido ponte Metekhi da cui gli invasori scaraventavano spesso e volentieri gli abitanti restii ad abbracciare il loro credo. 

Eppure l’area degli antichi bagni pubblici della capitale, le cui cupole ad alveare s’aggrappano alle pendici su cui svetta la fortezza persiana di Nariqala, già erano riuscite a persuadere Dumas e Pushkin delle proprietà taumaturgiche eccezionali di questo sito. 



Il programma della conferenza aveva fra l’altro previsto una visita guidata ai luoghi della città vecchia legati al controverso maestro spirituale, che proprio qui scelse d’inaugurare nel 1919 il suo Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo, grazie al supporto dell’artista Alexandre Gustav Salzmann e di sua moglie Jeanne, già allieva dell’inventore dell’euritmia Emile Jaques-Dalcroze

Un fuoco di paglia, proprio come i tentativi di localizzare la sede originaria dell’Istituto. Oggi è quasi impossibile reperire persino gli atti di quella conferenza. D’altra parte sull’elusiva figura di Gurdjieff finiscono immancabilmente per proiettarsi ombre di frequentazioni molto sospette, i cui risvolti sono oggi invisi persino a coloro che avrebbero dovuto preservarne la memoria. 


Si può forse tenere Gurdjieff fuori da Tbilisi - ha rimarcato emblematicamente John Robert Colombo, antologista canadese - ma può Tbilisi tener davvero fuori Gurdjieff? 

La risposta è che non possiamo più considerarlo solo attraverso gli occhi occidentali; dobbiamo vederlo attraverso gli occhi orientali e, in particolare, del Caucaso del Sud, esattamente come attraverso i nostri. Solo se le sue influenze armene, georgiane, greche e caucasiche diverranno più chiare nelle prossime decadi, sarà infatti possibile che Gurdjieff faccia davvero ritorno a Tbilisi”. 


Il problema, però, non è da poco: il Caucaso di oggi appare molto più attento a rimarcare le differenze, anziché le relazioni. Si sospetta di tutto e tutti, nella certezza che qui si continui a giocare una fatale partita a scacchi fra potenze più o meno invisibili. Forse è per questo motivo che, prudentemente, si sta tornando a scavare nella vita privata di un certo Josif Vissarionovic Dzugasvili, assai a suo agio in acque simili e, sin dagli anni in cui sbalordiva gli insegnanti del seminario teologico con voti formidabili, sorprendentemente vicino al futuro fondatore dell’Istituto. 

Un documentario russo, prodotto da RTR Planeta, azzarda infatti una sostanziale continuità fra l’idea gurdjieffiana di risvegliare l’uomo alla consapevolezza e l’esperimento staliniano di dar vita a un homo novus, l’homo sovieticus. Si spinge addirittura a ipotizzare una connessione fra il maestro caucasico e il sogno palingenetico delle SS, attraverso il generale tedesco, nonché ex discepolo, Karl-Heinrich von Stuelpnagel. Instilla dubbi inquietanti sul significato criptico del Lentrohamsanin, figura mitologica citata nel libro “I racconti di Belzebù a suo nipote”, e sulla sua triplice assonanza con Lenin-Trotsky-Stalin. 


Troppe sono però le crepe della città. Irrimediabilmente vuote le sue case vetuste. 

Nonostante Tbilisi si affanni a restaurare anche la più minuscola delle sue innumerevoli chiese, o a rubare l’attenzione attraverso gli sbalorditivi giochi di luce del nuovo palazzo presidenziale, così come del sontuoso Ponte della Pace - entrambi ideati dall’architetto italiano Michele de Lucchi - è oltre Meidan che occorre spingersi. Laggiù, fra vicoli angusti e cornicioni pericolanti, dentro atrii polverosi e porte sfondate, sguardi inquisitori si rincorrono di balcone in balcone. 

Voci rauche s’azzittiscono sotto le insegne di eroi di altri tempi. 

Bisogna tenere occhi e orecchie ben aperti per cogliere indizi sapientemente disseminati: il drago ucciso da San Giorgio in vetta alla colonna di Tavisuplebi moedani; un cubo di mattoni usato secoli addietro come tempio del fuoco di Ateshgah; le rovine dell’osservatorio astronomico arabo nei pressi del Trono dello Scià, mal conservate tanto quanto l'osservatorio dove il giovane Stalin lavorava sulle influenze magnetiche e meteorologiche. 


Ma è dentro la coppa sorretta dalla mastodontica Kertlis Deda, una Madre Georgia di 20 metri svettante sulla più alta collina della capitale, che fermenta la risposta. Dopo un’arrampicata che merita litri di succo di melograno e un piatto rinvigorente di khinkali ai funghi piccanti, l’illuminazione: in vino veritas. E oggi, la verità ha un nome: Gori.    


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