Friday, December 4, 2015

La Via dei Sarmoung/7 - LALISH (Iraq)



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Trovare la dimora degli angeli è molto più semplice che cercare la Terra dei Sarmoung. Non occorre cimentarsi in prove letali quali la scalata del vulcano armeno Azhdahak, né perdersi nella lettura di testi antichissimi e pieni di allusioni. Basta affittare un’auto a Duhok, trafficata cittadina irachena a pochi chilometri dal confine turco, e puntare dritti verso le fronzute colline di Lalish. Dopo un’ora di scabre piane popolate dagli ultimi discendenti dei pastori assiri e qualche fiamma perenne che segnala remote raffinerie, chiunque sarà in grado d’indicare dove riposi Melek Taus, il demiurgo scaturito per illuminazione da Dio.



Nel malaugurato caso i passanti restassero spiazzati dalla domanda, sarebbe quanto meno appurato che non sono yazidi. Anzi, qualora uno di loro rilanciasse sostenendo che la destinazione cercata non sia affatto la dimora di Melek Taus, bensì il più temibile covo di Satana, ci sono buone probabilità si tratti di un integralista islamico, o addirittura di uno dei terroristi che saltuariamente aprono il fuoco sugli eretici curdi

I pregiudizi sono duri a morire e, nonostante i seguaci di Melek Taus abbiano compiuto concreti passi in avanti per far conoscere il loro complesso culto, fa più comodo puntare l’indice o il grilletto che stapparsi le orecchie: con un’economia in pieno boom e laghi di petrolio sepolti sotto gli hotel dei brand internazionali, la regione autonoma del Kurdistan iracheno è un boccone che fa gola a troppi nel confuso scenario post Saddam Hussein


Sul mio profilo Facebook ho iniziato a pubblicare alcune foto dedicate al nostro tempio – confida Brown Ayas, studente ventenne incaricato di accogliere i rari visitatori di Lalish – ma vorrei dar vita a un sito su cui raccogliere altri scatti, fra cui quelli dedicati alle celebrazioni per l’inizio dell’anno yazidi, al rito di circolazione del Sacro Pavone e, soprattutto, alla grande Festa dell’Assemblea, che organizziamo qui in città ogni ottobre. Forse in questo modo diventerà chiaro a tutti che non adoriamo il diavolo, bensì l’angelo prediletto del Signore”. 

Il fatto che a esso ci si riferisca spesso con l’appellativo Shaytan, lo stesso nome usato nel Corano per indicare Satana, effettivamente non agevola il compito. 

Né aiutano il Libro della Rivelazione o il Libro Nero, quando si riferiscono a Melek Taus come all’unico angelo che rifiutò l’ordine divino di prostrarsi all’uomo: “come posso sottomettermi a un altro essere? – sbottò all’origine del tempo – Io provengo dalla tua illuminazione, mentre Adamo è fatto di polvere”. 



L’amato Shaytan aveva le sue buone ragioni e, non a caso, Dio finì per metterlo a governare il mondo dopo l’arguta prova ideata per risvegliare in lui, il maggiore dei sette arcangeli, la consapevolezza di chi davvero fosse.

Agli occhi dei seguaci biblici, tuttavia, qualche dubbio resta sempre e comunque, soprattutto quando i fedeli yazidi si avvicinano all’ingresso del più sacro tempio del loro culto e, con inchini ossequiosi, strusciano la mano sulla scultura di un serpente disteso, o addirittura avvicinano le labbra per baciarlo pieni di gratitudine. 

Un gesto che li potrebbe tranquillamente accomunare ai loro avi mesopotamici, per i quali il serpente altro non era che una delle metamorfosi adottate dal dio sumero della saggezza, Enki, al fine di palesarsi meglio e far progredire l’uomo nel suo cammino di civilizzazione. Con le sue semplici abitazioni in mattoni calcarei, le abbondanti fonti usate per battezzare i propri fedeli, Kaniya Sipi e Kaniya Zimzim, oltre all’intenso profumo dei peschi e dei noci, Lalish somiglia in realtà a un’oasi nel deserto, più che a un girone infuocato. 

Ogni giorno accoglie pellegrini della diaspora yazida, in arrivo non solo dalla Turchia, dalla Siria o dal Caucaso, ma addirittura dalla Germania o dalla Svezia, dove i seguaci dell’Angelo Pavone hanno cercato rifugio sin dai tempi del regime di Saddam, se non molto prima: la vita non è mai stata facile per loro, stretti nella morsa proselitista dei cristiani caldei e delle innumerevoli correnti islamiche, senza dimenticare predicatori mazdeisti di passaggio dall’Iran, o gli strali dei profeti ebrei confinati nella vicina Ninive. Non da ultima, oggi, la scimitarra dello Stato Islamico. Si sono arrabattati facendo tesoro degli insegnamenti di ciascuno, al punto d’aver dato vita a un culto sincretico pieno di tabù e precetti, ma le vie di mezzo non hanno mai premiato nessuno: definirsi yazata, esseri divini, non appare certo un gesto di pia umiltà, soprattutto qualora ci si ostini a considerarsi figli del solo Adamo, visto che il vaso in cui Eva aveva deposto il suo seme fu capace di generare solo insetti brulicanti. Sposarsi con popoli non curdi? Del tutto escluso. Vivere accanto a fedeli di altre confessioni? Sì, ma, forse. In ogni caso il minimo indispensabile e purché si tenga a portata di mano tant’acqua: una vicinanza prolungata inevitabilmente corrompe, al punto da richiedere interminabili bagni per nettarsi dalla loro sporcizia morale. Guai, poi, se uno sputo o una goccia d’acqua bollente finisce per terra: le anime che vivono lì sotto si vendicherebbero subito sull’intera comunità. Scordarsi infine di vestire abbigliamento blu: non sia mai che quell’inquietante colore risvegli l’ira di Dio e sommerga la Terra con un nuovo diluvio.


Attenzione! Attenzione!” – urla Brown al passaggio della soglia d’ingresso al tempio. “Non si può calpestare il gradino!”. Eccone un altro. Muoversi per il tempio di Lalish richiede infatti estrema accortezza: nessuno può entrarvi senza essere accompagnato da uno yazidi, il solo e l’unico a decidere cosa sia accessibile e cosa no. Cosa mostrare e cosa celare. Insomma, una grazia, più che un invito. E sempre che ci si dimostri all’altezza: nel cuore della bizzarra struttura conica, dove la luce penetra a stento e solo alle lucerne è affidata la fiamma della visione, sentirsi pervasi da un forte senso di spaesamento è quasi inevitabile, proprio come ammoniva Adi ibn Musafir, lo sceicco in cui Melek Taus s’incarnò nell’XI secolo e che oggi giace sepolto nei sotterranei del tempio. “Ero presente quando Adamo viveva in Paradiso – soleva ripetere ai suoi seguaci – e anche quando Nemrud scagliò Abramo nel fuoco. Ero presente quando Dio mi disse: tu sei il governatore e il signore della Terra. Dio, il compassionevole, mi diede sette terre e il trono del Paradiso”.  Rivelazioni al limite della fede, cui i seguaci rispondono oggi con pratiche altrettanto inusitate: sciogliere e comporre nodi per tre volte, esaudendo un desiderio a ogni morsa dei drappi appesi nel tempio, potrebbe apparire un mero gesto scaramantico. 



Ma non è affatto così: sotto le stole di seta riposano le tombe degli altri angeli reincarnati, le cui orecchie sono sempre tese alle preghiere dei bisognosi e i cui drappi, attraverso colori distinti, ne manifestano la diversa natura eonica. Analogamente il triplice lancio di un foulard sopra una pietra sacra, posta nel bel mezzo di tini colmi d’olio terapeutico, non è per nulla un gioco d’abilità. Numeri, movimenti, parole pronunciate sono fra loro profondamente legati in una dimensione esoterica astrusa ai profani, benché in grado di palesarsi a poco a poco vivendo accanto al popolo divino. L’occhio del fedele viene pazientemente educato a leggere nell’evidenza significati metafisici nascosti, a cogliere nel dato proporzioni sconosciute. “L’esercizio più semplice consiste nell’osservare i coni che sormontano il tetto del tempio – cerca di spiegare Brown – perché a uno sguardo meno frettoloso mostrano ben 21 scanalature: indicano sì i raggi, ma anche i giorni del Solstizio che si diramano dall’estremo vertice in contatto col Sole. Solo gli emiri che guidano le nostre comunità conoscono i segni e i significati più reconditi: noi possiamo pervenire alla verità attraverso lunghi studi e graduali iniziazioni, sia che si appartenga alla casta degli sceicchi, che a quella dei murid o dei pir, cioè a quella di coloro che si affidano e a quella dei saggi anziani. Altre vie non sono date”.



Aut, aut. Talvolta i principi esclusivisti degli yazidi suonano sorprendentemente simili a quelli degli ebrei, con cui per secoli hanno condiviso una storia di diaspora e di ricerca della propria Terra Promessa. I curdi avevano recentemente ottenuto ampie autonomie sia in Turchia che in Iraq, non senza imbracare le armi per anni, ma il sogno di un Kurdistan indipendente appare oggi un asso da giocare su tavoli tanto incostanti, quanto pericolosissimi. Certo non dispiacerebbe a Israele, sempre più isolato nel contesto mediorientale, e già familiare alla regione montuosa della Mesopotamia sin dai tempi della cattività babilonese. Ne sa qualcosa il profeta Nahum, i cui scritti sulla caduta di Ninive e dell’impero assiro sono un monito biblico per tutti quei popoli che, ancor oggi, non si sono rassegnati a ridisegnare i confini del Medioriente: sepolto fra le rovine della sinagoga di Al Qosh, a pochi chilometri di distanza da Lalish, sembra davvero l’unico in grado di poter mostrare gli imprescindibili legami che uniscono curdi, ebrei, caldei e arabi. Il suo sarcofago balza all’occhio solo per il drappo verde che lo ricopre fra mura cadenti, scambiate spesso per un mero rudere nel cuore storico della cittadina, ma a parte qualche arco istoriato con caratteri ebraici e alcune lampade a olio che sporgono sbilenche dal soffitto, è tutto quanto rimane di uno degli edifici sacri più venerati della Mesopotamia. Dopo l’evacuazione della comunità ebraica, infatti, l’unico a occuparsene è stato un uomo di fede caldea chiamato Sami Jajouhana, al quale era rimasta in mano la chiave di ferro della tomba.




La sinagoga è stata un centro di pellegrinaggio attivo sino al 1951 – ricorda lui stesso, vestito in una bizzarra mimetica militare e con qualche ruga ormai di troppo – dal momento che qui si veniva a celebrare lo Shavuot, la festa della mietitura: migliaia di ebrei arrivavano da Mosul, da Kirkuk, così come dai villaggi vicini, agghindati di tutto punto e pronti ad accamparsi in tende tutt’attorno ad Al Qosh. Portavano i rotoli della Torah e leggevano le parole di Nahum: preambolo alla messa in scena del dono dei Dieci Comandamenti sul monte Sinai, per poi passare alla rappresentazione della battaglia fra Gog e Magog. Vero: erano stati i curdi dell’emirato di Soran a volerne sradicare il culto già nel 1835, distruggendo la città e la tomba stessa del profeta, ma oggi quella rappresaglia viene condannata da loro stessi. Anzi, considerano il leader di allora un traditore della propria causa. E’ grazie anche al loro aiuto se, piano piano, il sito fu ricostruito restando attivo sino alla nascita d’Israele: da allora, però, ognuno si è chiuso dentro confini che nulla dicono di una storia di convivenza lunga secoli, se non addirittura millenni”. Che ad occuparsene sia appunto un esponente della chiesa caldea, il cui epicentro svetta sulla montagna appena alle spalle di Al Qosh, è indicativo di come le distanze culturali appaiano altrettanto labili di quelle geografiche. 




Scavato nella roccia viva attorno al 640 d.C., il monastero di Rabban Hermiz quasi non si nota a occhio nudo: sembra mimetizzato fra le pieghe dello Jebel Bayhidhra, nonostante i suoi archi e le possenti mura facciano pensare a una vera e propria fortezza. 

D’altra parte gli attacchi provenienti dalla valle non sono mai mancati, ma il monastero è sempre riuscito a scampare alle peggiori rappresaglie grazie anche alle vicine grotte usate dagli asceti. Nulla poté però di fronte alla devastante spedizione dei curdi di Soran nel 1838, quando oltre diecimila cristiani furono trucidati: per secoli era stato la residenza ufficiale dei patriarchi della linea di Elia della Chiesa d’Oriente, ma nel XIX secolo, anche a seguito delle continue incursioni, Roma tornò infine padrona delle sue mura attraverso la Chiesa Caldea.



"Siamo rimasti in pochi – confida padre Joseph Abdul Sater, delegato apostolico incaricato di salvaguardare la comunità cristiana locale – cinque, sei monaci alloggiati nei nuovi edifici a valle del monastero e pochi altri di passaggio". "Cerchiamo di conservare i numerosi manoscritti siriani qui raccolti, oltre ad accogliere qualche pellegrino in visita, ma gli equilibri politici del Medioriente si sono definitivamente incrinati dopo la caduta di Saddam Hussein. Gli sciti sono dilagati nel Paese e oggi l’Iraq è spaccato in almeno in quattro diverse entità statali. I curdi a nord, impegnati a resistere agli attacchi degli occupanti dell’Isis, quindi gli sciti al centro e altri sunniti a sud. Le celle di Rabban Hermiz non sono mai state tanto silenziose".




Costretti a vivere nel distaccamento a valle del monastero, ben più gestibile dai pochi rimasti, i monaci caldei levano preghiere che solo Nehud or Melek Taus ormai odono. Occorre infatti cimentarsi in un’inclemente scalinata per raggiungere Rabban Hermiz, bruciati dal sole d’estate, o battuti dai gelidi venti d’inverno, quando la vetta viene innevata. 

Ma al di là della chiesa ricavata in una roccia dalle tinte quasi sanguigne, il monastero appare un labirinto di claustrofobiche celle completamente vuote, prive di porte o finestre, e solo raramente dotate di nicchie spianate per riposare. 

Nessuna traccia di fuochi per riscaldare. Appena qualche croce scolpita sugli ingressi, per farsi forza, per non cedere alla disperazione. Si continua a raccogliere acqua piovana nelle cisterne naturali, eppure non viene bevuta più da alcun asceta. La storia ha volto il suo sguardo altrove e qui non restano che le spoglie di una memoria troppo lontana. Una memoria che non fa più comodo a nessuno.


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