Friday, December 18, 2015

La Via dei Sarmoung/8 - GOBUSTAN (Azerbaijan)


A Gobustan le pietre parlano. Talvolta cantano, nel tentativo di accordare la loro voce a quella borbottante dei quasi 400 vulcani di fango che incorniciano la più importante riserva di petroglifi dell’Azerbaijan. Il problema, però, è capire cosa diavolo mai stiano cercando di dire da 15mila anni a questa parte. 

Ci hanno provato archeologi, esploratori, persino musicisti, ma ognuno è riuscito a intendere solo una parte della loro complicatissima storia, anche perché i loro racconti obbligano a prendere in considerazione tempi e località che sembrano aver ben poco in comune. 

Si dice che una volta i Sakain, cioè gli angeli, e le immagini degli dei, abbiano pianto su Janbusad, così come tutti i Sakain avevano pianto su Tammuz”. 

Ci risiamo. Azad è un pozzo inesauribile. Proprio come i giacimenti di petrolio e gas che tempestano i 64 aridissimi chilometri fra Baku e il sito archeologico, salutato instancabilmente dalle braccia azzurre delle trivellatrici. Fa un passo e si ferma. Punta un graffito e comincia a rovistare nelle memorie dell’intera Mezzaluna fertile. Collo massiccio, occhi vivaci del colore dell’ossidiana, non è la solita guida che recita la lezione a 33 giri. Per lui Gobustan è piuttosto un punto d’incrocio, il luogo dove convergono i saperi millenari di una tradizione che non conosce differenze di razze o di credo, pur ammettendo di aver di fronte uno dei più antichi rompicapo dell’umanità. Seguirlo nelle sue digressioni, però, implica aver ben presente una mappa geografica i cui punti cardinali si estendono almeno dall’Armenia al Khuzestan



Sì, più o meno è questa l’area in cui si è sviluppato il culto di Harran - coglie la palla al volo, senza fare una piega di fronte alle mie rughe di smarrimento - un culto attestato sino al XIII secolo d.C., quando già da gran tempo i Sabei erano stati sommersi dall’ondata dell’Islam. Ma ti potrei portare decine di altri esempi”. Scuoto il capo rassegnato.

Insomma, se mi lasci finire, piano piano riuscirai a raccapezzarti anche tu. Bisogna aver pazienza, ma è una virtù che spesso difetta in voi Europei”. 

Curioso non si senta lui stesso europeo, visto che il governo del suo Paese, a colpi di Eurovision e Rally Gran Turismo, da anni sta facendo di tutto per esser riconosciuto quale estrema propaggine orientale del Vecchio Continente. 




Come ti dicevo, la leggenda racconta che le immagini degli dei si radunarono da tutti gli angoli della terra nel tempio del Sole, attorno alla grande immagine d’oro sospesa tra il cielo e la terra. 

Mi raccomando, fa’ ben attenzione! Annotati ogni dettaglio, perché ti sarà poi indispensabile per i tuoi angeli caduti e i tuoi misteriosi Sarmoung

Dunque, la grande immagine del Sole era al centro del tempio, circondata dalle immagini della Luna, seguite da quelle di Marte e quindi di Mercurio, di Giove, di Venere e, in ultimo, da quelle di Saturno. A questo punto, l’idolo - che era sospeso fra terra e cielo - cadde giù e incominciò a piangere Tammuz e a raccontarne la dolorosa vicenda. Allora tutti gli idoli piansero e si lamentarono per tutta la notte; ma non appena sorse la stella del mattino, volarono via e ritornarono ai propri templi in tutti gli angoli del mondo”. 


Guardo Azad, più criptico che mai, ma ha un sorriso sornione che non promette nulla di buono. 

Certo non si è rassegnato all’ipotesi di Isaac Jafarzadeh che, primo di una lunga serie di ricercatori in visita a Gobustan, nel 1939 sollevò un dubbio quanto meno lecito: forse le seimila raffigurazioni di uomini danzanti, animali totemici, barche solari e lunghe carovane, disseminate nella riserva a sud-ovest della capitale azera, “non sono direttamente connesse le une alle altre”. 

Le stratificazioni di petroglifi sarebbero sì testimoni di una lunghissima successione di civiltà nell’area, ma non per questo sono tenute a parlare tutte la stessa lingua. Sì, in fondo ci sta. Che legame può intercorrere fra le incisioni lasciate dagli opliti di Alessandro Magno e i soldati della XII legione romana, la leggendaria “Fulminata”? 


E che dire poi degli studi di Thor Heyerdahl, pronti a ricondurre a Gobustan persino gli audaci vichinghi, le cui tipiche navi a remi troverebbero proprio qui il loro primo e inconfutabile prototipo? 

Né minor spaesamento, ai tempi dell’Unione Sovietica, aveva sollevato il famoso percussionista azero Cingi Mahdiyev, quando di fronte a un pubblico rigorosamente marxista si mise a picchiettare alcune pietre sui massi isolati del sito, rivelandone insospettabili suoni “cavi”: allora i geologi si erano affrettati a precisare si trattasse di un mero fenomeno fisico dovuto alla presenza interna di gas, ma le tante immagini “yalli-yalli”, riferentesi all’antichissima danza eneolitica in cui fila di uomini e donne si tenevano per mano, avrebbero potuto effettivamente essere ricondotte a stati di coscienza non ordinari. 

Legionari? Vichinghi? Sciamani? Da qualunque angolazione si avvicini Gobustan, resta indubbio che qualcosa di grosso, di veramente grosso, sia in gioco fra queste estreme propaggini orientali del Caucaso. Non a caso l’Unesco stessa, nel 2007, si è decisa a riconoscere al sito il titolo di Patrimonio dell’Umanità. Alzo le mani al cielo, in segno di resa, ma Azad ne approfitta per allungarmi un articolo fresco di stampa. 




Confrontando le antiche stazioni solari di Abuli in Georgia e Carahunge in Armenia - sono le conclusioni dei ricercatori Irakli Simonia, della James Cook University, e Badri Jijelava, dell’Ilia State University, spesso citati anche nel nuovissimo museo all’ingresso del sito - è verosimile che Gobustan, a sua volta, sia stato scelto come osservatorio privilegiato della volta stellata, grazie anche alla sacralità riconosciutagli per le rare caratteristiche naturali. Con vulcani capaci di eruttare fiamme sino a 15 metri, come accaduto pochi anni or sono, Gobustan si distingueva da qualsiasi altra area nelle vicinanze, tanto d’aver sempre esercitato un fascino irresistibile nei confronti di chiunque l’abbia visitato. La risalita e la discesa di corpi celesti, il movimento costante delle stelle, così come le attività della terra - essendo i più precisi indicatori spazio-temporali per regolare le attività quotidiane dell’antichità - potrebbero esser stati raffigurati mediante un insieme di figure geometriche, al pari di persone danzanti e animali in corsa. I resti di un cromlech lasciano d’altra parte pensare che Gobustan, per via della sua predisposizione morfologica, fosse stato usato come tempio solare durante l’Età del Bronzo, ma è una conclusione legata principalmente alla presenza d’incisioni raffiguranti barche sovrastate dal sole irraggiante”.


Bene. All’inesauribile serie di spiegazioni, non poteva mancare quella archeoastronomica. Il rebus, però, resta al punto di partenza. Come! Non ci sei arrivato ancora?” - punzecchia Azad - “dai, dai, prova a mettere insieme tutti gli elementi! Gli angeli caduti…i pianeti in consesso…l’osservatorio del cielo: tutto comincia ad essere così chiaro!”. Pazientemente, la vulcanica guida azera m’invita a tornare sui nostri passi, guidandomi di nuovo lungo gli stretti sentieri che s’insinuano fra i grandi massi incisi e dominano il piatto profilo del Mar Caspio. Un po’ in imbarazzo, cerco solidarietà nei tre trogloditi di bronzo che sorvegliano l’ingresso al museo, ma loro hanno ben altro cui pensare, mentre soppesano sulle spalle clavi possenti.  





Eccola qui, la nostra Stele di Rosetta!”. La bacchetta dell’impietoso archeologo si posa su una delle famigerate “navi del sole”; proprio quelle che avevano acceso l’entusiasmo di Thor Heyerdhal, spingendolo a identificare la terra natale del dio Odino, Aser, con quella striscia di territorio estesa dalla penisola di Azov sul Mar Nero all’omologa di Absheron in Azerbaijan, dove brucia il tempio del fuoco eterno dal quale il Paese prende nome. “Ti do ancora un aiuto: questa volta, però, viene dall’archeologo Abasali Rustamov. Costui, dopo aver analizzato l’orientamento spaziale degli antichi disegni rispetto all’orizzonte, al pari dell’allineamento astronomico di alcune rocce al verificarsi del solstizio d’inverno, ha dedotto che l’intera area servisse per marcare i punti di risalita dei corpi celesti in diversi periodi dell’anno, utilizzando le pietre piatte e “risonanti” come altari per l’adorazione del Sole. Ci sei? Su! Dai affondo alle tue conoscenze astronomiche! Rifletti: non sono forse le lamentazioni per Tammuz una sorta di “fossile vivente”, un rito ormai inconsapevole, ma nato in realtà per ricordare l’unica caduta di cui gli antichi davvero si preoccupassero? Non chiami forse stelle “cadute”, in astronomia, proprio quelle soggette alla precessione? Sì!? E qui non stiamo parlando di una stella qualunque, perbacco! Abbiamo a che fare addirittura col perno dell’antichità, con Sirio, la stella-cane, il capo dei pianeti, per alcuni addirittura l’ottavo pianeta!”.




Un punto luminoso fa capolino in cielo. L’aria sferzante della piana, su cui ormai incombe il crepuscolo, picchietta sugli zigomi arrossati. Secondo il calendario giuliano, Sirio sorgeva regolarmente ogni quattro anni al 20 luglio, apparentemente senza essere mai influenzata da alcun fenomeno di precessione. Non a caso, nell’antichità, questo aveva portato alla convinzione fosse ben più che una fra le tante stelle fisse. Attorno al 139 d.C, però, capitò l’inimmaginabile, affondando il mondo nello sgomento: Sirio era “caduta”. A suo modo, aveva cominciato ad essere soggetta alle influenze precessionali già da tempo, come aveva forse annunciato l’emblematico mito della morte di Pan, ma è solo in quell’anno che il nuovo periodo sotiaco venne registrato ufficialmente. “Ci siamo! Ci siamo! - esulta Azad, quasi m’avesse appena fatto dono di un lingotto d’oro - sì, ci siamo davvero! Ed è tutto merito di un italiano! Buffo, no? Senza l’aiuto del tuo concittadino Giorgio de Santillana, che in tempi non sospetti aveva dato alla luce quel capolavoro d’archeoastronomia passato alla storia come “Il mulino di Amleto”, saremmo ancora qui ad arrovellarci! Tutti gli dei, tutti gli angeli, tutti i miti, non sono che codici per spiegare sempre e solo le variazioni della precessione degli equinozi! Viva l’Italia! Viva l’Azerbaijan!”. 





Strane persone, i ricercatori. Talvolta paiono vivere in altri mondi. Ed è pure un peccato che “Il mulino di Amleto” spieghi tanto, ma non tutto. Senza poi contare che non è frutto di sole mani italiane. Se l’archeoastronomia può certo offrire un comune denominatore per comprendere la visione cosmologica e i culti sviluppatisi nelle diverse popolazioni del Caucaso, forti perplessità restano intorno al quando. L’attuale teoria della Culla della Civiltà, sviluppatasi fra la grande catena montuosa euroasiatica e la Mezzaluna fertile, non riesce infatti a dar ragione del perché le antiche civiltà fossero in possesso di nozioni astronomiche così ben sviluppate. La nostra storia, che sia riconducibile ai Sumeri, agli Indiani o agli Egizi, comincia in ogni caso in modo troppo avanzato. E, forse, la rotta delle “navi del Sole” di Gobustan, di cui tanto ha parlato Heyerdhal, andrebbe vista con altri occhi. 



Azad, non sono del tutto convinto si sia arrivati a un punto fermo”. Improvvisamente è la guida azera a occhieggiarmi con sospetto. “Non volermene, però. Probabilmente Heyerdhal ha visto bene nel riconoscere una familiarià fra le navi scandinave dei vichinghi e quelle incise a Gobustan, ma può anche darsi abbia preso un clamoroso granchio nell’attribuirne l’origine alle popolazioni caucasiche. L’astronomia dice tanto, ma non tutto. C’è un altro nostro studioso, Felice Vinci, che partendo dalle descrizioni contenute nell’Iliade e nell’Odissea, ha invitato a prendere in considerazione le influenze climatiche sugli eventuali spostamenti delle antiche civiltà. Insomma, non sono pochi quanti sostengono oggi che i poli potrebbero esser stati abitati in epoche sino ad ora mai considerate cruciali per l’evoluzione dell’uomo”. La guida azera scuote via un brivido momentaneo. “Forse le navi del sole non sono risalite verso la Scandinavia, ma sono arrivate nel Caucaso proprio dalla Scandinavia”. 



Se fosse una bandiera, Azad sarebbe ora a mezz’asta. Afflosciata su se stessa, per giunta. La competitività fra Paesi caucasici, tutti impegnati a rivendicare gli uni sugli altri le origini più antiche, resta ancor oggi un tema delicatissimo. Eppure la viscerale attenzione per i moti del Sole, con tutte le paure mitologiche connesse alla sua possibile scomparsa, potrebbero aver davvero trovato una prima e privilegiata base d’osservazione all’altezza del polo nord, dove la dicotomia luce-oscurità, così fondamentale nello sviluppo dei culti religiosi, tanto quanto i paradossi atmosferici dovuti all’inclinazione dell’asse terreste, sono da sempre sotto gli occhi di tutti. Se l’optimum climatico della cosiddetta “fase atlantica”, attestata fra il 5.500 e il 2.000 a.C., ha dato vita all’avanzata Età del Bronzo scandinava, cosa pensare di tutte quelle sorprendenti coincidenze geografiche che collocano la Terra dei Quattro Fiumi fra i lapponi Tara, Ivalo, Mounio-Tornionjoki e Ounas-Kemijoki? Non potrebbero i Sumeri - come suggeriscono i canti tradizionali baltici - esser discesi in Mesopotamia, attraverso quelle stesse vie fluviali e lacustri che più volte nella storia sono state utilizzate come “autostrada” fra nord e sud del mondo?


Il Sole è definitivamente tramontato e nella piana ululano solo gli sbuffi del vento. All’orizzonte si distingue appena una striscia più luminosa, azzurrognola, forse il piatto profilo del Mar Caspio, che insieme al Mar Nero, al Mar d’Aral e al lago Urmia, resta oggi l’ultima testimonianza di quell’immenso Mar Paratethys prosciugatosi 5.5 milioni di anni fa. Una sghignazzata roboante irrompe all’improvviso, mettendo in fuga persino gli sciacalli. “E’ proprio buffo! Forse me ne sto seduto a fianco dell’ultimo dei Sarmoung!”. No. Non l’ha presa bene. Temo proprio la teoria della culla nordica abbia ferito l’orgoglio di Azad. “Sai da dove viene il nome del Mar Caspio? Una delle fonti più autorevoli è l’antico geografo Strabone, che menziona l’oscura popolazione dei Caspi, o Caspiani, distribuiti nell’area sud-occidentale del nostro grande bacino salato. Gobustan sarebbe allora la terra di stanziamento di questa tribù che, a detta dell’iranologo tedesco Ernst Emil Herzfeld, discendeva dai potenti Kassiti: un misterioso popolo pre-indoeuropeo proveniente dai Monti Zagros dell’Iran, nonché riesumatore del sapere astronomico di Sumer dal 1595 sino al 1155 a.C. Signor Caspani, forse è laggiù che deve andare, per trovare la soluzione al suo dilemma”. Scruta il cielo, grattandosi un po’ la testa. La delusione pare già alla spalle. “O forse no”. Con la sua inseparabile bacchetta, Azad prende a disegnare nella sabbia un profilo piuttosto simile all’area caucasica. Fissa un punto a Gobustan. Quindi un altro nel cuore della Georgia, all’altezza di Uplistsikhe. Dritta, la bacchetta scorre dal primo al secondo punto. Si arresta. Quindi prosegue senza titubanze in direzione nord-ovest…  





2 comments:

  1. Molto interessante. Sono state ipotizzate prove di colonizzazione di quelle aree da parte di popolazioni scandinave per via delle analogie dei toponimi con quelle citate da Omero nell'Iliade. Hanno avuto un seguito queste ricerche? Grazie

    ReplyDelete
    Replies
    1. Grazie, Dante. Fa sempre piacere avere lettori così attenti. Studi comparati su tradizioni culturali tanto distanti sono purtroppo rari a livello accademico, dal momento che si continua a lavorare in un'ottica di iperspecializzazione, anche a livello territoriale. Uno dei capostipiti di questa teoria rimane Lokmanya Bâl Gangâdhar Tilak, col suo epocale "The Arctic Home in the Vedas", mentre fonti stimolanti si trovano sulle attuali riviste archeologiche russe dedicate alle ricerche in ambito siberiano-centroasiatico. Altri risultati freschi e interessanti su ricerche ad ampio respiro, e decisamente più accessibili, sono però stati raccolti da Graham Hancock nel suo recentissimo "Magicians of the Gods", non ancora tradotto in italiano. Se hai modo di leggere in inglese, lo consiglio vivamente. Un caro saluto.

      Delete