Monday, October 26, 2015

La Via dei Sarmoung/5 - UPLISTSIKHE (Georgia)


Visto da lontano, al di là del fiume Mtkvari, pare niente più che un sussulto ofiolitico nel bel mezzo di un paesaggio arido e brullo. Le antiche abitazioni ai suoi piedi, così pazientemente schizzate nei carboncini di Duboi de Montpereux attorno al 1833, furono spazzate via da un devastante terremoto all’inizio del secolo scorso, permettendo al sito archeologico di Uplistsikhe di celare ancor meglio la sua vera identità. Ma gli abitanti originari, forse insediatisi prima del terzo millennio a.C., sapevano bene che occorre mantenere lo sguardo fisso su un punto preciso, affinché si possano poi rivelare quei dettagli invisibili soltanto a occhio profano. Così è ancor oggi: lungo le faglie della roccia, senza aver fretta di voler scoprire, si lasciano improvvisamente cogliere piccole aperture scavate da mano umana, sorprendenti linee rette culminanti nei vertici di triangoli isosceli, mentre sulla cima del rilievo è addirittura il profilo di un volto a prendere gradualmente forma. Simile a un gigante che, inghiottito dalla terra, tenti d’appellarsi al Sole in un ultimo, disperato slancio. 





I lavori per la valorizzazione archeologica di Uplistsikhe sono iniziati tardi - si duole Goga, il più mattiniero degli autisti di marshrutka impegnati a districarsi fra i tralci di vite che guidano fuori Gori - tant’è che l’Unesco l’ha riconosciuto Patrimonio dell’umanità solo nel 2007. Stalin stesso, pur essendo nato qui, a una quindicina di chilometri di distanza, aveva potuto accedere al sito arrampicandosi a fatica per sentieri sdrucciolevoli e spingendosi in caverne ancora ingombre di detriti. In compenso, dovette intuire molto bene quale fosse il significato e la funzione originaria della “Fortezza del Signore”, perché il suo culto successivo ne porta i segni in ogni manifestazione”. 

Superato un ponte arrugginito sul Mtkvari, lungo il quale una coriacea vecchietta sta ingaggiando una sfida d’equilibrio con la fascina di legni sulle sue spalle, il lato nascosto di Uplistsikhe comincia a confidare memorie del suo turbolento passato. Accanto alla testa del gigante sbuca d’improvviso una chiesa color ocra che s’amalgama con le innumerevoli aperture nella roccia quanto un mattoncino Lego, sbadatamente caduto su una massa di plastilina. E’ quel che rimane delle architetture medioevali cristiane, innervate altezzosamente nei millenari resti di un antico sito pagano, i cui culti sotterranei sono sopravvissuti sino al colpo mortale delle invasioni mongole, fra il XIII e il XV secolo. O, almeno, così racconta la versione ufficiale degli annali. 



Trovandosi al centro della principale via di comunicazione che metteva in contatto il cuore centroasiatico col mondo mediterraneo, la Transcaucasia, Uplistsikhe ha sempre goduto di ricchezza e splendore, venendo considerato a ragione il tempio più sacro dell’antico regno d’Iberia, nonché un’ostinata roccaforte sul cammino vittorioso di Alessandro Magno verso la corte persiana. 

Il complesso, strutturato sul tre livelli d’accesso, è attraversato da cunicoli e passaggi segreti che ancor oggi permetterebbero di resistere a lunghissimi assedi, godendo inoltre di un punto d’osservazione strategico sull’intera regione al centro della Georgia. Ma gli occhi dei suoi abitanti solevano scrutare più spesso la volta celeste, anziché le meschinità della vita quotidiana. 



Sono i tanti, troppi punti di raccolta del vino o del grano a far traballare le ricostruzioni degli archeologi - confida la custode del museo ai piedi della fortezza - perché le spiegazioni possibili sono solo due: o gli abitanti della città trascorrevano la loro esistenza a spremere grappoli nelle cave artificiali del terreno, o quelle stesse cave, perfettamente circolari o rettangolari e disseminate nelle aree di maggior esposizione alla luce, avevano una funzione completamente diversa da quella loro attribuita. L’enorme disco davanti alla sala della regina Tamara, di quasi un metro e mezzo di diametro, evoca certo allineamenti astrali, più che usanze agricole. Analogamente le possenti torri di fortificazione, al pari delle raffinate decorazioni geometriche scolpite sotto i tetti degli antichi spazi rituali, non devono trarre in inganno: innumerevoli sono stati i popoli e le influenze che hanno ridisegnato questi spazi, ma l’insistenza con cui Uplistsikhe tornava ogni volta a ripopolarsi doveva essere mossa da ragioni più profonde”. Considerazioni che suonano quanto mai vicine a quelle degli abitanti turchi di Ani e Kars



Se i cristiani non fossero stati così scrupolosi nel cancellare il disegno architettonico dell’originario complesso templare, oggi si potrebbe almeno arguire qualcosa in più, e con maggior sicurezza, sul suo orientamento astronomico. In quale direzione convergono esattamente gli assi geometrici che lo attraversano? Verso che cosa, o forse chi, puntava Uplistsikhe? Un rompicapo per gli archeologi. Un mistero fitto per i suoi abitanti. Ma non tutto è perduto: c’è sempre un santo cui appellarsi nelle difficoltà. E, in Georgia, il santo ha sempre e solo un nome: San Giorgio, l’eroico uccisore del drago. La scia rossa del suo sangue corre fra le righe di un illuminante studio sviluppato da Gocha Tsetskhaladze, ricercatore presso il Balliol College di Oxford. Ma, come spesso capita, per vedere meglio ciò che sta sotto il naso, occorre far qualche passo indietro. 



In precedenza è stato possibile concludere solamente che il culto di Mithra fu popolare e diffuso nell’antica Georgia grazie a riferimenti materiali provenienti dall’antica regione dell’Iberia, datati attorno ai primi secoli avanti Cristo (fra cui raffigurazioni di cavalli su coppe d’argento, ritrovate a Bori, Armazi e Zguderi). Informazioni interessanti si sono inoltre preservate nel folklore e nel calendario pagano dell’antica Georgia, all’interno del quale era presente un mese riservato alle celebrazioni in onore di Mithra, cioè febbraio. Nel corso di queste celebrazioni, i fedeli si rivolgevano a Mitra, riverito come benevolo dio della Luce e della Prosperità, sacrificandogli un maiale (nell’Avesta, il maiale viene considerato l’animale sacro a Mithra)”. 



Si tratta di una pista suggestiva, ma non facile da percorrere, e che trasforma maiali in tori, così come i tori in draghi, proteiformi animali che riconducono sempre e curiosamente al medesimo significato astrale. I culti dei pirati dell’antica Cilicia, dedicati a Perseo, sarebbero stati infatti uno dei principali canali di trasformazione e veicolazione del Mithraismo originario. Come ha confermato anche Stelio Venceslai, nel suo saggio “Mithra, il dio della luce”, quel che sappiamo oggi del Mithraismo è molto poco, se confrontato con la sua vita plurimillenaria: poco più di 600 brevi iscrizioni, per lo più dedicatorie, circa 300, spesso frammentarie, monumenti quasi identici e spesso ridotti a un cumulo di ruderi, alcuni riferimenti casuali nella patristica cristiana. 


La testimonianza più antica - conferma proprio Venceslai - è offerta da una tavoletta d’argilla in cui si riporta un trattato del XIV secolo a.C., fra il re hurrita di Mitanni, Mutawaza, e il re hittita Suppiluliuma, nell’area sud-occidentale del lago di Van, al confine fra Turchia e Armenia”. Al di là della sua antichissima origine, l’oscurità che avvolge il dio della Luce è in parte attribuibile alla segretezza delle sue iniziazioni rituali, così come ai tratti troppo simili a quelli del Dio cristiano, manifestandosi sin dall’inizio in un’allarmante trinità. Mithra, dio fanciullo e pastorale scaturito nell’istante in cui un raggio di luce colpisce una roccia - catapultandolo nel mondo ornato di un berretto frigio così come di un pugnale - è immancabilmente raffigurato in compagnia di due tedofori: Cautes, con una fiaccola rivolta verso il basso, e Cautopates, a sua volta con una fiaccola rivolta verso l’alto. Insieme, i tre rappresenterebbero il sole dell’aurora, del mezzogiorno e del tramonto, ma anche il ciclo delle stagioni che si rinnova nello spostamento dell’equinozio di primavera dalla costellazione del Toro a quella dell’Ariete. 



Esiste poi una versione mitica parallela, che vuole il dio ornato di frecce, grazie alle quali sarebbe stato in grado di far sgorgare l’acqua delle origini, come attesta un grande tempio seleucide nell’Iran occidentale, dedicato alla dea delle acque Anahita: immacolata vergine madre di Mithra e miracolosamente fecondata dal dio Ahriman. “In qualche modo - insiste la custode del museo - Mithra è la matrice mitologica per risalire a un più antico culto cosmico che legava il Sole alla Luna, ben distinguibili ancora nell’iconografia del re pontino Mitridate; la sua formidabile adattabilità alle credenze di popoli differenti e, ancor peggio, la diretta minaccia in quanto dio unico e trascendente all’affermazione del Cristianesimo, hanno però finito per confondere e alterare le sue radici primordiali. Tutte le immagini solari del Cristianesimo, dalla presenza di aureole irraggianti al disegno del sole che orna l’ostensorio, via via risalendo sino a sovrapporre la nascita di Cristo al giorno in cui si celebrava il Sol Invictus, il solstizio d’inverno, hanno contribuito a fagocitare ogni traccia ascrivibile al temuto dio concorrente”.



Restano per fortuna gli inequivocabili uteri di Uplistsikhe, sapientemente scavati e orientati per intercettare precisi moti solari, per cogliere le variazioni della precessione degli equinozi, per mantenere in vita quell’antichissima tradizione astrologica che, sin dai tempi dell’antica Babilonia, continua a sollevare domande inquietanti sull’effettiva antichità dell’uomo e la sua conoscenza dei “messaggi” celesti. 

Ingenuo chi pensa si tratti di mere sovrascritture cultuali: dietro lo spostamento della data natale di Stalin, ancor oggi testimoniata dall’epigrafe affissa sulla sua casa nel centro di Gori, è in realtà rintracciabile un’accorta operazione che va ben al di là della divinizzazione del suo culto. Stalin era consapevole del fatto che il destino lo avesse messo nelle condizioni privilegiate - ma non perfette - per adempiere a un compito cui la storia dell’uomo chiamava da millenni. Senza le indicazioni del suo compagno di studi Gurdjieff, tuttavia, gli sarebbe riuscito impossibile spingersi così oltre, come effettivamente avrebbe poi fatto. Entrambi, però, e per vie diverse, erano portati a forzare la mano. E, ancor peggio, non si fidavano pienamente l’uno dell’altro. Certe amicizie vivono inconsapevolmente sul filo del rasoio. Nel culto del Sole, e attraverso i suoi templi più importanti, si erano preservate preziosissime coordinate per muovere verso un centro preciso, benché all’epoca si vociferasse che solo un libro potesse garantire l’esattezza del percorso. Rivelare un locus absconditus, ma al tempo stesso evidentissimo, depositario di un segreto tanto pericoloso da perdere persino la ragione dei migliori. 

   

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