Thursday, January 21, 2016

AMAZZONIA: L'INFERNO VERDE DI ERMANNO STRADELLI (Colombia)

Vapori Macapà e Cord d'Eu (Stradelli) - concessione Società Geografica Italiana


Rantola. Sbuffa. Tossisce gli ultimi spasmi intossicati, quasi il motore della bagnarola volesse ricordare l’atroce fine del Conte Ermanno Stradelli nel lebbrosario di Manaus. Ogni volta che s’ingolfa, i peggiori incubi prendono forma nella grigia foschia della foresta amazzonica e il fantasma dello sfortunato esploratore, con la penna ancora stretta fra le falangi marcite, riporta a galla il corpo agonizzante di quel dannato 24 marzo 1926. A corto di benzina, persino un lago dalle acque torbide comincia a far paura e gli alberghi scalcinati, le strade fangose o i pontili traballanti, paiono all’improvviso tutti più distanti, lontanissimi.

Fortuna che il Tarapoto dai mille alvei si trova a meno di venti minuti dal piccolo villaggio di Puerto Nariño e, se la nostalgia delle drogherie in cui si vendono mate de coca o collanine in denti di piraña dovesse proprio risvegliarsi, a qualche ora d’ipnotici ondeggiamenti si può sempre riparare più a est, verso Leticia: ultimo avamposto civile prima dell’Inferno verde, oltre che capoluogo dell’estremo dipartimento meridionale colombiano, il cosiddetto “trapezio”. Uno spazio di 6.275 chilometri quadrati che la Colombia si conquistò negli anni ’30 a spese del Brasile, in aggiunta a un territorio selvaggio già di per sé ampio, ma privo di un accesso al Rio delle Amazzoni, vitale quanto un’aorta nell’economia singhiozzante del Sudamerica. Forse era qui che Stradelli - insieme a Gaetano Osculati il più grande esploratore amazzonico conosciuto dall’Italia - avrebbe voluto fuggire nei suoi ultimi giorni, dopo aver battuto ogni centimetro dell’ancor più remoto territorio del Vaupés colombiano. Al riparo dai nuovi arrivisti della capitale amazzonica, via da quel perbenismo borghese che tanto lo aveva disgustato in patria, spendendo quasi tutta la sua vita in uno dei territori col più alto livello di biodiversità al mondo e tuttora abitato da appena 22mila indigeni.

Interno del Vapore Macapà (Stradelli) - concessione Società Geografica Italiana


Brasiliani e indigeni dell'Amazzonia (foto Stradelli)concessione Società Geografica Italiana


Fondata il 25 aprile 1867 dall’ingegnere Benigno Bustamante, Leticia conta ben 35mila abitanti e rappresenta il cuore pulsante di una pionieristica regione di libero traffico. Qui, con poche bracciate dentro le acque del temibile fiume, è possibile lasciarsi alle spalle la terra di Simòn Bolivar per una propaggine carnascialesca di rumba carioca, o sfiorare un lembo di Perù dallo sguardo rapace. Considerate le brevi distanze fra i confini, non di rado gli spostamenti a nuoto vengono infatti preferiti a quelli in barca; maggio, in particolare, è il mese migliore per non rischiare la pelle, qualora si voglia sfidare la sorte nelle acque del più lungo fiume del mondo. Gonfiandone il letto, le piogge della stagione umida spandono il bacino del rio sino ai terreni dove s’infittisce la foresta, creando ghiotte riserve d’insetti e batteri; ed è solo allora che si aprono inaspettati salvacondotti, con i pesci carnivori tutti intenti a presidiare le “acque scure” a ridosso delle sponde e i natanti lesti ad attraversare le “acque chiare”. Nulla a che vedere col docile Taro piacentino, sulle cui rive Stradelli nacque in un rigido dicembre del 1852 e da subito cominciò a respirare il profumo della libertà, giurando a se stesso che mai, in vita sua, sarebbe stato uno dei tanti avvocati col nodo al collo. Tutt’al più, avrebbe esercitato all’estero, come di fatto accadde quando lasciò l’Università di Pisa per il Sudamerica, finendo per essere naturalizzato brasiliano nel 1893. Da tempo aveva infatti aperto un suo studio a Manaus, dopo aver infruttuosamente tentato di convincere l’industriale Pirelli a investire nella gomma amazzonica. Ma il suo cuore era sempre stretto alle liane e, mentre scartabellava come giudice del tribunale di Tefé, lavorava accanitamente a una dettagliatissima enciclopedia amazzonica, convertita poi in un dizionario di portoghese-nheengatù per farsi amiche le tribù locali.    

Gente del Tuxam Omerenti (Stradelli) concessione Società Geografica Italiana

Gente del Tuxan Antonio (Stradelli)concessione Società Geografica Italiana

Stradelli aveva compreso prima di tutti il duplice volto dell’Amazzonia: nella foresta ognuno ha il suo, perché la natura mai tradisce i suoi figli, benché pretenda sappiano cavarsela sempre con le proprie forze e il proprio ingegno. 

E’ un habitat idoneo solo per quanti non temono le sfide, nel quale anche una minuscola formica gialla può trasformarsi in un avversario di tutto rispetto, disponendo  di un siero urticante che, con un solo morso all’avambraccio, riesce a paralizzarne i muscoli per almeno un giorno. 

Ore tremende e interminabili, durante le quali le porte del delirio si spalancano per dispiegare le peggiori atrocità. Unita alle sue consorelle, la Pseudomyrmex Dendroicus è a capo di un esercito di guerriglieri che lo stesso ex presidente Uribe temeva tanto quanto le mai dome Forze armate rivoluzionarie della Colombia o i narcotrafficanti del sud-est.

Imbarcazione con cui Stradelli scese il Rio Negro - concessione Società Geografica Italiana
Veduta di Manaus, cattedrale Matriz (Stradelli) - concessione Società Geografica Italiana

Per secoli le infaticabili inquiline dell’albero Tangarana sono state infatti il miglior alleato delle popolazioni indigene, ma un patto di reciproco spalleggiamento pare sia stato siglato di nuovo: oggi le tribù più isolate sono prese di mira da bracconieri famelici, sempre in cerca di pelli di giaguaro e squame di boa da sottrarre ai villaggi della foresta, così da poter soddisfare le pretese onnivore di un mercato che non conosce pietà: un Serpente biforcuto senza più piramidi sacrificali, ma immancabilmente capace di fare proseliti fra i superbi successori dei bandeirantes portoghesi. Come loro, i bracconieri odierni s’avventano nella foresta forti di fucili e mitragliatori, convinti che la superiorità tecnologica avrà ragione di chiunque incroci il loro cammino, salvo poi ritrovarne gli scheletri legati al tronco di qualche pianta, vinti dalle terribili sofferenze inferte dal morso delle pseudomyrmex dendroicus, o infilazati dagli aghi di cerbottane perfidamente intinti nella pelle delle rane velenose. Destino che lo Stradelli – giunto per la prima volta in Amazzonia nel 1881 - già intravvedeva per quei missionari e “negoziantucoli” che “non spogliano mai abbastanza l’indigeno; ai loro occhi egli non cessa di essere indolente e fannullone, ma io sarò per essi un accanito indianofilo: e sia! Perché l’indiano dinnanzi a costoro ha un gran delitto: non avendo necessità da soddisfare e non sapendo cosa farne di tutti i fondi di magazzino che lo speculatore gli porta, e di cui da tanto tempo ha riconosciuto l’inutilità, non li accetta, e cede a malincuore un paniere di farina, in cambio di tele di cui non sa che fare…”.

Catanba (Stradelli) - concessione Società Geografica Italiana

Malon del Marené in costruzione (Stradelli) - concessione Società Geografica Italiana

In Colombia il governo non ha ancora sviluppato un ampio network wireless simile a quello allestito in Brasile, dove le popolazioni indigene “a rischio di bracconaggio” possono collegarsi in tempo reale al web e segnalare all’esercito le minacce incombenti: qui gli Yaguas, gli Huitotos e i Ticunas sono e restano veri indigeni, non attori dalla pelle scura che indossano costumini succinti per la gioia dei turisti, o che partono di tanto in tanto per gli studi televisivi dell’Occidente con smisurati pendagli indosso, pronti ad arricchirsi astutamente in nome dell’Amazzonia ferita e umiliata. I corredi oggi in mostra nel museo che l’esploratore piacentino ha lasciato in eredità al Castello di Rivalta - frecce, amuleti, piume ornamentali e animali imbalsamati - non sono affatto frutto di mercanteggi umilianti, bensì il dono riconoscente di popoli che nella rara umanità di Stradelli riconobbero il “mayra raira”, il figlio del serpente incantato. Un mito tuttora vivente e celebrato nel 2008 dall’omonimo docufilm prodotto da Andrea Palladino, col patrocinio scientifico della Società Geografica Italiana.


Ma se mai rappresentazione può darsi, in Amazzonia questa assume piuttosto i toni gioiosi e un po’ ingenui del festival internazionale “Confraternidad Amazonica”, in programma ogni anno dal 15 al 20 luglio a Leticia: periodo nel quale la cittadina si ripulisce da fango e liane per trasformarsi nel palcoscenico di abili danzatori tribali, robusti natanti pronti a sfidarsi in canoa o infallibili tiratori d’arco e cerbottana. Un’imperdibile anteprima dell’altrettanto colorato “Festival autoctono dedanza, murga y cuento” che va invece in scena fra il 29 e il 31 dicembre a Puerto Nariño, impreziosito dall’elezione dell’affascinante “Señorita Ticoya”, così come dalla partecipazione di ben 22 comunità municipali.

Jauapiry, incontro dello Stradelli con indigeni - concessione Società Geografica Italiana

Jauapiry, preparativi di cucina (Stradelli) - concessione Società Geografica Italiana

Poche restano le concessioni che le tribù colombiane fanno all’occhio indiscreto dell’avventuriero, preferendo i sibili e i mormorii della jungla agli strepiti del mercato. Solo le più ardite sono disposte ad accogliere nel loro villaggio i bianchi in arrivo dal Rio, cercando di racimolare qualche pesos attraverso la vendita di ornamenti in ossa e piume, o lasciandosi fotografare un po’ esterrefatte mentre coccolano chi un bradipo, chi un orsetto lavatore goloso di banane.

Ancor più dei soldi, magici foglietti volanti capaci di dare un valore a quanto non si tocca e non si vede, sono però le magliette colorate i baratti più graditi, i cappellini che riparano dalle frequenti piogge, per non parlare dei quaderni e delle penne grazie ai quali inizia il riscatto dalla fatica e si dispiega la conquista di sogni di cartapesta.

C’è tuttavia qualcosa d’inspiegabile nel loro sguardo: gli occhi degli anziani sono spenti, delusi, sono gli occhi di chi sembra aver perso la propria battaglia. Quelli dei giovani, ma ancor più dei bimbi, hanno invece un che di ostile e rapace: vogliono, desiderano, ma in fondo non si fidano. Come se presentissero che dietro tutta quella manna ingiustificata, si stia nascondendo un subdolo tranello.

Cascaci (Stradelli) - concessione Società Geografica Italiana

Forse qualcuno è riuscito a raccontare degli strani “giochi” che gli adulti bianchi propongono loro, quando li portano con sé in remoti e perduti paradisi. Forse è la semplice paura di non rivedere più la propria casa, com’è accaduto a quegli amici che avevano solennemente promesso di tornare con grandi ricchezze e ora sono spariti nel nulla. Scomparsi senza più traccia, disonorando una parola che qui è ancora sacra. Tradendo, senza immaginare che altrove stava il tradimento.

Per questo la loro ammirazione non va tanto ai membri delle tribù sedentarie, per scelta o per necessità disposte al compromesso, ma ai nomadi della foresta, ai piedi veloci dei Nukak Maku: una delle ultime popolazioni che vive spostandosi da un nascondiglio all’altro, che teme i raffreddori mortali portati dall’uomo bianco, ma non le fauci dei giaguari o i morsi delle tarantole.

Jauapiry. L'atto della colazione (Stradelli)concessione Società Geografica Italiana

Loro seguono riti talvolta crudeli, talvolta irresistibilmente ludici, ma mai incoerenti. Durante “La Pelasòn”, alle ragazze vinte dal primo ciclo mestruale non vengono semplicemente tagliati i capelli per inaugurare la loro nuova vita da donne, ma questi sono piuttosto strappati con una speciale resina: perché anche l’uomo deve imparare a cambiare pelle alla stregua del colorato serpente dei miti ancestrali. L’isolamento all’interno della maloca, sacra costruzione circolare dove gli sciamani consultano i Tre Mondi bevendo ayahuasca e le donne insegnano le virtù dell’esser madre, non è un capriccio fra l’aderire alle credenze tradizionali, o l’abbracciare uno strano uomo biondo messo in croce. Significa accettare di divenire qualcosa che non si sarà mai più, non certo voler apparire a seconda di come soffino i venti, od ostinarsi a inseguire traguardi che il tempo ha già segnato. E ancora: imbattersi nello Yurapari, quando il dio della fertilità irrompe fra le capanne di juta per battere le giovani col suo enorme fallo ligneo, il Capinuri, non è una sconcezza che perde l’anima agli Inferi, bensì il prender coscienza che il momento è fausto per assecondare il proprio destino di perpetuatori della specie. Così insegnavano i vecchi saggi intervistati da Maximiliano José Roberto, il collaboratore indigeno di Stradelli grazie al quale l’esploratore trascrisse per la prima volta il mito dello Yurapari, dando alle stampe un testo di studio tuttora fondamentale per l’antropologia sudamericana.


Nulla accade per caso in Amazzonia. C’è un tempo per la fioritura della Victoria Regia, il più grande loto del mondo capace di sostenere sulle sue foglie persino un bimbo, e un tempo per le incursioni delle scimmie sull’Islade los Micos

C’è un tempo per risalire i fiumi a nuoto e lottare con le proprie mani contro le anaconde, e uno per capire che la forza a volte conta meno della parola, che l’esser guida può aiutare più che l’esser cacciatori, che diventare una leggenda vivente - come l’indio-tedesco “Kapax” - può meglio cibare di emozioni chi è pronto a devastare l’Eden, pur di cogliere la mela della conoscenza.

Allora poco importa se il recondito El Dorado oggi abbia trovato un nome e un luogo nel lago vulcanico di Guatavita, alle porte di quella Bogotà che - gelosamente - custodisce ancora le mappe disegnate dal predecessore di Stradelli: l’Agostino Codazzi cui è intitolato l’istituto geografico dellacapitale colombiana. Oro, in fondo, è stato raccolto dalle sue acque e non è difficile immaginare in superficie il lento incedere della zattera di uno sciamano, che sotto gli occhi intimoriti della propria tribù getta a mollo le offerte con cui placare la rabbia di creature zoomorfe, o grazie alle quali tenta di evocare protezione per l’intera comunità. Né deve irritare se gli sfavillanti corredi sacri, le maschere enigmatiche e le ali per fendere gli intrichi dell’allucinazione siano stati raccolti nel Museo dell’Oro, dove i profani d’oggi ne subodorano appena il potere metamorfico e trasmigratorio, ignorando la vera sorte dei Sinù, dei Tairona, dei Quimbaya e dei Muisca. Tutti spazzati via dalla furia della cupidigia, così come dalla cecità intollerante.

Anche l’uomo bianco, in fondo, ha bisogno dei suoi feticci, perché le vetrine lucenti della capitale non bastano più. Sorde sono le parole che si odono fra le colonne barocche della cattedrale di Plaza Bolivar, lontano il richiamo delle sue campane, disabitate le case dai colori pastello che illuminano l’antico quartiere de La Candelaria. A un piatto ingordo come l’ajiaco, con patate, grano, huasca e pollo, oltre a fette di avocado, capperi e riso, l’animo plasmato dalla foresta inizia a prediligere una morigerata portata di pescado e banane fritte. Qualcosa nell’aria umida della città fa presentire d’esser diventati improvvisamente prigionieri del troppo. Del superfluo.

Attorno, solo uomini dimentichi di sé, incapaci di ritrovare le giuste dimensioni nel mondo circostante: il loro occhio vede solo forme dilatate quanto le donne di Botero, o al limite dell’anoressia; la loro mano affida al bisturi i ritocchi di corpi caraibici ormai incapaci di onorare la loro antica fama seduttiva; il loro orecchio si tende agli illusori richiami di un delfino rosa o grigio, senza udire il lamento di un’imbarcazione ormai davvero agli ultimi sgoccioli di benzina.

Danzano, ridono e scherzano, come i vip che affollano le sale turbinose del ristorante Andres Carne de Res, come gli ospiti di quel lussuoso battello che risalì un tempo il Rio delle Amazzoni e inconsapevolmente ne fu inghiottito dalle sue isole fantasma. Trappole galleggianti su cui boa costriptor, caimani e zanzare malariche non sono certo disposti a concedere chance a un animale a tal punto addomesticato, d’aver persino dimenticato il luogo da cui un tempo emerse. Sporco di fango, con la lancia in pugno e la bocca spalancata: no, dell’Aguirre sepolto in noi, il cui folle urlo riecheggia dalle foci del rio alle brande dei lebbrosari, non c’è più traccia alcuna.


L'UOMO CHE SUSSURRA ALLE ANACONDE

Pronunciare il suo nome in Amazzonia spinge ad abbassare lo sguardo in segno di deferenza, ma anche a gonfiare il petto d’orgoglio. Per tutti gli abitanti della foresta, Kapax (gioco di suoni in spagnolo per “capace”) è un mito vivente, il Tarzan degli anni Settanta, l’uomo che sussurra alle anaconde. Oggi lavora come guida turistica lungo il Rio delle Amazzoni, ma per anni la sua immagine è stata associata all’incredibile risalita a nuoto del grande fiume: 1.200 chilometri in poco più di un mese (dal 29 giugno al 7 agosto 1976), facendo affidamento solo sulla forza delle braccia e sulla sua ferrea volontà, dovute forse al suo sangue mezzo indio, mezzo tedesco. Occhi smeraldini, carnagione scura e un pugnale sempre in vita, a 70 anni Alberto Lesmes Rojas (questo il suo vero nome) non ha perso nulla del suo smalto coriaceo: così come da bimbo sapeva catturare con estrema facilità i più insidiosi predatori della jungla, anche ora porta al collo con disinvoltura un’anaconda di 12 metri, fra le sue compagne predilette anche nella spartana abitazione di Leticia, fra Colombia e Brasile. Su Kapax sono nati racconti che hanno dell’incredibile: a tre anni, ad esempio, pare sia stato sbalzato in aria violentemente e investito poi da una moto, senza accusare però alcun trauma. Che siano i poteri taumaturgici dell’acqua amazzonica? “El agua es vida”, suole ripetere ai suoi increduli ammiratori, “mi senor bendito” (l’acqua è vita, mio signore benedetto). Grazie a lui la difesa dell’Amazzonia ha trovato un volto in cui incarnarsi: molto del denaro guadagnato grazie alla sua celebrità - cresciuta a dismisura dopo la pubblicazione di una fotonovela in Centro America e per l’affascinante parte in un film spagnolo dei primi anni Ottanta (Mundo Verde) - continua a essere investito per migliorare la qualità della vita degli indigeni, senza mai depauperarne le risorse naturali.

L'OSSESSIONE DELLA CITTA' PERDUTA

Akakor comincia là dove il passo dell’uomo si arresta. Nascosto in un imprecisato punto alle sorgenti del Purus (un affluente del Rio delle Amazzoni), questo Eden leggendario pare sia in realtà una vera e propria città sotterranea, capitale di un impero che avrebbe prosperato sino al 12mila a.C. Incuriosito dalla scomparsa in loco di una spedizione delle SS, poco prima della Seconda Guerra Mondiale, nel 1972 il giornalista tedesco Karl Brugger - corrispondente dell’Ard (Allgemeiner Deutscher Rundfunk) a Rio de Janeiro - svolse sul caso un’indagine meticolosa, dopo aver preso contatto a Manaus con un capo tribù indio. Tatunca Nara parlava tedesco molto bene, motivandolo col fatto che un manipolo di nazisti avesse raggiunto Akakor in sommergibile e, successivamente, si fosse integrato alle popolazioni del posto, nel tentativo di far perdere le proprie tracce. I membri della sua tribù si facevano chiamare “alleati eletti”, custodi di un’antichissima tradizione conservatasi per secoli attraverso quattro testi sacri: il Libro del Giaguaro, della Formica, dell’Aquila e dell’Acqua. In essi si racconta dell’arrivo dal cielo di navi dorate, con a bordo stranieri dalla pelle bianca, caratterizzati da sei dita ai piedi e alle mani. Grazie a loro, la tribù degli Ugha Mongulala divenne la civiltà più evoluta precedente gli Incas. Brugge ebbe modo di vedere e fotografare questi libri, di cui ha poi narrato nel suo best seller del 1976 “Cronache di Akakor” (Edizioni Mediterranee), ma al ritorno in Germania venne misteriosamente assassinato, mentre tutta la sua documentazione trafugata e fatta sparire. Analoga sorte incorse ai testi sacri che Tatuca Nara affidò per via di ritorsioni al vescovo Grotti, che riuscì a spedirli in Vaticano poco prima di morire a sua volta in uno strano incidente aereo. Recentemente, gli scavi dell’archeologo Heckenberger, propiziati dalle rilevazioni di Google Earth per via del disboscamento amazzonico e dalle mai concluse ricerche sull’esploratore Percy Fawcett, stanno riportando in luce tracce di un’antichissima civiltà amazzonica forse legata proprio al mito di Akakor.

LA PIANTA DELL'ANIMA

Non è certo una passeggiata, ma qualora si sia in cerca di risposte più profonde si può provare. Renitenti a coinvolgere nei propri riti quanti non appartengano alla foresta, gli indigeni non hanno però timore nel rivelare gli straordinari poteri dell’ayahuasca, estratto di piante allucinogene in grado di dischiudere la mente alla dimensione non ordinaria; nella lingua quechua degli Incas, ayahuasca significa appunto “pianta dell’anima”. Preparata come infuso ricco di dimetiltriptamina (DMT), una sostanza presente in minime quantità anche nel nostro cervello, induce visioni estremamente nitide in poco tempo, lasciando colui che ne beve sospeso fra il mondo terreno e quello delle visioni. La potenza dei suoi effetti dipende dalla ricetta che ogni sciamano conosce. Si assume quasi sempre in gruppo, creando un circolo all’interno di una radura o sotto il tetto della maloca, la casa comune del villaggio tribale. E’ lo sciamano che decide il dosaggio da dispensare a ciascun partecipante, intonando nel frattempo icaros sacri e consultando i suoi oggetti di potere: cristalli di quarzo, pezzi di ferro magnetizzato, fasci di piume e statuette in legno che fungono da doppi degli iniziati. In principio si rivelano figure geometriche, andando via via a delinearsi forme sempre più definite, sino all’incontro col Serpente Piumato. Sta alla peculiare sensibilità e storia dell’iniziato comprendere il perché di certe visioni, così come interrogarle per ottenere risposte chiarificatrici su di sé, alimentando una ricerca interiore che spesso travalica le intenzioni stesse del rito.

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