Friday, October 9, 2015

La Via dei Sarmoung/4 - GORI (Georgia)


Stalin se la starà ridendo sotto i baffi. Ancora una volta. Che si arrivi a Gori per omaggiare il Piccolo Padre dell’URSS, o per indignarsi a suon di selfie contro il tiranno ormai spacciato, la strategia della dissimulazione funziona ancora benissimo nella sua città natale. Tutte le attenzioni sono per lui, per la sua prima casa protetta sotto un imponente colonnato sovietico, per la piazza municipale ormai orfana della statua del Generalissimo, per la via che rivendica ostinatamente il suo nome, ma soprattutto per l’astuto museo che consegna ai posteri mezze verità.

Nonostante i coraggiosi tentativi della storiografia contemporanea, impegnata sin dal 1991 a restituire un’immagine realistica dell’uomo che ha segnato le sorti di un intero secolo, è assai più facile rifarsi ai consueti e logori schemi dicotomici della Guerra Fredda. Tanto più oggi, periodo di rigurgito delle pretestuose ossessioni americane contro lo spettro della Terza Roma, incarnatosi a orologeria in Svetlana Aleksievic: “Amo la Russia, ma non quella di Stalin e Putin”. Voilà. Nella dichiarazione lapidaria della neo vincitrice del Nobel per la letteratura 2015, l’asse di tutti i mali è tornato a palesarsi, manifestando la più viva preoccupazione per i drammi del presente: fame nel mondo, crisi del mercato globale, lotta al terrorismo. 


Sotto la fortezza che dà il nome alla città - in georgiano “Gori” significa appunto collina - gli otto custodi del segreto dei Sarmoung non si scompongono. Seduti in circolo, protetti da armature medioevali, lasciano correre voci fra i locali, secondo cui non sarebbero altri che l’immagine rediviva di valorosi fratelli caduti sotto i bombardamenti della Luftwaffe

Altri ribattono siano le vittime della guerra lampo con la Russia nel 2008. Gli avambracci mancanti, i copricapo senza volto, gli squarci nelle armature avvalorerebbero la tesi della loro fine cruenta, benché un “nono” masso abbandonato accanto alle pietre su cui siedono, così come la disposizione circolare, possa instillare almeno un sospetto. 


Sembra siano lì ad aspettare qualcuno” - osserva in un bizzarro tedesco una vecchina dagli occhi infossati fra le rughe, vestita completamente in nero, nonostante il sole impietoso. “Aspettano da lungo, lunghissimo tempo” - insiste, lanciando poi un’occhiata furtiva prima di allontanarsi. “O forse neppure da così tanto”. Impossibile strapparle altre parole. A passo lento, ma risoluto, scompare dietro la porta della Cattedrale della Vergine Maria, appena a fronte dei custodi. Certo è che il numero nove, sin dai tempi dell’antica Grecia in cui veniva indicato come “ennea”, ha sempre avuto una posizione esclusiva e di riguardo: raffigurato come stella mediante l’incrocio di tre triangoli equilateri, alludeva a Tersicore, musa della danza sacra, la nona e la più potente delle figlie di Zeus e Mnemosyne. Curiosamente proprio la Cattedrale della Vergine Maria, la cui cupola laminata rende ancor più accecante la luce di Gori, fu adibita in periodo sovietico a scuola di musica e danza, dovendo interrompere i suoi offici cattolici in vigore sin dal 1810. Con buona pace dei fedeli, gli antichi riti sono stati però ripristinati: oggi l’icona della Madre di Dio viene di nuovo traslata verso i monasteri gemelli, il più importante dei quali resta quello di S. Giorgio ad Alaverdi, nella regione orientale georgiana del Kakheti e cuore della più antica area di produzione del vino. 


L’Alaverdi Monastery Cellar, prodotto dai discendenti del 13° monaco assiro che - in arrivo dalla Mesopotamia - diede il nome al complesso costruito nel VI secolo sul sito di un antichissimo centro d’adorazione della Luna, è non a caso considerato fra i migliori vini al mondo. La sua nobiltà viene comprovata dall’impiego durante la celebrazione sacra dell’Alaverdoba, ispirata al ciclo autunnale del raccolto. Simbolo al contempo della Luna e di Ecate, legato alla discesa dell’energia nella materia, oltre a rappresentare il pieno ciclo della trasmutazione, per i numerologi il nove è l’espressione del giudizio nell’istante della morte. Legato poi, dal punto di vista astrologico, al pianeta Marte, signore della forza e della guerra, il nove denota passione, impulsività e volontà ferrea, guidate però da un profondo senso d’integrità morale e saggezza. Chi si incarna nel numero nove è allora destinato a guidare e ispirare col proprio esempio, in quanto persona profonda e carismatica, ma dalla quale ci si aspetta sempre qualità più elevate della media. Non a caso il nove corrisponde nella Kabbalah alla lettera Tet, che significa “bastone del comando”; la prova cui sottopone è d’imparare a gestire quella parte della propria personalità che aspira al potere e al comando, tant’è che il nove viene considerato in definitiva il “numero della verità”. Sfumature che Georgi Ivanovic Gurdjieff, maestro spirituale nonché compagno di seminario del giovane Stalin, conosceva molto bene, avendo posto proprio la figura dell’enneagramma alla base del suo insegnamento. Stando infatti alle osservazioni del suo principale biografo Piotr Demjanovic Uspenskij, “l’enneagramma serve come modello matematico per il modo di procedere dei fenomeni, conseguentemente come modello delle nove personalità archetipiche umane, fra loro sempre interconnesse”.


Inevitabile un brivido davanti all’epigrafe che segnala la casa della povera famiglia di un calzolaio, dentro la quale levò il primo vagito il piccolo Josif Djugasvili Vissarionovic. Qualcosa non torna. “Gli ultimi studi - puntualizza Natalia, volontaria di un biondo ben poco georgiano e piuttosto pingue, ma espertissima su ogni dettaglio riguardante Stalin - attestano la sua venuta al mondo il 18 dicembre 1878 (il 6 dicembre per il vecchio calendario russo), benché le cifre qui riportare sul marmo rilancino con un 21 dicembre 1879 (9 dicembre per il vecchio calendario russo), data personalmente sancita nella sua biografia”. Le ipotesi si sprecano. Natalia suda, passa dal paonazzo al bianco, ma non se la sente di avvalorare una spiegazione, piuttosto che un’altra. Improbabile, in ogni caso, che il Timoniere georgiano volesse sottrarsi un anno per vanità, ma ancor più inquietante è il mistero che avvolge il giorno della sua morte: il 5 marzo 1953, periodo allora prossimo al digiuno rituale del Purim ebraico, ma anche alle idi romane, data che - oltre ad aver storicamente assistito all’assassinio di Cesare, lo “Zar” di Roma - segnava l’inizio di un nuovo anno lunare. 




Il museo di Stalinis gamziri 32 non è certo avaro di testimonianze biografiche sul figlio di Gori, ma è come se non riuscisse a penetrare una cortina sapientemente diffusa attorno alle sue radici: ci sono foto di famiglia, lettere e poesie composte di proprio pugno, ma anche pagelle scolastiche esemplari, doni di statisti e immancabili pipe; addirittura una maschera funeraria custodita nella penombra di una sala circolare e simile al sancta sanctorum di un tempio pagano, oltre naturalmente a un magniloquente spazio celebrativo per l’eroica vittoria nella Grande Guerra Patriottica. 


Qualcuno si lascia incuriosire dal chicco di riso su cui il primo ministro indiano aveva scritto una dedica alla guida sovietica, qualcun altro scruta meticolosamente la cartine che ripercorrono le sue innumerevoli fughe dai campi di prigionia zaristi in Siberia. I bimbi si divertono a saltare sulla carrozza antiproiettile che trasportò Stalin a Yalta, quando si spartì il mondo con Churchill e Roosevelt. Altri ancora contemplano le immagini della Batumi d’inizio secolo scorso, testa di ponte delle raffinerie petrolifere Rothschild dove il giovane marxista lavorò fra il 1902 e il 1907, prendendo infine coscienza - per sua stessa ammissione - di esser diventato “un operaio qualificato per la rivoluzione”: proprio nella lotta che oppose lavoratori e petrolieri sull’asse ferroviario Baku-Tiflis-Batumi, area del primo sciopero generale della Russia, il radicalismo bolscevico finì infatti per distanziarsi dalle altre forze d’opposizione, disposte a venire a patti con i padroni dell’industria petrolifera pur di strappare il primo contratto di lavoro della loro storia. 





Sala dopo sala, è possibile mettere a fuoco il carattere risoluto, la visione strategica o la vocazione quasi messianica del personaggio, ma più luce si spande al centro, maggiori ombre si allargano ai bordi. Il museo di Gori, a differenza di quello ormai scomparso a Batumi, parla indubbiamente di uno Stalin meno conosciuto e in ogni caso sorprendente, ma restituisce l’immagine che l’astuta volpe georgiana ha comunque voluto lasciare di sé. Nel bene, o nel male. Senza violare il cono d’ombra, è in realtà impossibile venire a capo della sua unicità storica e del perché, a distanza di oltre 60 anni dalla sua scomparsa, il suo mito sfidi addirittura l’acciaio. C’è un motivo ben preciso sul perché i custodi dei Sarmoung stiano alla  base della collina di Gori. Chi non ha la pazienza di arrampicarsi sino alla vetta, fra le rovine degli archi e i merli quadrati delle torri sinuose, difficilmente se ne renderà conto con i propri occhi. Ma non è verso la sottostante statua del re fondatore Vakhtang Gorgasali che occorre guardare, né tanto meno cercare all’orizzonte la croce di Gori, presso le cui fonti sulfuree, ancor oggi, viene sacrificata a S. Giorgio una pecora costretta a girare per tre volte attorno a una chiesa dalla vista rapace sul Caucaso. No, la luce viene sempre da Oriente e per l’Oriente, oggi, è tempo di essere messo alla prova del nove. 


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