Friday, November 27, 2015

La Via dei Sarmoung/6 - ALAVERDI (Armenia)


Il primo istinto di chi arriva ad Alaverdi è di volersene andare appena possibile. E sarebbe un errore imperdonabile.

Tutta colpa dell’enorme complesso di lavorazione del rame che, sopravvissuto alla caduta dell’Unione Sovietica, è rimasto l’unico vero padrone del Debed, il brullo canyon fluviale a cavallo fra Georgia ed Armenia.

Sormontato da una ciminiera sempre pronta ad alitare nubi di triossido di zolfo, irremovibile nella sua architettura megalitica di mattoni ocra e sudore tossico, tenta ostinatamente di accattivarsi la fiducia dei residenti, così come dei saltuari visitatori, senza mai centrare il solo argomento capace di rivelarne l’eccezionalità.



E’ vero. Nonostante gli adeguamenti sanitari avviati sin dal 1997 per mano della Manes & Vallex CJSC, compagnia del Gruppo Vallex incaricata di rilanciare uno dei più antichi poli industriali del Caucaso, il sospetto che i filtri di depurazione non siano mai in funzione avvelena le menti, ancor più che i polmoni o i feti. 

Né rassicura più di tanto il fatto che la principale ciminiera di emissione sia stata spostata dal 2012 sulla montagna alle spalle della cittadina, visto che le correnti di vento finiscono per investire persino i villaggi delle vicinanze, fra cui l’antichissimo monastero di Sanahin

Eppure non ci sarebbe stato alcun monastero, senza rame: un legame tanto scomodo, quanto trascurato nella ricostruzione delle origini di quella che, a ben ragione, potrebbe essere considerato la fucina alchemica dell’Armenia. Anzi, la parola latina “aramen”, antica dizione per indicare il rame, e il nome stesso Armenia, lasciano trapelare molto più che una semplice assonanza. 




Certo non erano queste le preoccupazioni dei cittadini sovietici che, sin dagli anni ’70, osarono alzare la voce contro uno sfruttamento industriale a tal punto esasperato, d’aver reso l’aria totalmente irrespirabile, oltre che foriera di sempre più casi di cisti addominali: molti, oggi, se ne sono andati e dei circa 1000 impiegati dell’età del rame bolscevica ne restano a malapena 400, ma come vuole il tipico modo di fare armeno, si preferisce adottare posizioni accondiscendenti piuttosto che accusatorie. 

Oggi la situazione è migliorata - ammette il vicesindaco Artur Varosyan - Si potrebbe fare qualcosa in più, certo, ma va già bene così. Almeno per ora”. Se mai dovesse chiudere il complesso, Alaverdi morirebbe una seconda volta. E, a detta dei più, definitivamente, tenuto conto che l’80% della sua forza lavoro è impiegata proprio nel centro estrattivo. 


Non tutti ne sono convinti. Tsovinar è capace di guardare ancora ai suoi luoghi natale con gli occhi smeraldini della giovinezza. E’ l’unica visitatrice che mi accompagna a bordo della funicolare diretta a Sanahin, dalla quale è possibile osservare il colosso Vallex in tutta la sua audacia socialista. Nei riflessi ramati dei capelli della ragazza, inquieti riccioli stuzzicati dall’aria bollente del mezzogiorno, traluce la stessa bellezza di quella terra venata d’immensi tesori minerali. Porta solo uno zainetto sulle spalle e ha il passo discreto di chi assapora ogni dettaglio, ogni istante, quasi la muovesse una venerazione pellegrina per la meta a lungo agognata e infine apparsa. Sia un caso, o il destino, che lei stessa giunga dall’Italia, lo dirà solo la via del viaggio. Indubbio è però il calore che scioglie il sorriso, quando le nostre strade scoprono d’avere indirettamente in comune una cara amicizia


Sono vissuta qui per diversi anni quand’ero bambina - racconta mentre ci allontaniamo dalla cabina sotto un sole impietoso, risalendo verso la piazza principale - e ogni angolo custodisce ancora ricordi vivissimi. I giochi all’aperto con gli amici, gli scioperi di mio padre a difesa dell’ambiente, le vacanze sugli sci per le montagne qui vicino. La mia famiglia vive ora a Yerevan, nella capitale, ma nonostante sia tornata spesso in Armenia per promuovere turisticamente il Paese, qui non ho più messo piede”. 

Quando s’interrompe, rabbuiandosi un poco mentre assapora le more piluccate dai cespugli di passaggio, il silenzio circostante pare caricarsi di un’attesa incerta. Gli autisti dei taxi fissano l’orizzonte senza farsi troppe illusioni, lasciando alle mucche tutto il tempo di pascolare nelle aiuole, prima di rimettersi a far da spola fra il fondovalle e il villaggio. E’ pur sempre sabato e in Armenia nessuno ha mai fretta. Con i sacchi della spesa ben stretti in pugno, un’anziana ci sorride invece compiaciuta, quasi avesse appena appreso la notizia di una promessa mantenuta. 


La mia vecchia casa si trova lassù - fa segno Tsovinar, puntando l’indice verso la strada che s’inerpica dalla piazza principale - ma dubito si sia mantenuta in buone condizioni. Beh, sì, qualcuno dei miei vicini avrà continuato ad abitare il condominio, ma qui tutti vogliono andarsene! Magari in Russia, dove i lavoratori armeni sono sempre apprezzati. 

Se fosse valorizzato in modo adeguato, il monastero potrebbe però garantirci opportunità ben maggiori di qualche visita mordi e fuggi: insieme ad Haghpat, il suo gemello sulla montagna opposta, è stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità, mentre il vicino museo dei fratelli Mikoyan solleva ancora molte domande sull’origine dei caccia Mig e sulle lotte di potere in Unione Sovietica. 

Eppure Sanahin è sempre stato vissuto come luogo di rivelazioni. Anzi, meglio sarebbe dire come una tappa indispensabile per trasformare se stessi; per questo mi piacerebbe fare del vecchio appartamento una casa d’ospitalità destinata a soggiorni di ricerca: seguimi, stupirai nel vedere cosa nasconde”. 




Lasciato alle spalle l’hotel Bridge, le cui camere d’insospettabile gusto Old England brillano nel corpo scrostato di un ultimo monolite di partito, l’abitazione di Tsovinar è la prima conferma del fatto che gli abitanti di Sanahin possiedano doti non comuni. Nel suo appartamento non c’è parete che non sia dipinta con straordinari effetti illusionistici: da un lato si apre il lago Sevan sotto la vetta innevata del vulcano Azhdahak; dall’altro sbocciano piante cariche di frutti della saggezza o animali piumati; sopra le nostre teste, bianche nuvole scivolano leggere e dischiudono la domanda azzurra dei Sarmoung. 

Perché Sanahin ha magneticamente attratto le menti più sottili della storia e, non da ultimo, proprio Georges Ivanovic Gurdjieff? Di che cosa parlava il leggendario Libro del Pavone custodito nella sua biblioteca? Ma, soprattutto, come mai nessun invasore ha osato levar la spada sulla ricchissima collezione di vetusti tomi? Di certo è che quanto non riuscito a secoli d’invasioni e ritorsioni belliche, ha trovato gioco facile nella burocrazia del partito comunista. Il sospetto che dietro la sua lunga mano ci fosse la deliberata regia di Stalin, venuto a mancare poco prima d’accusare l’ex compagno e cittadino di Alaverdi Anastas Mikoyan, allunga ombre ambigue. Se il minore dei fratelli Mikoyan fu stimato per i suoi progetti aeronautici che sancirono la nascita dei temibili Mig, il maggiore non offrì mai spiegazioni convincenti sul perché fosse stato l'unico commissario risparmiato dalle forze antibolsceviche durante il suo arresto a Baku, nel 1919. Con problemi di salute e divorato dai terribili dubbi negli ultimi anni di vita - dubbi poi giustificati dal repentino cambio di bandiera di Anastas all'arrivo al potere di Krusciov - il massimo segretario del Pcus sospettava fosse riuscito a liberarsi trafugando qualcosa di estremamente prezioso per i suoi carcerieri inglesi, fra i quali sapeva attivi diversi esponenti della Massoneria.   




Interrotta l’attività ecclesiastica, che ne aveva fatto il centro della Chiesa apostolica armena, a poco a poco l’inestimabile tesoro librario finì per disperdersi. Mai nulla di simile era accaduto nei secoli precedenti. Rinomato per aver saputo conservare ogni testo sacro potesse tornare utile in caso di attacco, dimostrando d'esser protetto dallo stesso Dio che guidava la mano dei conquistatori, Sanahin aveva sviluppato grazie a questi volumi una tradizione taumaturgica esclusiva.

Già da prima della fondazione cristiana, attestata attorno al X secolo, qui venivano per curarsi, per farsi consigliare o semplicemente per apprendere - spiega Karen, altro inusuale abitante del villaggio, apparentemente impiegato come elettricista all’hotel Bridge, in realtà accanito studioso di ogni fonte storica sul monastero - perché era noto che la biblioteca di Sanahin coltivasse un sapere speciale e antichissimo. Ospitava infatti una scuola d’iniziazione, di “illuminatori”, oltre che di straordinari calligrafi. Basta contare le croci khachkar disseminate per i suoi edifici, lungo i sentieri o sotto i suoi porticati: a questi possenti cippi, intarsiati con foglie, grappoli d’uva e dischi solari, venivano riconosciuti poteri straordinari, tant’è che chi aveva la possibilità di distendere il proprio corpo sulla croce, si riteneva protetto da qualsiasi male”.





Qualunque ora sia, ai primi raggi dell’alba o sotto il luccichio delle stelle, imbattersi in Karen è quasi inevitabile. Camicia fiorata, jeans da novello stilyagi e piega impeccabile dei capelli, può a buon ragione essere considerato uno dei segreti custodi del complesso sacro, oggi insidiato da graminacee infestanti e sorretto da impalcature che mostrano ancor meno attenzioni di quelle spese dal Partito negli anni ’70. Sanahin, tuttavia, conserva ancora dettagli architettonici che mettono in crisi le ricostruzioni dei ricercatori: esistono connessioni fra l’uso della doppia e della tripla colonna, in riferimento agli animali fantastici scolpiti sopra i loro capitelli? E i punti luce dei soffitti, dai quali penetrano fasci luminosi circolari in diverse ore e stagioni dell’anno, evocano solo suggestioni mistiche? Perché, poi, la chiesa annessa di Harutyun presenta due altari?

Se i conservatori del monastero avessero tutti la sensibilità di Karen, o dell’artista Arto Kocharyan, i cui dipinti e le cui sculture decorano non solo le case di Tsovinar, ma anche le piazze di Yerevan, Alaverdi potrebbe essere riconosciuto il tesoro più prezioso dell’intera Armenia. O forse non Alaverdi in sé, quanto piuttosto quell’antica sapienza che, attraverso l’ispirazione dei suoi misteriosi monasteri, rivive negli artisti locali, nonostante la società d’oggi chieda loro mercato spiccio, al posto di verità arcane. 




Scolpire khachkar invita a confrontarsi con un linguaggio visivo di cui abbiamo smarrito le chiavi di lettura - osserva un vecchio amico e collaboratore di Arto Kocharyan, fra i più rinomati maestri armeni in periodo sovietico, ora residente in una villa-atelier giusto pochi metri sopra il museo Mikoyan - ma capace di donare ancora profondità al nostro sguardo. Pochi sono consapevoli del legame delle khachkar con l’antico simbolo dell’ankh egizio, ma basta ribaltarne la prospettiva per accorgersi di come la tradizione cristiana abbia solo spostato l’attenzione sulla croce in sé. Al vertice opposto, osservando meglio, si ritrova sempre un disco che rappresenta il sole nella fase d’infusione d’energia alla croce, a sua volta espressione della polarità della materia. L’ankh visualizza il principio di fecondazione/generazione e, non a caso, viene ancor oggi utilizzato per indicare il sesso femminile, oltre che l’elemento del rame. Un binomio per nulla casuale, come testimonia anche il mito della nascita di Afrodite”.




In quanto secondo miglior metallo conduttore che innerva la terra, il rame risulta particolarmente idoneo per estrarre - o “generare” secondo il linguaggio alchemico - oro e argento attraverso la purificazione elettrolitica, essendo fra l'altro in grado d’influenzare la velocità angolare dei pianeti. 

In sostanza, laddove venga associato all’acqua, si rivela un elemento agevolante la circolazione dei fluidi, dal momento che "fa scorrere" la vita mediante un’azione attrattiva o repulsiva, trovandosi in abbondanza non solo in alcuni alimenti dalle riconosciute proprietà terapeutiche, quali l’aglio, il cavolo o le carote, ma anche nel fegato e nei genitali femminili. Sfogliando i testi di storia naturale, la vera sorpresa riguarda però un uccello alquanto familiare: a rendere unica per sfumature cromatiche e composizione la coda del pavone è proprio il rame in essa contenuto. 

Fumata bianca dalla ciminiera Vallex. Le straordinarie capacità terapeutiche della scuola di Sanahin erano dunque legate agli studi sulle proprietà del rame? E queste stesse ricerche alchemiche, nelle quali i sette metalli fondamentali vengono associati ai pianeti, sono forse all’origine dell’interdipendenza fra oro e culti solari? Se il libro dei libri di Sanahin è andato davvero perduto, la geografia degli elementi, al pari dei movimenti degli astri, resta l’unico aiuto per ridisegnare la mappa delle orme dei Sarmoung. 

Improvvisamente l’acqua di un vecchio lavatoio inghiotte il riflesso mio e di Tsovinar. La guardo sorpreso, temendo possa scomparire, e nel dubbio altalenante fra desiderio di restare e necessità di andare, capisco che a decidere sarà una volta ancora il gigante a fondo valle. Impossibile sottrarsi alle leggi della natura. A pochi metri dalle insegne Vallex, in coincidenza della fermata dei marshrutka, vige una regola chiara: se bisogna percorrere lunghe distanze, gli autisti tornano a mettersi in marcia a una sola condizione. Osservando a quale altezza dell'orizzonte sia giunto il sole. Come sopra, così sotto.  





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