Tuesday, November 21, 2017

La Corea fra Yin e Yang (bollettino ICOO)

Protesa fra Cina e Giappone come l’ago di una bilancia, la penisola coreana sta attraversando una nuova fase di oscillazione. Lo scorso ottobre sono infatti terminate le operazioni di dispiegamento del sistema missilistico Thaad (Terminal High Altitude Area Defense System), concordato fra il presidente americano Donald Trump e il collega sudcoreano Moon Jae-In nel territorio di Seogju: è questo l’ultimo tassello di un pesante riarmo militare che gli Stati Uniti hanno avviato da anni nell’area, portando la Corea del Nord a minacciare rappresaglie sempre più gravi.

Chiunque metta piede a Seoul, o in qualsiasi altra grande città della Corea del Sud, finisce così per trovarsi di fronte una situazione del tutto inaspettata: esponenti di movimenti civili che protestano davanti agli edifici con le bandiere a stelle e strisce, donne che occupano località destinate a usi militari, giornali che ipotizzano la caduta del governo ogniqualvolta venga fatta una concessione alla linea di Washington. Il punto di vista sulla crisi geopolitica si ribalta inaspettatamente, perché l’aggressore pronto a polverizzare il mondo attraverso la sua bomba atomica - dipinto con i tratti macchiettistici del leader nordcoreano Kim Jong-Un - si scopre verosimilmente un Paese ormai cinto d’assedio e costretto a fare la voce grossa. Non è solo la carenza d’informazioni a mostrare quanto l’approccio alla Corea appaia spesso superficiale e stereotipato; più grave ancora, come dimostra il grande sforzo divulgativo intrapreso in questi anni dall’Asia Institute di Seoul, è l’inadeguatezza delle lenti culturali con cui l’Europa e l’Occidente continuano a leggere i fenomeni odierni.



Converrebbe forse meditare un poco davanti al Taegeuki, la bandiera scelta nel 1897 per rappresentare il Paese ancora unificato: è un ottimo esercizio di umiltà del pensiero, nonché una pratica consigliata dai maestri taoisti qualora ci si incammini sulla via della saggezza. Al centro del campo bianco non è stata inserita un’immagine dominante, come vorrebbe la tradizione degli Stati con un forte governo centrale, ma il simbolo delle contrapposte forze cosmiche Yin e Yang: un cerchio che pare ruotare costantemente su se stesso, alla perenne ricerca di un equilibrio fra la sua metà blu e la sua metà rossa. Ai quattro angoli sono stati poi inseriti i trigrammi del Libro cinese dei Cambiamenti (I Ching), con cui vengono rappresentati i processi di formazione del cielo (Kun), del fuoco (Yi), dell’acqua (Kam) e della terra (Kon). E’ una bandiera capace di raccontare perfettamente la travagliata storia della penisola, costretta a fare i conti con vicini sempre troppo ingombranti, benché difesa per quasi cinque secoli dalla dinastia Joseon. Sino a quando non pende troppo da una parte o dall’altra, il Paese può contare su pace “immacolata”: non a caso il bianco è il colore che tenta di rischiarare la mente di chi osserva la bandiera. Una forza, però, tende sempre a spingere la Penisola nel verso opposto dell’altra, finendo per alterare l’equilibrio fra gli elementi che reggono il mondo. Lunghi periodi senza conflitti non sono certo mancati nell’antichissima storia della Corea, che vanta oltre 5mila anni d’ininterrotta civiltà, ma sono stati garantiti quasi sempre con uno stratagemma simile a quello di un fiore: l’Hibiscus Syriacus. I suoi petali, delicatamente rosati, fingono infatti di appassire di fronte all’attacco degli insetti o della ruggine vegetale, per riprendersi il giorno dopo in modo del tutto inaspettato. Così fa la Corea, avendo sempre preferito ripiegare su se stessa anziché cimentarsi in sanguinose guerre, meritandosi già nel XVII secolo l’appellativo di “Regno Eremita”. Il Mugunghwa, come i coreani usano chiamare il fiore, è perciò considerato l’anima stessa della penisola a cavallo del 38° parallelo, pronta a richiudersi dietro profumati petali, ma capace ogni anno di trasformarsi anche in un accogliente tappeto di ibisco siriaco, soprattutto fra luglio e ottobre.

La sua filosofia, purtroppo, è in netto contrasto con le esigenze della globalizzazione e spiega le diverse risposte messe in campo dalla Corea del Nord e del Sud: la prima, dichiaratamente socialista eppur più tradizionale nello stile di vita, è convinta di poter fare a meno del mondo, la seconda mira a sedurlo con la sua potenza economica. In realtà, entrambe le nazioni potrebbe imboccare una via del tutto nuova, sviluppando semplicemente una consapevolezza maggiore circa le proprie radici. Oltre a ospitare una delle piazze della medicina orientale più antiche della Terra, dove fiori, piante e radici di ginsen rosso hanno fatto per millenni la fortuna della città meridionale di Daegu, la Corea conserva tracce di una civiltà megalitica le cui ramificazioni si stanno palesando negli angoli più remoti del globo: dalle foreste del Borneo alle coste dell’Abkhazia sul Mar Nero, dove gli archeologi continuano a scoprire allineamenti di dolmen che mappano i misteri del cielo e sono sempre pronti a rimandare a un centro nevralgico presente sulla Terra. La Corea, appunto, il territorio detentore del 40% del patrimonio megalitico mondiale, grazie ai sorprendenti siti UNESCO di Gochang, Hwasun e Ganghwa, nonché uno dei migliori punti terrestri d’osservazione per lo studio delle stelle. Il peso di questa grande tradizione, ancora poco studiata e conosciuta, non è bastato a riconquistarsi l’indipendenza dal giogo giapponese alla fine della Seconda Guerra Mondiale: la Penisola resta una testa di ponte troppo invitante per essere lasciata al proprio destino. Soprattutto per una potenza come gli Stati Uniti, che dal 1945 hanno bisogno di mantenere un piede sul continente asiatico per tener sotto controllo i due colossi più temuti: Cina e Russia. Come ha ben dimostrato lo storico e giornalista americano Isidor Feinstein Stone, autore di una “Storia segreta della Guerra di Corea” tenacemente boicottata negli Stati Uniti, per comprendere a fondo la divisione della Penisola non bisogna guardare a nord, bensì a sud: lasciare il filo spinato e le torrette d’avvistamento che si snodano lungo i 248 chilometri della Zona Demilitarizzata al confine fra le due Repubbliche, per scendere sino all’isola di Jeju.

Nata da un’eruzione vulcanica circa 2 milioni di anni fa, ha sviluppato una cultura antichissima alla quale vengono ricondotte le radici più autentiche della civiltà coreana. Qui emersero dal sottosuolo -  attraversato da un sistema di tunnel lavici Patrimonio mondiale dell’Unesco - i tre re dai quali discesero i primi abitanti del regno Tamna; qui si sviluppò il misterioso culto dei Dol Hareubang, le imponenti statue basaltiche a testa di fungo che da tempi remoti scrutano il mare e sono oggi il simbolo di Jeju; qui ancora approdò nel 1653 il primo europeo che fece conoscere la Corea in Occidente, il commerciante olandese Hendrik Hamel; da qui cominciò la resistenza coreana all’occupazione giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, grazie al coraggio delle Haenyeo: donne sub che, sin dai tempi paleolitici, cacciano in apnea con una tecnica trasmessa di generazione in generazione e custodiscono i segreti di un peculiare sciamanesimo tutto al femminile; qui, infine, si consumò fra l’aprile del 1948 e il maggio del 1949 una delle più efferate stragi d’innocenti, la cui unica colpa fu quella di volersi opporre alle elezioni che avrebbero sancito la divisione della Corea per mano americana. Furono assassinati dall’esercito sudcoreano in 20mila, forse addirittura in 30mila; altri 40mila furono costretti a fuggire in Giappone, accusati di essere pericolosi comunisti in combutta col governo filosovietico del nord. L’evento segnò, e segna tuttora indelebilmente, la coscienza unitaria coreana, avendo fatto precipitare la situazione politica della penisola sino alla terribile guerra del 1950-53: un conflitto irrisolto che vide sganciare 177mila tonnellate di bombe americane sull’intero territorio coreano, più di tutte quelle lanciate nel secondo conflitto mondiale. Già all’epoca il Generale Douglas MacArthur avrebbe voluto utilizzare la bomba atomica per mettere definitivamente a tacere la minaccia comunista, ma la sua condotta oltranzista finì per costargli il comando delle truppe dell’Onu. Fortunatamente. L’armistizio firmato poi dai belligeranti ribadì la divisione d’influenza scaturita dagli accordi fra Mosca e Washington nel 1945.

Oggi sembra proprio che gli Stati Uniti vogliano riaprire i giochi, ricorrendo agli stessi terribili mezzi: sull’isola di Jeju è stata inaugurata il 26 febbraio 2016 una base civile-militare fortemente sponsorizzata dagli Usa (nonostante la campagna d’opposizione “Save Jeju Now”), dalla quale possono essere sferrati attacchi nucleari sia verso la Corea del Nord, sia in direzione della Cina e della Russia, i due veri obiettivi della crisi coreana. Sul territorio conteso della Penisola è infatti in corso da anni un confronto economico che ha visto gradualmente gli americani scivolare all’angolo, non solo per la dinamicità del mercato cinese, ma proprio per l’intraprendenza dell’ormai quasi “ex alleato” sudcoreano: un paese-sistema capace di competere da solo nel mondo, grazie alla politica vincente degli “chaebol”, i conglomerati industriali oggi rappresentati in prima linea da Samsung, Hyundai, LG o Daewoo. Con le loro politiche filostatali e protezionistiche - ha illustrato molto chiaramente il ricercatore Andrea Goldstein nel saggio “Il Miracolo Coreano” - sono riusciti a risollevare il Paese dalle periodiche crisi di mercato, senza mai ricorrere alle formule neoliberiste suggerite da Washington o dal Fondo Monetario Internazionale. La Corea del Sud è però un boccone troppo succulento e imprevedibile, in particolare se dovesse portare a termine il percorso di unificazione con la Corea del Nord. Collaborazione politica ed economica che, sino ai primi anni duemila, stava dando segnali incoraggianti. Proprio allora gli Stati Uniti di Bush Junior, spalleggiati dalla seconda storica potenza con mire egemoniche sull’area, il Giappone, hanno optato per la scelta con cui in passato hanno dettato legge: il riarmo, il rafforzamento dei presidi militari contro “l’asse del male”, chiudendo gli occhi di fronte ai 2 milioni e mezzo di vittime della guerra di Corea e alle atrocità che ne fecero il banco di prova per il Vietnam. La storia della Corea può però insegnare al mondo che, oltre il mercato, c’è ben più in gioco. Molto di più: addirittura, forse, la risposta alle origini della civiltà sulla terra. Per ora, comunque, la Regione Lombardia si è accontentata di un risultato già soddisfacente: un accordo di collaborazione culturale ed economica con la città di Seoul, firmato a Milano lo scorso settembre.  

Articolo pubblicato per il bollettino dell'Istituto di Cultura per l'Oriente e l'Occidente 

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Per ulteriori approfondimenti: https://altreconomia.it/coree-reportage/




Monday, July 3, 2017

LA VIA DI ODOARDO BECCARI IN BORNEO


Una via per raggiungere il cuore del Borneo malese, e tracciata da ben 150 anni, ma di fatto invisibile sino alla scorsa estate. 

Ha dell’eclatante la missione in Sarawak dell’Associazione culturale “Gaetano Osculati” di Biassono (MB), da anni dedita alla riscoperta della storia dell’esplorazione italiana e recentemente impegnata a valorizzare la figura di Odoardo Beccari: il massimo botanico italiano che, dal 1865 al 1868, rivelò per primo i tesori reconditi della terza più grande isola al mondo. Grazie al patrocinio della Società Geografica Italiana, che all’epoca ancora non esisteva ma di lì a poco sarebbe stata fondata da Giacomo Doria - fido compagno di viaggio dell’intrepido fiorentino - il museo del Sarawak di Kuching ha ricevuto lo scorso agosto una targa commemorativa destinata a cambiare i rapporti fra Italia e Malesia

Se i futuri visitatori dello splendido complesso in stile Queen Anne potranno ora familiarizzare con le gesta del botanico che, per primo, catalogò oltre 130 palme del Borneo, insieme a decine e decine di farfalle, insetti, conchiglie e sì, pure tribù cacciatrici di teste, non sarà il solo corridoio d’ingresso della sezione di Storia Naturale a ricordare il suo impegno nella capitale del Sarawak. 


Come ha confermato il dottor Leh Moi Ung, curatore del museo, l’intero territorio del Borneo settentrionale sarà attraversato da circuiti di visita in grado di disvelare le meraviglie naturalistiche descritte da Odoardo Beccari: a cominciare dal vicino Kubah  National Park, dove tuttora è allestito un ricchissimo Palmetum che ben documenta gli studi del botanico italiano, ma poco oltre il quale si leva pure la vetta del monte Mattang, suo primo punto di ritiro nella foresta di dipterocarpacee, nonché panoramica guglia disegnata accanto a quella del parlamento di Kuching negli infuocati tramonti equatoriali. 

Persino il ristorante dell’hotel Merdeka, a pochi passi dal museo del Sarawak, ha oggi realizzato il valore dell’uomo di cui porta il nome e mostra gigantografie in sala, ma del quale ancora non conosce l’eccellenza del vino prodotto nella tenuta di Radda in Chianti da lui fondata, la splendida Vignavecchia



E poi la penisola di Santubong, vero e proprio santuario naturalistico conosciuto più per il suo etnovillaggio culturale che per le meraviglie florofaunistiche ed archeologiche, raccolte lungo le pendici di un monte tanto ingombrante, da identificare col suo nome e i suoi fantasmi l’intero promontorio: proprio qui, dove un 22enne Beccari bordeggiò prima di risalire il fiume che lo avrebbe condotto dal raja Charles Brooke e dalla sua bellissima moglie (e forse amante) Ranee, le orme dell’esploratore hanno permesso di riscrivere la storia stessa del Borneo. Durante i sopralluoghi per rimappare il suo itinerario, i ricercatori del museo del Sarawak hanno infatti trovato incisioni e sculture rupestri pronte a sollevare nuovi interrogativi: complice il disboscamento che, in sordina, continua a mangiarsi fette di foresta primaria a favore di coltivazioni di palme da olio, l’intera isola sta assistendo alla riemersione di reperti di un’antichissima civiltà attorno alla quale, muovendo dalle grotte pittate di Sireh o Niah, per arrivare a quelle nei pressi di Sangkulirang nell’East Kalimantan indonesiano, con un’inevitabile tappa ai megaliti delle remote Kelabit Highlands, vengono rievocati addirittura miti atlantidei. 



La “Via di Odoardo Beccari” potrebbe apparire tentacolare, considerate le sue molteplici spedizioni in territori oggi non casualmente trasformatisi in splendidi parchi naturali quali l’imperdibile Bako, ma almeno tre sono gli snodi su cui far perno. Risalendo la costa verso est, si raggiunge il più vasto villaggio di palafitte al mondo, ovvero la capitale del piccolo Sultanato del Brunei, nella cui università insegna uno degli eredi e massimi appassionati di Beccari, il botanico Daniele Cicuzza



Quindi si vira velocemente verso l’isola di Labuan, tanto cara a quell’Emilio Salgari che divorava letteralmente i bollettini del fiorentino, per approdare infine al più sorprendente porto segreto della marina italiana: Gaya Island, la maggiore delle isole che compongono il Parco marittimo Tunku Abdal Ramah, destinata a trasformarsi in una colonia penale per ex soldati borbonici confinati nel forte piemontese di Fenestrelle. Grazie all’impegno di Gillian Tan, proprietaria degli idilliaci Bunga Raya e Gayana Ecoresorts, qui troverà presto un punto definitivo la storia di Odoardo Beccari, del comandante Carlo Alberto Racchia e di tutti quegli intrepidi italiani che fecero del Borneo la nostra seconda, misconosciuta, ma irrinunciabile casa. 




ITINERARIO STORICO SUGGERITO



1) KUALA LUMPUR

-    Visita al Museo Nazionale, includendo le sottosezioni dei musei Orang Asli e Malay World Ethnology
-    KL Bird Park (con possibile ristoro presso il ristorante interno Hornbill)

2) KUCHING

-    Sarawak Museum
-    Forti Brooke
-    Visita quartieri storici e museo del Gatto
-    Crociera lungo il fiume Sarawak sino al picco Santubong
-    Ristorante Beccari presso il Merdeka Palace

3) KUBAH NATIONAL PARK

-    Palmetum Beccari e circuito delle cascate (mezza giornata)
-    Eventuale risalita del monte Mattang (punto panoramico sul Borneo occidentale, visibile da Kuching)

4) RISERVA DI SEMMENGOH

-    Visita in mattinata del centro per la cura degli oranghi, per assistere alle operazioni di alimentazione 

5) BAKO NATIONAL PARK (consigliata almeno una notte)

-    Hiking lungo diversi circuiti interni, con possibilità di spostamenti in barca per l’osservazione delle sculture naturali. Maggior area di apprezzamento della biodiversità marina

6) PENISOLA DI SANTUBONG

-    Visita alle incisioni rupestri lungo il litorale, possibilità di risalita della vetta (molto impegnativa) o semplice tour florofaunistico del parco nazionale, o visita dell’etnovillaggio e di alcune delle migliori spiagge del Borneo occidentale.

7) AREA DI BAU

-    Visita della città e del lago dei cercatori d’oro, con esplorazione della Wind Cave e della Fairy Cave, possibilità di risalita al santuario del Monte Singhai, relax alle sorgenti calde di Paku o shopping al mercato notturno di Siniawan o a quello sul confine con l’Indonesia. Possibilità di pernottare in una comunità Bidayuh lungo l’Headhunters trail.

8) AREA TRIBU’ BIDAYUH

-    Visita alla grotta pittata di Sireh e delle comunità indigene locali (in collaborazione col Sarawak Museum)

9) AREA DI LUNDU - SEMATAN
-    Visita al parco Gunung Gading (in caso di fioritura della Rafflesia), oppure alle isole dell’arcipelago (Tanjung Datu National Park o Talang Satang National Park, centri di conservazione delle tartarughe marine giganti)

10) AREA DI BATANG AI 

11) AREA DI MIRI

-    Visita del museo petrolifero di Miri
-    Niah National Park (museo archeologico dov’è stato ritrovato lo scheletro più antico del Borneo, grotte dei raccoglitori di guano e grotta pittata)

12) POSSIBILE ESTENSIONE NELL’AREA DI MARUDI E DELLE KELABIT HIGHLANDS (Beccari ascoltò solo racconti sulle tribù più isolate dell'interno del Borneo, ma oggi è possibile raggiungere il villaggio di Bario con voli in Twin Otter da Kuching, Miri e Marudi)

13) BRUNEI

-    visita della capitale, in particolare del più grande villaggio su palafitte del mondo, e possibilità di lecture in università grazie al professore italiano di botanica, nonché fra i massimi studiosi di Beccari, Daniele Cicuzza

14) ISOLA DI LABUAN

-    Visita del museo Chimney (antico punto di rifornimento di carbone per le navi europee, passeggiata al rifugio e alla cala dei pirati, visita del parco degli uccelli),
-    Esplorazione della costa occidentale sino all’incantevole spiaggia di Layang-Layangan, la Perla di Labuan, e del punto d’arresa dei giapponesi.
-    Visita al vastissimo cimitero degli Alleati nella parte sud-orientale

-    15) KOTA KINABALU

--> Visita all’arcipelago e parco nazionale attorno all’isola di Gaya, con possibilità di pernottamento negli ottimi Bunga Raya e Gayana Ecoresort, con visita del centro di preservazione marina e del futuro museo Beccari (con piacevole sentiero trekking botanico in partenza dal più grande giardino d’ibis del Borneo).